Da 92 a 106 dollari al barile in sette giorni. Il Brent ha chiuso la settimana a 105,33 dollari, con un guadagno settimanale di circa il 16 per cento — il rialzo più violento da inizio marzo. Eppure, sulla rete italiana dei distributori, i prezzi alla pompa si sono mossi solo di qualche millesimo: benzina self-service a 1,7381 €/l e gasolio self a 2,059 €/l. Un paradosso? No, piuttosto l’ennesima dimostrazione di come funzioni la catena di trasmissione dal barile alla colonnina: tempi lunghi, accise fisse, e un effetto-cuscinetto che — attenzione — può trasformarsi in un boomerang nelle prossime settimane.
Questa domenica di fine aprile è il momento giusto per mettere in fila i numeri della settimana, capire cosa sta realmente accadendo sui mercati internazionali e prepararsi a ciò che potrebbe attendere gli automobilisti italiani a maggio. Facciamolo con ordine.
La settimana in numeri: il petrolio e la diplomazia
La settimana 20–26 aprile 2026 sarà ricordata come una delle più turbolente sul mercato petrolifero dal febbraio scorso. Giovedì 17 aprile il Brent quotava ancora 92,18 dollari; lunedì 21 era già a 98,88; martedì 22 ha sfondato quota 101; mercoledì 23 ha toccato i 106,41 dollari, prima di ritracciare venerdì 25 a 105,88. Nonostante il ritracciamento di venerdì, il petrolio resta in rotta per un guadagno settimanale di circa il 14%.
Dietro questa fiammata c’è una parola: Hormuz. Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è in gran parte bloccato dall’Iran dal 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva aerea contro TeheranL’International Energy Agency ha definito la situazione come “la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale”La chiusura dello Stretto ha impattato il 10% dei volumi globali di petrolio e messo offline il 20% delle forniture mondiali di GNL.
Venerdì 25 aprile il mercato ha tirato il fiato dopo che i prezzi del greggio sono scesi in chiusura dopo che il Pakistan ha comunicato l’aspettativa di un secondo round di colloqui USA-Iran, e la CNN ha riportato che il presidente Trump invierà due inviati in Pakistan per negoziare con TeheranTuttavia, l’Iran ha segnalato una posizione più cauta, e non risultano trattative formali in programma. Il risultato è un Brent che oscilla intorno a 105–106 dollari, intrappolato tra la paura della scarsità e la speranza della diplomazia.
Cosa dice l’EIA: il picco è previsto a 115 dollari
L’Energy Information Administration statunitense, nel suo Short-Term Energy Outlook di aprile, ha fornito uno scenario che nessun automobilista vorrebbe leggere. L’EIA prevede che il Brent salga da una media di 81 $/b nel primo trimestre 2026 a un picco di 115 $/b nel secondo trimestre, prima di calare gradualmente a 88 $/b nel quarto trimestreL’agenzia basa queste previsioni sull’ipotesi che il conflitto non persista oltre aprile e che il traffico nello Stretto riprenda gradualmente senza tornare ai livelli pre-conflitto fino a fine anno.
Se il Brent dovesse effettivamente raggiungere 115 dollari, per l’Italia significherebbe un costo di importazione del greggio molto più elevato. Con il cambio EUR/USD attuale — 1,171 dollari per euro secondo i dati di mercato del 24 aprile — un barile di Brent a 105,88 dollari costa circa 90,42 euro. A 115 dollari costerebbe circa 98,21 euro: quasi 8 euro in più a barile. Tradotto in termini di prezzo alla pompa, considerando la resa di un barile in litri di prodotto finito e la struttura fiscale italiana, ogni 10 dollari di aumento del Brent si traducono in circa 4–6 centesimi in più al litro (al netto delle tempistiche di trasmissione).
Ma il dato più allarmante viene dall’IEA: la domanda globale di petrolio si è contratta di 800.000 barili/giorno su base annua a marzo e di 2,3 milioni ad aprile; per l’intero 2026, la domanda globale è ora prevista in calo di 80.000 b/g, contro una crescita di 730.000 b/g attesa soltanto il mese scorso. Siamo di fronte a quella che gli analisti chiamano demand destruction: l’IEA ha segnalato la minaccia di distruzione della domanda, con consumatori ed economie globali che si allontanano dal petrolio mentre i prezzi restano elevati.
Il gasolio: la vera emergenza silenziosa
Se la benzina ha catturato i titoli, è il gasolio il vero sorvegliato speciale. A 2,059 €/l in modalità self-service — e 2,168 €/l al servito — il diesel italiano viaggia ormai stabilmente sopra i 2 euro. Il diesel merita un’attenzione speciale: le catene logistiche dipendono in modo sproporzionato da questo carburante, che sta subendo uno stress di approvvigionamento severo. Il Medio Oriente produce gradi di greggio “medium-sour” particolarmente adatti alla produzione di distillati medi come diesel e jet fuel.
