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Hormuz chiuso, Brent a 111 $: perchè il gasolio in Italia ha sfondato i 2€/litro e cosa aspettarsi nelle prossime settimane

A cura di Benzina24 - Riproduzione vietata - Martedi 28 Aprile 2026

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Lo Stretto di Hormuz è ancora di fatto impraticabile, e il Brent oggi segna 110,96 dollari al barile — in rialzo del 20% rispetto ai 92,42 dollari di appena dieci giorni fa. I negoziati USA-Iran sono in stallo dopo che il presidente Trump ha sospeso le trattative, mentre il presidente iraniano Pezeshkian ha ribadito che Teheran non parteciperà a negoziati imposti sotto minaccia o blocco.Il conflitto ha superato la nona settimana e l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) lo ha definito il più grande shock energetico mai registrato. L'Italia, Paese importatore netto di greggio e gas, si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale: oggi il gasolio self-service è a 2,0579 €/litro a livello nazionale, con punte ancora più alte in diverse regioni del Mezzogiorno e nelle aree di montagna. Un livello che non si vedeva dal 2022 e che inizia a pesare concretamente sui bilanci delle famiglie e delle imprese di trasporto.

La crisi di Hormuz: nove settimane di blocco e nessuna svolta diplomatica

Il cuore della crisi energetica globale ha un nome preciso: lo Stretto di Hormuz, quel corridoio largo appena 33 chilometri attraverso il quale, fino a fine febbraio 2026, transitava circa il 20% del petrolio mondiale e una quota simile del commercio globale di GNL (gas naturale liquefatto). Dal 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'offensiva aerea contro l'Iran, il passaggio è di fatto bloccato.La Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC) ha vietato il transito, abbordato e attaccato navi mercantili, e posato mine navali nello stretto.Dal 13 aprile gli Stati Uniti hanno a loro volta imposto il blocco navale dei porti iraniani, creando un «doppio blocco».

I numeri dello shock sono impressionanti. I flussi di greggio e prodotti petroliferi attraverso lo Stretto sono precipitati da circa 20 milioni di barili al giorno (mb/g) prima della guerra a poco più di 2 mb/g a marzo.All'inizio di aprile, i caricamenti attraverso lo Stretto erano mediamente di appena 3,8 mb/g, contro i 20 mb/g precedenti alla crisi. Parliamo di una riduzione di oltre l'80% dei flussi da una delle rotte energetiche più critiche del pianeta. L'EIA statunitense stima che sei Paesi del Golfo — Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Qatar e Bahrain — abbiano dovuto chiudere complessivamente 7,5 milioni di barili/giorno a marzo, con proiezioni di 9,1 milioni in aprile.

I tentativi diplomatici, finora, non hanno prodotto risultati concreti. L'Iran ha fatto pervenire una nuova proposta tramite mediatori pachistani per la riapertura dello Stretto, mentre Trump ha annullato l'invio dei negoziatori a Islamabad.Un cessate il fuoco regge formalmente dall'inizio di aprile, ma i blocchi navali reciproci hanno ridotto il traffico nello Stretto quasi a zero. Il quadro geopolitico resta dunque incerto e volatile, con un impatto diretto sulla quotazione del petrolio Brent che ha superato i 110 dollari al barile.

Dal barile alla pompa: il meccanismo che porta il greggio nel serbatoio

Per comprendere perché il prezzo alla pompa in Italia abbia raggiunto questi livelli, occorre seguire il percorso che il greggio compie dal pozzo al distributore. Il prezzo internazionale del Brent, espresso in dollari, viene convertito in euro attraverso il tasso di cambio EUR/USD, che oggi oscilla intorno a (un euro debole contribuirebbe a rendere il greggio ancora più caro per l'Europa; un euro forte, come quello attuale, offre un parziale cuscinetto). A 110,96 dollari al barile, con il cambio corrente, un barile di greggio costa circa 94,6 euro. Ogni barile contiene 159 litri, quindi il costo della materia prima è di circa 0,595 euro per litro.

