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E se lo Stretto di Hormuz non dovesse riaprire - cosa succederebbe?

E se lo Stretto di Hormuz non dovesse riaprire - cosa succederebbe?

A cura della redazione di Benzina24 - Riproduzione vietata

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E se lo Stretto di Hormuz non dovesse riaprire… cosa succede?

Lo Stretto di Hormuz — striscia d'acqua larga appena 33 chilometri tra le coste dell'Iran e dell'Oman — è tornato prepotentemente al centro del dibattito globale. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto il 20% delle forniture petrolifere globali e volumi significativi di gas naturale liquefatto. Per gli automobilisti italiani, già alle prese con il diesel sopra i 2 €/litro e la benzina in costante risalita, la domanda è concreta e urgente: cosa accadrebbe se questo passaggio non tornasse pienamente operativo?

In questa guida analizziamo lo scenario di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, le sue ricadute sui prezzi dei carburanti in Italia, le riserve strategiche a disposizione del Paese e i consigli pratici per chi si muove ogni giorno su quattro ruote. Un'analisi basata su dati di fonti autorevoli — IEA, EIA, Federal Reserve di Dallas, MASE, OCSIT e OPEC — per offrire un quadro realistico senza allarmismi, ma senza minimizzare la portata di quello che diversi analisti definiscono il più grave shock energetico degli ultimi decenni.

Lo Stretto di Hormuz: cos'è e perché è strategico

Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, garantendo lo sbocco nel Mar Arabico e nell'Oceano Indiano. Si tratta della via d'acqua più importante al mondo per i combustibili fossili: ogni giorno vi passava circa un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati per mare.Secondo l'analisi dell'EIA, nel 2024 il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz ha raggiunto una media di 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi.

I Paesi produttori che dipendono da questa rotta includono Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Iran. I Paesi mediorientali hanno prodotto il 32% del petrolio grezzo mondiale nel 2025, con Arabia Saudita, Iraq, Iran, Emirati Arabi e Kuwait tutti nella top 10. Senza Hormuz, il grosso di questa produzione resta bloccato nei giacimenti o nei porti del Golfo, incapace di raggiungere i mercati internazionali.

Non si tratta soltanto di petrolio. Secondo l'IEA, nel 2025 attraverso Hormuz sono transitati poco più di 112 miliardi di metri cubi di GNL, quasi il 20% del commercio globale. Qatar ed Emirati rappresentano una quota decisiva dell'export mondiale di gas liquefatto, e per il gas non esistono vere rotte alternative equivalenti, dato che gli altri impianti globali di liquefazione lavorano già vicino alla capacità massima.

La crisi 2026: cosa è successo e come siamo arrivati qui

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto seguito allo scoppio del conflitto militare con l'Iran il 28 febbraio 2026.I transiti navali attraverso lo Stretto sono diminuiti da una media di 141 al giorno tra il 1° e il 27 febbraio a livelli a una sola cifra di marzo, con un calo del 97%. Un crollo senza precedenti che ha stravolto le catene di approvvigionamento energetico planetarie e costretto governi e aziende a cercare soluzioni d'emergenza.

Il conflitto ha causato immediata volatilità sui mercati energetici, con il Brent che è schizzato del 10-13% fino a circa 80-82 dollari al barile nei primi giorni di marzo. Da lì i prezzi hanno continuato a salire: il Brent si è aggirato intorno ai 110 dollari al barile nei primi giorni di aprile.Secondo l'amministratore delegato dell'ADNOC, al 9 aprile 230 petroliere cariche erano ancora in attesa all'interno del Golfo.

Una tregua annunciata nei giorni scorsi tra USA e Iran ha temporaneamente ridotto le quotazioni, ma senza una riapertura effettiva dello Stretto il sollievo resta limitato: il cessate il fuoco di per sé non sta allentando lo shock globale su petrolio e gas. La domanda chiave per milioni di automobilisti italiani rimane quindi la stessa: e se non si riaprisse?

Precedenti storici: le crisi passate legate a Hormuz

Lo Stretto di Hormuz è stato al centro di tensioni geopolitiche per decenni. Durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta (1980-1988), la cosiddetta “guerra delle petroliere” portò ad attacchi su centinaia di navi mercantili nel Golfo Persico. I prezzi del greggio raggiunsero picchi di 40 dollari al barile dell'epoca, equivalenti a oltre 100 dollari attuali aggiustati per l'inflazione, anche se la produzione non fu mai completamente interrotta.