Questo è il punto cruciale per l’Italia: l’80% delle merci che arrivano nei supermercati, nelle fabbriche e nei cantieri viaggia su gomma. Ogni centesimo in più sul gasolio si scarica direttamente sulla catena dei prezzi al consumo. Con il diesel a 2,06 €/l, un autotrasportatore che percorre 100.000 km l’anno con un consumo medio di 30 litri per 100 km spende oggi circa 61.770 €/anno solo di carburante. Se il Brent dovesse toccare i 115 dollari come previsto dall’EIA, potremmo vedere il gasolio avvicinarsi a 2,15–2,20 €/l in self-service, con un aggravio di oltre 3.000 euro annui per lo stesso autotrasportatore.
I prezzi alla pompa in Europa hanno già raggiunto livelli record a marzo in Germania, Paesi Bassi e FranciaDiversi Paesi europei hanno introdotto misure per attenuare l’impatto: tagli alle accise e all’IVA (Italia, Spagna), sussidi per famiglie e industria (Francia, Spagna, Regno Unito), tetti ai prezzi al dettaglio (Francia, Spagna). L’Italia, con le sue accise tra le più alte d’Europa — 0,7284 €/l sulla benzina e 0,6174 €/l sul gasolio — resta particolarmente vulnerabile a ogni oscillazione del greggio.
La mappa regionale: dal Marche low-cost alla Basilicata cara
L’analisi dei prezzi medi regionali della settimana, basata su 19.797 distributori monitorati dal MIMIT, rivela una forbice che è contenuta ma significativa. Le Marche si confermano la regione più economica d’Italia con una benzina self a 1,7271 €/l, seguite da Piemonte (1,7292 €/l) e Lombardia (1,7308 €/l). In fondo alla classifica troviamo la Basilicata a 1,7668 €/l, preceduta dal Molise (1,7613 €/l) e dal Trentino-Alto Adige (1,7591 €/l).
La differenza tra la regione più economica (Marche) e quella più cara (Basilicata) è di 3,97 centesimi al litro. Sembra poco? Per un serbatoio da 50 litri la differenza è di circa 2 euro a pieno. Per chi fa 20.000 km l’anno con un consumo di 6 litri/100 km, significa quasi 48 euro l’anno. La geografia continua a pesare, soprattutto nelle regioni del Sud e nelle aree insulari, dove la minore densità della rete distributiva e la logistica più complessa spingono i costi verso l’alto. In Sicilia la benzina self è a 1,7518 €/l, in Calabria a 1,7589 €/l.
| Regione | Benzina self (€/l) | Gasolio self (€/l) | N. distributori |
|---|---|---|---|
| Marche | 1,7271 | 2,0492 | 733 |
| Piemonte | 1,7292 | 2,0611 | 1.680 |
| Lombardia | 1,7308 | 2,0581 | 2.834 |
| Lazio | 1,7331 | 2,0498 | 2.120 |
| … | … | … | … |
| Calabria | 1,7589 | 2,0756 | 724 |
| Molise | 1,7613 | 2,0745 | 150 |
| Basilicata | 1,7668 | 2,0767 | 252 |
OPEC+ e lo scenario diplomatico: tra aumento produttivo e realtà di guerra
Il contesto OPEC+ aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il 5 aprile scorso, gli otto Paesi chiave dell’OPEC+ — Arabia Saudita, Russia, Iraq, UAE, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman — si sono riuniti virtualmente e hanno deciso di implementare un aumento produttivo di 206.000 barili al giorno a maggio. Ma la decisione è in larga parte teorica: Iraq e Kuwait hanno iniziato a chiudere la produzione non per scelta, ma perché fisicamente non possono esportare attraverso lo Stretto. Le decisioni produttive dell’OPEC+ sono quindi in parte accademiche — è la guerra a dettare l’offerta effettivaSecondo le stime dell’EIA, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, UAE, Qatar e Bahrein hanno complessivamente chiuso 7,5 milioni di barili/giorno di produzione a marzo, cifra destinata a salire a 9,1 milioni b/g ad aprile. Per dare un’idea della scala: si tratta di circa il 9% della produzione mondiale, rimossa dal mercato in poche settimane. Nessun aumento produttivo deliberato dall’OPEC+ può compensare una chiusura di questa portata.