Ma il percorso non finisce qui. Al costo del greggio si aggiungono i costi di raffinazione (crack spread), che in questo periodo sono a livelli storicamente elevati. I margini di raffinazione dei distillati medi — gasolio e jet fuel — hanno toccato massimi assoluti. Poi ci sono i costi di trasporto e logistica, saliti per via dei premi assicurativi marittimi che sono esplosi dall'inizio della crisi. In Italia, su tutto questo si applicano le accise fisse: 0,7284 €/litro per la benzina e 0,6174 €/litro per il gasolio. Infine, il 22% di IVA viene calcolato sull'intero importo — comprese le accise stesse — generando il noto effetto della «tassa sulla tassa». Il distributore trattiene un margine di 2-5 centesimi al litro. Il risultato: le accise e l'IVA rappresentano circa il 55-60% del prezzo finale alla pompa, il che significa che più di un euro su ogni litro che paghiamo finisce direttamente allo Stato.

I prezzi oggi: la fotografia MIMIT del 28 aprile 2026

I dati ufficiali MIMIT, aggiornati questa mattina su un campione di 21.668 distributori monitorati in 5.252 comuni italiani, restituiscono il quadro seguente:

Carburante Self-service (€/l) Servito (€/l) Stazioni monitorate
Benzina 1,7379 1,8699 19.793
Gasolio 2,0579 2,1672 19.658
GPL 0,7892 0,7945 156
Metano 1,5135 1,5723 100

Il dato che colpisce di più è il gasolio: 2,0579 €/litro in self-service rappresenta una soglia psicologica e materiale che non va sottovalutata. In Italia circa l'80% delle merci viaggia su gomma, e ogni centesimo in più al litro di gasolio si traduce in costi aggiuntivi lungo l'intera catena logistica, fino a scaricarsi sui prezzi al consumo. Con il diesel sopra i 2 euro, i trasportatori operano in condizioni di marginalità ridotta, e la pressione inflazionistica sui beni di largo consumo è destinata ad aumentare nelle prossime settimane.

La benzina self a 1,7379 €/litro, pur restando formalmente sotto la soglia dei 1,74 €, ha subito una risalita costante nelle ultime settimane, coerente con il rally del Brent. Per chi sceglie il servito, il pieno di benzina (50 litri) arriva a 93,50 €, mentre quello di gasolio tocca i 108,36 €. Numeri che impongono una riflessione seria sulla tenuta del potere d'acquisto delle famiglie italiane.

Il Brent in dieci giorni: una corsa da +20% che non si ferma

Il grafico sottostante racconta una storia inequivocabile. In soli dieci giorni il prezzo del Brent è passato da 92,42 a 110,96 dollari al barile — un incremento di quasi 19 dollari che riflette la tensione crescente nel Golfo Persico.

La prima gamba rialzista, tra il 19 e il 22 aprile (da 92,42 a 101,78), è stata innescata dalla conferma che il cessate il fuoco non stava producendo una riapertura effettiva dello Stretto. La seconda accelerazione, tra il 27 e il 28 aprile (da 108,29 a 110,96), coincide con l'ultima rottura diplomatica: Trump ha cancellato i piani per inviare i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner a Islamabad.Citi prevede che il Brent possa raggiungere i 150 dollari al barile se i flussi di petrolio restano interrotti fino a fine giugno.Goldman Sachs ha già rivisto al rialzo le previsioni, attendendosi un Brent medio di 90 dollari al barile nel quarto trimestre.

L'EIA americana, nel suo Short-Term Energy Outlook di aprile, ha alzato la previsione media per il Brent 2026 a 96 dollari al barile, rispetto ai 79 dollari della previsione precedente — un incremento del 22%. Siamo, in altre parole, di fronte a una revisione senza precedenti delle stime a breve termine, che segnala quanto la crisi di Hormuz abbia stravolto tutti gli scenari pre-bellici.