Nel 2012, l'Iran minacciò esplicitamente di chiudere lo Stretto in risposta alle sanzioni occidentali sul proprio programma nucleare. La sola minaccia fece salire il Brent sopra i 120 dollari al barile. Nel 2019, il sequestro di petroliere britanniche e gli attacchi alle strutture petrolifere saudite di Abqaiq spinsero temporaneamente il Brent a toccare i 70 dollari al barile, con un singolo picco intra-giornaliero superiore del 15% in apertura.

Tuttavia, in nessuno di questi casi si è verificata una chiusura effettiva e prolungata dello Stretto. Molti analisti di oggi tracciano paralleli diretti con lo shock petrolifero degli anni Settanta, avvertendo che una chiusura prolungata di Hormuz potrebbe generare una crisi ancora più grave. Il motivo è semplice: nel 1973 l'embargo OPEC colpì circa il 7-9% dell'offerta globale; oggi dallo Stretto transita il 20% del petrolio mondiale, una quota decisamente superiore.

Scenario di chiusura prolungata: l'impatto sul prezzo del barile

Cosa succederebbe se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso per mesi? Le stime degli analisti delineano scenari progressivamente più gravi a seconda della durata dell'interruzione. Secondo il modello della Federal Reserve di Dallas, una chiusura che rimuova circa il 20% delle forniture globali spingerebbe il prezzo medio del WTI a 98 $/barile nel secondo trimestre 2026, con una riduzione della crescita del PIL mondiale di 2,9 punti percentuali annualizzati.Se la chiusura dovesse protrarsi per tre trimestri, il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i 132 dollari al barile entro fine anno.Goldman Sachs ha avvertito che il Brent potrebbe restare stabilmente sopra i 100 $/barile se lo Stretto rimane per lo più chiuso ancora per un mese. Gli scenari più estremi arrivano dagli analisti di Oxford Economics e dal Nobel Paul Krugman: secondo Oxford Economics, i prezzi supererebbero i 150 dollari al barile in poche settimane se lo Stretto resta impraticabilementre Krugman ha dichiarato che “non è affatto difficile immaginare uno scenario a 150 dollari, e non è irragionevole ipotizzare 200 dollari”.

Scenario temporale Prezzo stimato WTI/Brent ($/barile) Fonte principale
Pre-crisi (febbraio 2026) ~73 € Quotazione Brent 27/02
Chiusura 1 trimestre 98 – 110 $ Fed Dallas / Goldman Sachs
Chiusura 2 trimestri 115 – 132 $ Fed Dallas
Chiusura 6+ mesi 150 – 200 $ Oxford Economics / Krugman / FGE
Chiusura oltre 1 anno Demand destruction – recessione globale Bloomberg / Carlyle Group

Secondo Jeff Currie di Carlyle Group, in uno scenario di chiusura prolungata si potrebbe perdere tra i 5 e i 10 milioni di barili al giorno di domanda, un impatto paragonabile a quello degli shock degli anni Settanta — con la differenza che stavolta la transizione energetica verrebbe “imposta in modo doloroso e molto rapido”.

L'impatto sull'Italia: dipendenza energetica e prezzi alla pompa

L'Italia è un Paese strutturalmente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili. Il tasso di dipendenza petrolifera italiano era superiore al 94% nel 2021, e la situazione non è cambiata in modo sostanziale. Nel 2023 l'Azerbaijan ha esportato circa 11 milioni di tonnellate di greggio verso l'Italia, posizionandosi come primo fornitore, seguito da Libia, Stati Uniti e Iraq.L'area del Golfo pesa ancora per circa il 10% del gas e il 12% del petrolio importati dall'Italia.

Potrebbe sembrare una quota gestibile, ma il punto fondamentale è un altro: anche se l'Italia non compra direttamente tutto quel petrolio dal Golfo, il prezzo del greggio è globale: se sale il benchmark internazionale, salgono i costi per tutti. Il mercato petrolifero è un sistema di vasi comunicanti: ogni barile mancante dal Golfo fa aumentare la competizione su tutti gli altri barili disponibili, dall'Africa al Nord America.