La prossima riunione ministeriale completa dell’OPEC+ è in programma per il : sarà un appuntamento cruciale, perché a quel punto il mercato avrà già prezzato l’esito (o il fallimento) dei negoziati USA-Iran. Baker Hughes assume nella propria guidance finanziaria che lo Stretto di Hormuz potrebbe non riaprirsi completamente prima del secondo semestre 2026, e un sondaggio della Dallas Fed tra dirigenti del settore oil & gas ha rilevato che quasi l’80% ritiene che lo Stretto non si riaprira prima di agosto o oltre.
Dal barile alla pompa: perché l’Italia sente meno (per ora)
La domanda che molti lettori si pongono è: se il Brent è salito del 16% in una settimana, perché la benzina alla pompa non si è mossa nella stessa proporzione? La risposta sta nella struttura del prezzo alla pompa italiano, dove la componente di mercato è solo una frazione del totale.
Prendiamo la benzina self-service a 1,7381 €/l. Di questi, 0,7284 € sono accisa fissa (non cambiano qualunque cosa faccia il Brent) e circa 0,3134 € sono IVA al 22% calcolata su tutto il resto (inclusa l’accisa stessa — la famosa “tassa sulla tassa”). Il prezzo industriale (costo del greggio + raffinazione + trasporto + margine distributore) pesa dunque solo per circa 0,70 €/l, ossia il 40% del prezzo finale. Ecco perché un aumento del 16% del Brent non si traduce in un aumento del 16% alla pompa, ma potenzialmente in un 5–7% sulla sola componente industriale, diluito dal peso delle accise fisse.
Tuttavia, c’è un effetto ritardo ben noto in letteratura economica: il cosiddetto rocket and feather. I prezzi alla pompa tendono a salire rapidamente quando il Brent aumenta (rocket), ma a scendere molto più lentamente quando il greggio cala (feather). Se il Brent dovesse restare sopra i 105 dollari per 2–3 settimane — scenario molto plausibile alla luce della crisi di Hormuz — i rialzi alla pompa saranno inevitabili, e probabilmente nell’ordine di 5–8 centesimi al litro entro metà maggio.
Autostrada vs. strada: il pedaggio nascosto del carburante
Un aspetto che merita attenzione nella settimana del Ponte del 25 Aprile (e con il Primo Maggio alle porte) è il differenziale autostradale. Dai dati MIMIT emergono numeri impietosi: sulla rete autostradale la benzina self costa mediamente 1,7797 €/l contro 1,6812 €/l sulla rete stradale. Per il gasolio, la forbice è ancora più ampia: 2,1127 €/l in autostrada contro 2,0067 €/l sulla viabilità ordinaria.
Il differenziale è quindi di 9,85 centesimi sulla benzina e 10,6 centesimi sul gasolio. Per un automobilista che fa il pieno di 50 litri di benzina in autostrada anziché in città, la differenza è di quasi 5 euro a pieno. Chi viaggia nel weekend del Primo Maggio farebbe bene a pianificare il rifornimento prima dell’ingresso in autostrada. Il risparmio può essere ancora più consistente affidandosi alle pompe bianche e ai distributori della GDO: Auchan propone la benzina self a 1,6745 €/l, CONAD a 1,68 €/l, COOP a 1,6814 €/l — valori inferiori di 6–7 centesimi rispetto alla media nazionale e fino a 10 centesimi sotto i marchi più cari sulla rete ordinaria.
Il nodo cambio: l’euro forte fa da scudo (ma fino a quando?)
Un fattore che ha parzialmente protetto l’Italia nelle ultime settimane è il tasso di cambio. Il cambio USD/EUR si attesta a 0,8531 (ovvero 1 dollaro = 0,8531 euro), il che equivale a circa 1,171 dollari per euro. L’euro relativamente forte rispetto al dollaro abbassa il costo di importazione del greggio denominato in valuta americana. Se il cambio fosse rimasto ai livelli di maggio 2025 — quando si toccava un minimo di 0,9015 USD per euro (ossia 1,109 dollari per euro) — lo stesso barile a 105,88 dollari costerebbe circa 95,47 euro invece dei 90,42 attuali. Cinque euro di differenza a barile non sono trascurabili su volumi di importazione che per l’Italia superano il milione di barili al giorno.
Tuttavia, il mercato valutario è intrinsecamente volatile. Negli ultimi 90 giorni il cambio USD/EUR si è mosso tra 0,8319 e 0,8745, con una volatilità dello 0,40%. Un eventuale indebolimento dell’euro — magari provocato da una BCE costretta a tagliare i tassi per sostenere l’economia europea colpita dalla crisi energetica — aggiungerebbe ulteriore pressione al rialzo sui prezzi alla pompa.
Cosa aspettarsi nella prossima settimana
La settimana 27 aprile – 3 maggio sarà segnata da due fattori: la festività del Primo Maggio, che porterà un aumento della domanda per gli spostamenti di media percorrenza, e l’evoluzione dei negoziati USA-Iran, che potrebbe muovere il Brent di 5–10 dollari in entrambe le direzioni.