L'impatto sull'Europa e sull'Italia: non solo greggio, anche gas e fertilizzanti

L'Italia è tra i Paesi europei più esposti a questa crisi. Secondo Federica Genovese, docente di relazioni internazionali a Oxford, l'Italia è il Paese europeo più esposto alle interruzioni delle forniture di gas naturale. La nostra dipendenza dalle importazioni energetiche è storicamente elevata: importiamo oltre il 90% del gas e la quasi totalità del greggio consumato. L'Europa sta affrontando una seconda grande crisi energetica, alimentata dalla sospensione del GNL qatarino e dalla chiusura di Hormuz, in un contesto di scorte di gas ai minimi storici — circa il 30% di capacità dopo un inverno rigido — con il benchmark TTF olandese quasi raddoppiato a oltre 60 €/MWh a metà marzo.La BCE ha avvertito che un conflitto prolungato potrebbe innescare un periodo di stagflazione e spingere economie fortemente dipendenti dall'energia, tra cui Germania e Italia, verso una recessione tecnica entro fine 2026.In Italia, già a inizio aprile, quattro aeroporti (Bologna, Milano, Treviso e Venezia) hanno imposto restrizioni al rifornimento di jet fuel per limitata disponibilità. Si tratta di segnali concreti di quanto la crisi dello Stretto stia impattando la vita quotidiana anche da noi, ben al di là del prezzo del pieno al distributore.

La filiera del trasporto merci su gomma, che in Italia rappresenta la spina dorsale della logistica, è sotto pressione massima. Con il gasolio a 2,06 €/litro self-service, un TIR che consuma 30-35 litri ogni 100 km affronta un costo carburante di oltre 60 centesimi al chilometro. Su una tratta tipica Milano-Napoli (circa 780 km), il solo costo del gasolio supera i 480 euro per la sola andata. Costi che inevitabilmente si scaricano sul prezzo finale di frutta, verdura, prodotti freschi e beni di largo consumo.

La mappa regionale: dove si paga di più e dove di meno

L'analisi regionale dei prezzi alla pompa rivela una forbice significativa tra le regioni più economiche e quelle più care. Le Marche sono oggi la regione dove la benzina costa meno (1,7266 €/l self), mentre la Basilicata chiude la classifica con 1,7669 €/l — un divario di oltre 4 centesimi al litro. Sul gasolio, la differenza tra il Veneto (2,0492 €/l, insieme al Lazio) e il Trentino-Alto Adige (2,0775 €/l) è di quasi 3 centesimi.

Il pattern è ormai consolidato: le regioni del Nord e del Centro tendono a offrire prezzi più bassi grazie a una maggiore densità di distributori (la sola Lombardia ne conta 2.834), una concorrenza più vivace e una migliore connessione con le infrastrutture logistiche. Le regioni del Sud e le Isole scontano la distanza dai depositi costieri principali, una rete distributiva più frammentata e una minore presenza di pompe bianche e insegne della grande distribuzione organizzata.

C'è poi il capitolo autostrada: il rifornimento autostradale costa in media 1,7801 €/l per la benzina e 2,1125 €/l per il gasolio, contro 1,6813 e 2,0067 della rete stradale ordinaria. La differenza, quasi 10 centesimi al litro sulla benzina e addirittura oltre 10,5 centesimi sul gasolio, rappresenta un sovrapprezzo rilevante per chi viaggia lungo la rete a pedaggio. Con l'avvicinarsi del Primo Maggio e dei ponti primaverili, è un dato da tenere presente per chi pianifica spostamenti.

L'OPEC+ prova ad agire, ma la produzione resta bloccata

L'OPEC+ ha confermato un aumento produttivo di 206.000 barili al giorno a partire da maggio 2026. Si tratta però di un incremento simbolico, come lo hanno definito diversi analisti. L'OPEC+ stessa ha avvertito che i danni alle infrastrutture energetiche mediorientali avranno un impatto prolungato sull'offerta anche dopo la fine del conflitto.Gli aumenti produttivi decisi potrebbero non tradursi in guadagni immediati di offerta, mantenendo le condizioni di mercato restrittive.