Gli effetti sui prezzi alla pompa sono già tangibili. Prima della guerra, il 27 febbraio, la benzina self costava in media 1,67 €/litro; dopo lo scoppio del conflitto e prima del taglio delle accise, era salita a 1,86 €/litro.Il diesel, nello stesso periodo, è passato da 1,72 €/litro a 2,10 €/litro.Il Governo ha prorogato fino al 1° maggio 2026 il taglio delle accise di circa 24,4 centesimi al litro, ma come vedremo nelle stime qui sotto, questo sconto rischia di essere insufficiente in scenari prolungati.

Simulazione: quanto potrebbe costare il pieno in caso di chiusura prolungata

Per comprendere l'impatto concreto sugli automobilisti, è utile simulare come il prezzo alla pompa reagirebbe a incrementi progressivi del costo del barile. Va ricordato che in Italia la componente fiscale (accise + IVA al 22%) rappresenta circa il 55-60% del prezzo finale della benzina e oltre il 50% per il diesel. Ciò significa che un raddoppio del prezzo del barile non si traduce in un raddoppio del prezzo al distributore, ma l'aumento resta molto significativo.

La tabella seguente proietta il prezzo medio di benzina e diesel partendo dai dati MIMIT aggiornati di aprile 2026, ipotizzando il mantenimento dell'attuale taglio accise e tre livelli di aumento del prezzo del greggio rispetto ai valori correnti.

Carburante Prezzo attuale (€/l) Barile +50% (~150 $) Barile +100% (~200 $) Barile +150% (~250 $)
Benzina self 1,784 € ~2,10 – 2,20 € ~2,45 – 2,60 € ~2,80 – 3,00 €
Gasolio self 2,161 € ~2,50 – 2,65 € ~2,90 – 3,10 € ~3,30 – 3,50 €
GPL 0,798 € ~0,95 – 1,00 € ~1,10 – 1,20 € ~1,30 – 1,40 €
Metano 1,577 €/kg ~2,00 – 2,20 €/kg ~2,50 – 2,80 €/kg ~3,00 – 3,40 €/kg

In termini pratici, con un barile a 200 dollari un pieno da 50 litri di gasolio costerebbe tra i 145 e i 155 €, rispetto ai circa 108 € attuali. Per un pendolare che percorre 30.000 km l'anno con un'auto diesel (consumo medio 5,5 l/100 km), la spesa annua per carburante passerebbe da circa 3.560 € a oltre 4.800-5.100 €: un aggravio di 1.200-1.500 € all'anno. Senza contare gli effetti a catena su tutti gli altri prezzi al consumo.

Rotte alternative e oleodotti: quanto possono compensare

Arabia Saudita ed Emirati dispongono di oleodotti che permettono di bypassare in parte lo Stretto, ma né capacità né logistica sono sufficienti a sostituire integralmente i volumi normali. Il più importante è l'East-West Pipeline saudita (noto anche come Petroline), che collega i giacimenti dell'est alla costa del Mar Rosso presso Yanbu, con una capacità teorica di circa 5 milioni di barili al giorno. L'Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP) degli Emirati può trasportare fino a 1,5 milioni di barili verso Fujairah, sul Golfo di Oman, aggirando lo Stretto.

Sommati, questi oleodotti offrono una capacità di riserva di circa 6-6,5 milioni di barili al giorno, che però coprirebbe solo un terzo dei volumi che normalmente transitano via Hormuz. Parte del petrolio è stata reindirizzata attraverso queste condotte, ma la capacità è limitata. La logistica dei porti alternativi, inoltre, non è dimensionata per gestire volumi tanto superiori alla norma: servirebbero settimane o mesi per adeguare banchine, stoccaggi e rotte delle petroliere.

L'Iraq rappresenta un caso interessante: la compagnia petrolifera statale Basra Oil Company ha dichiarato di poter ripristinare esportazioni per circa 3,4 milioni di barili al giorno entro una settimanaa condizione che lo Stretto riapra — dato che i suoi terminal nel Golfo Persico dipendono anch'essi da Hormuz. L'alternativa dell'oleodotto Kirkuk-Ceyhan, che raggiunge la Turchia, ha capacità ridotta e ha subito interruzioni frequenti negli ultimi anni.