Le nostre previsioni operative:
1. Prezzi alla pompa: la benzina self potrebbe salire di 2–4 centesimi nella prossima settimana se il Brent resta sopra 105 dollari. Il gasolio, più esposto alle tensioni sui distillati medi, potrebbe toccare i 2,08–2,10 €/l in self-service a livello nazionale.
2. Brent: il range atteso è 100–112 dollari. Un eventuale annuncio positivo sui colloqui di pace potrebbe far scendere il greggio sotto 100 dollari, ma gli analisti avvertono che anche se lo Stretto si riaprisse, potrebbero servire mesi perché i flussi di approvvigionamento si normalizzino completamente.
3. Effetto logistica: le raffinerie in Medio Oriente e in Asia, già vincolate dalle interruzioni alle forniture di feedstock, hanno tagliato la lavorazione di circa 6 milioni b/g ad aprile. Ciò significa meno benzina e gasolio sul mercato globale, e più pressione sui crack spread europei che si rifletterà sui prezzi dei prodotti raffinati.
4. GPL e metano: il GPL resta relativamente stabile a 0,7895 €/l self (una buona notizia per chi ha un’auto bifuel), ma potrebbe risentire della riduzione delle forniture di GNL dal Golfo. Il metano auto a 1,5135 €/l mantiene il suo vantaggio competitivo, anche se la volatilita globale del gas naturale è un fattore da monitorare.
Il quadro completo: vulnerabilità strutturale italiana
Questa settimana ha reso evidente un dato di fondo: l’Italia resta uno dei Paesi europei più vulnerabili a una crisi energetica internazionale. Le ragioni sono strutturali e ben note:
• Dipendenza dalle importazioni: l’Italia importa oltre l’85% del petrolio che consuma. Non ha una produzione domestica rilevante e dipende fortemente dalle rotte marittime mediterranee, che a loro volta sono alimentate dai flussi del Golfo Persico.
• Fiscalità tra le più alte d’Europa: con accise a 72,84 centesimi sulla benzina e 61,74 centesimi sul gasolio, più l’IVA al 22% calcolata sull’intero importo (accisa inclusa), il carico fiscale rappresenta circa il 55–60% del prezzo alla pompa. Questo significa che anche un greggio a buon mercato produce benzina cara.
• Parco auto anziano: l’età media del parco circolante italiano supera i 12 anni. Molte auto consumano più dei modelli recenti, amplificando l’impatto economico di ogni centesimo in più alla pompa.
• Trasporto merci su gomma: con l’80% delle merci che viaggia su strada, ogni rialzo del gasolio si propaga a cascata sull’intera economia — dai prodotti alimentari ai materiali da costruzione.
Le misure di contenimento adottate dal governo italiano nei mesi scorsi — il taglio temporaneo delle accise — hanno fornito un sollievo parziale. Ma le accise attuali restano comunque elevate in termini assoluti, e ulteriori tagli comporterebbero un costo significativo per le casse pubbliche in un momento di già difficile equilibrio di bilancio.
Conclusione: la calma prima dell’onda?
Il dato della settimana che chiude aprile 2026 è paradossalmente rassicurante e inquietante allo stesso tempo. Rassicurante perché i prezzi alla pompa italiana non hanno (ancora) recepito il rialzo esplosivo del Brent: benzina a 1,738 €/l e gasolio a 2,059 €/l sono valori alti ma non estremi per gli standard recenti. Inquietante perché la catena di trasmissione dei prezzi ha un ritardo fisiologico di 2–3 settimane, e se il Brent resta stabilmente sopra i 105 dollari — come suggeriscono tutti gli scenari in assenza di riapertura dello Stretto di Hormuz — l’onda di piena arriverà alle colonnine italiane nel corso di maggio.
Per i lettori che pianificano spostamenti nel ponte del Primo Maggio, il consiglio pratico è semplice: rifornite prima dell’autostrada, preferite le pompe della GDO dove possibile, e considerate che il gasolio potrebbe aumentare più della benzina nelle prossime settimane a causa dello specifico stress sui distillati medi. Chi volesse approfondire l’andamento storico o confrontare i prezzi nella propria zona può consultare le nostre analisi settimanali e gli approfondimenti dedicati.
Il mondo dell’energia è in questo momento su un crinale: da un lato la più grande disruption dell’offerta petrolifera dalla crisi degli anni Settanta, dall’altro una frenetica attività diplomatica che potrebbe, in qualsiasi momento, cambiare radicalmente lo scenario. Noi continueremo a monitorare i dati giorno per giorno.