Il problema è strutturale: anche se domani la diplomazia trovasse una svolta, gli analisti osservano che anche se lo Stretto dovesse riaprirsi, potrebbero volerci mesi prima che i flussi petroliferi si normalizzino, mantenendo l'offerta vincolata e la pressione al rialzo sui mercati energetici globali.Nello scenario più ottimistico, prima che il petrolio intrappolato nel Golfo arrivi a destinazione, le navi devono uscire dall'area, navigare per circa 30 giorni, scaricare, tornare indietro e ricaricare — creando un ritardo minimo di 90 giorni. Questo significa che, anche con una riapertura a maggio, l'Italia e l'Europa non vedrebbero un sollievo concreto alle forniture prima dell'estate piena.

Quanto pesa la crisi sul portafoglio: un esercizio concreto

Mettiamo i numeri in prospettiva per un automobilista italiano medio. Con una percorrenza annua di 15.000 km e un consumo medio di 6 litri/100 km (benzina), il costo annuo del solo carburante ai prezzi attuali (1,7379 €/l self) è di circa 1.564 €. Per chi guida a gasolio con consumi analoghi, il costo sale a 1.852 € all'anno. Chi viaggia in autostrada paga ancora di più.

Per un pendolare che percorre 40 km al giorno (andata e ritorno) su un'auto a benzina con consumi di 6,5 l/100 km, il costo mensile è di circa 108 € solo di carburante. A gasolio, siamo a circa 128 €. Si tratta di cifre che, sommate ai rincari dei beni alimentari e delle bollette energetiche, contribuiscono a erodere significativamente il reddito disponibile, soprattutto per le fasce di reddito più basse.

Il GPL resta l'alternativa più economica in assoluto: a 0,7892 €/litro (tenendo conto del consumo maggiorato rispetto a benzina e diesel, circa 8-9 l/100 km), il costo al chilometro è meno della metà rispetto al gasolio. Ma le stazioni GPL sono una minoranza della rete: appena 156 quelle monitorate nel campione odierno, contro quasi 20.000 per benzina e gasolio.

Effetto asimmetrico: i prezzi saliranno prima di scendere

Un elemento da tenere presente è il cosiddetto effetto rocket and feather (razzo e piuma), ben documentato nella letteratura economica sui carburanti: i prezzi alla pompa tendono a seguire rapidamente i rialzi del greggio, ma a scendere con estrema lentezza quando il Brent cala. Lo abbiamo visto nella breve fase di relativo consolidamento tra il 24 e il 26 aprile, quando il Brent si è fermato intorno a 105,90 dollari per tre giorni: i prezzi alla pompa non hanno registrato alcun ribasso apprezzabile. Questo asimmetria è un tratto strutturale del mercato dei carburanti, amplificato in Italia dall'elevata incidenza della componente fiscale, che è fissa e non reagisce alle oscillazioni del greggio.

Tradotto in pratica: anche se domani il Brent dovesse ripiegare verso i 100 dollari (ipotesi legata a un improbabile, ma non impossibile, progresso diplomatico su Hormuz), ci vorranno settimane prima che la benzina torni sotto 1,70 €/l e il gasolio rientri significativamente sotto i 2 €/l. Al contrario, se il Brent dovesse toccare i 120 o 130 dollari — scenario non irrealistico data la situazione — potremmo assistere a un balzo rapido dei prezzi alla pompa, con la benzina self oltre 1,80 €/l e il gasolio che punterebbe verso i 2,20 €/l.

Le pompe bianche: un risparmio che resta, ma serve scegliere bene

L'analisi dei marchi più economici conferma che le insegne della grande distribuzione organizzata restano le più competitive. La benzina self presso le stazioni Auchan si attesta a 1,6745 €/l, seguita da CONAD (1,6806) e COOP (1,6814). Anche sul gasolio, Auchan offre il prezzo più basso: 1,974 €/l — significativamente sotto la media nazionale di 2,0579 e, soprattutto, ancora sotto la soglia psicologica dei 2 €.