Riserve strategiche: il paracadute italiano e internazionale

L'operazione coordinata dall'AIE ha previsto il rilascio complessivo di fino a 400 milioni di barili dalle riserve dei Paesi membri — un'operazione senza precedenti, superiore persino ai 182,7 milioni rilasciati nel 2022 dopo l'invasione russa dell'Ucraina.Il contributo italiano ammonta a 9,966 milioni di barili, circa il 2,5% del totale.Il livello delle scorte italiane, aggiornato al primo aprile, ammonta a 11,9 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, pari a circa 90 giorni di importazioni nette.Il sistema si articola su due pilastri: le industrie petrolifere detengono circa 67 giorni di importazioni nette, mentre l'OCSIT (Organismo Centrale di Stoccaggio Italiano) gestisce scorte per 23 giorni.Per l'anno scorta 2025, l'OCSIT ha detenuto direttamente 2.208.248 tonnellate di prodotti petroliferi, pari a circa 16 milioni di barili, di prodotti già raffinati e pronti per essere immessi rapidamente sul mercato.

Tuttavia, è fondamentale capire che le riserve strategiche sono uno strumento temporaneo: se il deficit globale rimanesse nell'ordine degli 8-10 milioni di barili al giorno, nessun rilascio coordinato potrebbe compensarlo a lungo.Con queste scorte, il Paese può garantire un'autonomia di circa 60 giorni di consumo effettivo, ma si tratta di un cuscinetto che si assottiglia rapidamente. Se la crisi si protraesse per sei mesi o più, le riserve sarebbero in larga parte esaurite e l'Italia dovrebbe fare affidamento esclusivamente sulle forniture alternative — con inevitabili razionamenti.

Conseguenze a catena: trasporti, inflazione e vita quotidiana

L'aumento del prezzo dei carburanti non colpisce soltanto chi fa il pieno all'auto. Quando aumenta il prezzo dell'energia, aumenta il prezzo di quasi tutto ciò che deve essere prodotto, trasportato, refrigerato, imballato o spedito. Questo meccanismo di trasmissione è particolarmente incisivo in un Paese come l'Italia, dove oltre l'85% delle merci viaggia su gomma.

Secondo il Codacons, ogni settimana la guerra in Iran costa 150 milioni di euro in più ai cittadini italiani, soprattutto a causa dell'aumento dei carburanti, che si ripercuotono poi su buona parte dei prodotti e dei servizi. In uno scenario di chiusura prolungata, gli effetti si amplificano esponenzialmente: il prezzo del pane (che dipende da trasporti e fertilizzanti), la frutta e la verdura, i prodotti surgelati (catena del freddo), le consegne e-commerce — tutto subirebbe rincari.

La chiusura ha effetti anche sui prezzi alimentari, perché se i prezzi dei fertilizzanti aumentano l'effetto si trasferisce rapidamente all'agricoltura.La quasi totale interruzione del traffico nello Stretto ha causato una significativa disruption nella fornitura globale di zolfo, dato che i Paesi del Golfo rappresentano circa il 45% della produzione mondiale. Per un Paese come l'Italia, che ha un settore agroalimentare da oltre 60 miliardi di euro di export annuo, l'impatto sarebbe strutturale.

Per i pendolari, che in Italia sono circa 13 milioni secondo ISTAT, il rincaro dei carburanti si tradurrebbe in un vero e proprio “salario eroso”. Un pendolare che percorre 40 km al giorno (andata e ritorno) con un'auto a benzina vedrebbe la propria spesa mensile salire dai circa 150-170 € attuali a 200-250 € nello scenario a 150 $/barile, fino a 280-350 € con il barile a 200 dollari. Un peso insostenibile per molte famiglie italiane con redditi medi.

L'effetto sulla bolletta energetica e sul gas naturale

Lo Stretto di Hormuz non è solo un'arteria petrolifera: è anche un passaggio cruciale per il gas naturale liquefatto. Se Hormuz si blocca, il Qatar — uno dei giganti mondiali del GNL — fatica a esportare il proprio gas. Secondo l'IEA, Qatar ed Emirati insieme rappresentano quasi il 20% dell'export mondiale di GNL.I prezzi spot del GNL in Asia sono più che raddoppiati dopo la dichiarazione di forza maggiore di QatarEnergy sull'impianto di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione al mondo.Per quanto riguarda il mercato elettrico italiano, la correlazione tra prezzo del gas e PUN (Prezzo Unico Nazionale) resta evidente, dato che in molte ore l'impianto marginale è ancora il turbogas. Ciò significa che un'impennata del gas si trasforma automaticamente in un aumento delle bollette elettriche, colpendo famiglie e imprese. L'ARERA segnala che nel 2024 le importazioni italiane di GNL sono state pari a 14,7 miliardi di m³, e il 95% di questi volumi arrivava da Qatar, Algeria e Stati Uniti. La perdita della componente qatariota peserebbe sensibilmente sulla bolletta nazionale.

Per le famiglie italiane, già provate dalla crisi energetica del 2022, si profilerebbe un nuovo ciclo di rincari che potrebbe durare mesi. La Commissione Europea sta valutando piani di razionamento dei carburanti in caso di peggioramento della situazione, segno che lo scenario non è più ipotetico ma concretamente in discussione nelle capitali europee.

Il taglio delle accise: quanto può reggere lo Stato

Il Governo Meloni ha prorogato il taglio delle accise su benzina e gasolio con un decreto da 500 milioni di euro, garantendo uno sconto di 24,4 centesimi al litro fino al 1° maggio 2026.Senza questa misura, la benzina sarebbe tornata rapidamente a sfiorare i 2 €/litro e il gasolio avrebbe rischiato di superare quota 2,30 €.

Ma i conti dello Stato non sono infiniti. Il precedente taglio, varato il 18 marzo, era costato 527,4 milioni di euro, recuperati con pesanti tagli ai ministeri dell'Economia (-127,5 mln), Infrastrutture (-96,5 mln) e Salute (-86 mln). In uno scenario di crisi prolungata, prorogare questa misura per sei mesi costerebbe circa 3 miliardi di euro, una cifra che richiederebbe manovre straordinarie, nuove fonti di entrata o un ricorso al deficit. Il rischio è che il governo sia costretto a scegliere tra mantenere lo sconto sui carburanti e tagliare servizi essenziali — una scelta politicamente e socialmente insostenibile nel lungo periodo.

Va inoltre ricordato che l'IVA al 22% si calcola anche sulle accise, creando un effetto “tassa sulla tassa” particolarmente gravoso. Ogni aumento della componente industriale del prezzo genera un incremento più che proporzionale del prezzo finale. È un meccanismo che associazioni di consumatori e opposizioni denunciano da anni, e che in uno scenario di crisi Hormuz diventerebbe ancora più evidente e insostenibile per le famiglie.

Cosa possono fare gli automobilisti per prepararsi

In un contesto di forte incertezza, gli automobilisti italiani possono adottare alcune strategie concrete per contenere l'impatto sui propri bilanci. Ecco le più efficaci, ordinate per facilità di implementazione:

  • Monitorare i prezzi quotidianamente: il portale del MIMIT (Osservatorio Prezzi Carburanti) riporta i prezzi aggiornati di oltre 21.600 distributori su tutto il territorio nazionale. Strumenti come Benzina24.it consentono di confrontare rapidamente i prezzi nella propria zona, individuando le stazioni più convenienti.
  • Privilegiare i distributori indipendenti: le cosiddette “pompe bianche” (no logo) mantengono generalmente un differenziale di 3-8 centesimi al litro rispetto ai marchi principali. Su 3.635 impianti indipendenti censiti dal MIMIT, il risparmio annuo può superare i 150-200 € per un automobilista medio.
  • Adottare uno stile di guida efficiente: mantenere velocità costanti, evitare accelerazioni brusche, spegnere il motore alle soste prolungate e controllare la pressione degli pneumatici può ridurre i consumi del 10-15%. Con il diesel a 2,16 €/litro, significa risparmiare 250-400 € l'anno.
  • Valutare il car sharing e il carpooling: condividere gli spostamenti casa-lavoro con colleghi dimezza o riduce di un terzo il costo individuale del carburante. Con le app di carpooling aziendale, organizzare i turni è più semplice che mai.
  • Pianificare gli spostamenti: accorpare più commissioni in un unico viaggio, evitare le ore di punta per ridurre i consumi da traffico, programmare i rifornimenti nei giorni e nelle fasce orarie in cui i prezzi sono statisticamente più bassi.

Alimentazioni alternative: GPL, metano, elettrico a confronto

In uno scenario di crisi prolungata, le alimentazioni alternative acquistano un'attrattiva crescente. Il GPL, attualmente a 0,798 €/litro, offre un risparmio di oltre il 55% rispetto alla benzina e del 63% rispetto al diesel. Anche ipotizzando un aumento del GPL a 1 €/litro nello scenario a barile +50%, resterebbe significativamente più economico. L'installazione di un impianto GPL su un'auto a benzina costa tra 1.200 e 2.000 € e si ripaga in 15.000-25.000 km a seconda dell'uso.