La differenza tra il marchio più economico (Auchan, benzina a 1,6745) e la media nazionale self (1,7379) è di 6,3 centesimi al litro: su un pieno da 50 litri, questo si traduce in un risparmio di circa 3,17 €, che su base annua (ipotizzando un pieno settimanale) arriva a oltre 165 €. Non è poco, specie in un contesto di prezzi così elevati. Il limite di queste insegne è la copertura territoriale: Auchan conta solo 20 stazioni nel campione, CONAD 52, COOP appena 5. Chi ha la fortuna di averne una vicina ne trae un beneficio concreto; per gli altri, l'alternativa è confrontare i prezzi su base locale, privilegiando le pompe bianche e le insegne indipendenti, che tipicamente offrono prezzi inferiori di 3-5 centesimi rispetto ai grandi marchi petroliferi come Eni, Ip e Q8.

Prospettive: cosa aspettarsi a maggio e oltre

Le settimane che ci separano dall'estate saranno decisive per il mercato petrolifero e, di conseguenza, per i prezzi dei carburanti in Italia. I fattori da monitorare sono essenzialmente tre.

1. L'evoluzione diplomatica su Hormuz. L'IEA, nel suo scenario base, assume una ripresa delle consegne dal Medio Oriente verso i mercati internazionali entro metà anno, pur riconoscendo che questo scenario potrebbe rivelarsi troppo ottimistico data l'elevata incertezza. Se i negoziati USA-Iran riprendono e producono una riapertura graduale dello Stretto, il Brent potrebbe stabilizzarsi nell'area 90-100 dollari nella seconda metà dell'anno. Se invece lo stallo persiste, il mercato si prepari a prezzi ben più alti.

2. Le scorte strategiche. I Paesi IEA hanno già concordato l'11 marzo il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche di emergenza. Ma, come ha chiarito il direttore esecutivo dell'IEA Fatih Birol, si tratta di un palliativo, non di una soluzione.

3. La domanda globale. La domanda mondiale di petrolio è ora prevista in calo di 80.000 barili/giorno in media nel 2026, contro una crescita di 730.000 prevista nel rapporto precedente. La distruzione di domanda causata dai prezzi elevati è già in corso e potrebbe accelerare se i governi adottano misure di riduzione dei consumi.

Per l'Italia, la prospettiva concreta è che i prezzi alla pompa rimarranno elevati almeno per tutta l'estate 2026, con il gasolio stabilmente sopra i 2 €/litro e la benzina che potrebbe oscillare nella fascia 1,70-1,85 €/litro a seconda dell'andamento del greggio. La componente fiscale — accise fisse più IVA sul totale — fa sì che lo Stato incassi di più proprio quando i prezzi salgono, il che apre legittimamente il dibattito sulla possibilità di interventi temporanei di riduzione delle accise, come già avvenuto nel 2022 durante la crisi energetica post-Ucraina. Finora, però, non ci sono segnali in tal senso da parte del governo.

Per chi è alla ricerca del miglior prezzo nella propria zona, il consiglio resta sempre lo stesso: confrontare le tariffe prima di fare il pieno, privilegiare il self-service, evitare il rifornimento autostradale quando possibile, e valutare le pompe bianche e della GDO. In un contesto così volatile, anche pochi centesimi al litro possono fare la differenza a fine mese. Per ulteriori analisi e approfondimenti, continuate a seguirci su queste pagine.

Il grafico a torta sulla composizione del prezzo del gasolio rende evidente la dinamica: accise (0,6174 €/l) e IVA (circa 0,37 €/l) pesano insieme per quasi il 48% del prezzo finale. Aggiungiamo che l'IVA viene calcolata anche sulle accise stesse, il che significa che lo Stato tassa una tassa. È un'anomalia nota del sistema italiano, che amplifica l'effetto di ogni rialzo del greggio: quando il prezzo industriale sale, l'IVA sale proporzionalmente, generando un gettito aggiuntivo per le casse pubbliche proprio nel momento in cui i consumatori sono più in difficoltà.

In sintesi: la crisi dello Stretto di Hormuz non è un evento lontano dal nostro quotidiano. Si manifesta ogni giorno al distributore, nella spesa al supermercato, nelle bollette energetiche e nel conto delle vacanze che si avvicinano. La comprensione dei meccanismi — dal barile alla pompa, dalla geopolitica all'accisa — è il primo strumento per difendersi.

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