Il metano auto (GNC) a 1,577 €/kg resta competitivo, ma è più sensibile alle fluttuazioni del gas naturale: in caso di blocco del GNL dal Golfo, il suo prezzo potrebbe salire significativamente. Inoltre, la rete di distributori metano in Italia conta solo circa 1.600 punti vendita — molto meno capillare rispetto a benzina e diesel. Per chi vive in aree con buona copertura, però, resta un'opzione valida.

L'auto elettrica è l'unica alimentazione completamente scollegata dal prezzo del petrolio. Il costo di ricarica domestica si aggira intorno a 0,25-0,35 €/kWh, equivalente a circa 3-5 € per 100 km contro i 10-12 € di un'auto a benzina e gli 8-10 € di un diesel. Terna ricorda che nel 2024 la capacità rinnovabile installata in Italia è salita a 74,5 GW, pari al 54% della potenza efficiente lorda totale. Ogni kWh prodotto da fonti rinnovabili domestiche è, per definizione, immune dalle tensioni su Hormuz. Il limite resta il costo iniziale d'acquisto (ancora elevato) e l'infrastruttura di ricarica, in miglioramento ma non ancora capillare in tutto il Paese.

Aspetti legali e normativi: cosa prevede l'Italia in caso di emergenza energetica

Il quadro normativo italiano prevede strumenti specifici per le crisi energetiche. La Direttiva 2009/119/CE dell'Unione Europea obbliga ogni Stato membro a detenere scorte petrolifere pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette o 61 giorni di consumo interno, scegliendo il valore più alto. L'Italia rispetta questo parametro grazie al sistema articolato su OCSIT e operatori privati obbligati.

In caso di crisi acuta, il Governo può attivare il Piano di Emergenza del Sistema Energetico, che prevede tre livelli di intervento: allerta precoce, allarme e emergenza. All'ultimo livello, lo Stato può imporre il razionamento dei carburanti, fissare limiti alla vendita per singolo utente, limitare gli orari di apertura dei distributori e imporre limiti di velocità ridotti (analogamente a quanto avvenne nel 1973 con le “domeniche a piedi”). Il Decreto Legislativo 249/2012, che ha recepito la direttiva europea sulle scorte, disciplina nel dettaglio le procedure di rilascio delle riserve strategiche.

Il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha la facoltà di disporre il rilascio delle scorte con decreto ministeriale, coordinandosi con l'AIE. Anche dopo il rilascio concordato, il MASE assicura che l'Italia continuerà a rispettare gli obblighi europei mantenendo livelli adeguati di riserve strategiche. Tuttavia, ripetuti rilasci in un contesto di crisi prolungata eroderebbero progressivamente questo cuscinetto, ponendo il Paese di fronte a scelte difficili.

Il confronto con gli altri Paesi europei

L'Italia non è il Paese europeo più esposto alla crisi di Hormuz, ma nemmeno il più protetto. L'Arabia Saudita fornisce circa il 7% del fabbisogno petrolifero europeo, l'Iraq circa il 5,7%; complessivamente gli USA coprono il 16%, la Norvegia il 13,5% e il Kazakistan l'11,5%.Secondo il think tank ifo Institute, circa il 6,2% delle importazioni di greggio e l'8,7% delle importazioni di GNL dell'UE transitano nello Stretto.La Libia era la principale fonte di greggio per l'Italia nei primi sette mesi del 2024, il che rappresenta un vantaggio relativo: le forniture libiche raggiungono l'Italia attraverso il Mediterraneo e non dipendono da Hormuz. L'Azerbaijan, principale fornitore italiano, utilizza l'oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) che scarica sul Mediterraneo orientale, anch'esso indipendente dallo Stretto.

La Germania, per confronto, dipende maggiormente dai mercati spot globali e ha i depositi di gas riempiti solo al 22% a inizio primavera 2026 — un livello preoccupante. I Paesi del G7 hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili di riserve strategiche, la più grande distribuzione di emergenza mai effettuata, a testimonianza della gravità della situazione. Nessun Paese europeo, però, può definirsi realmente al sicuro in uno scenario di chiusura prolungata: il mercato dell'energia è globale e interconnesso.

La transizione energetica: da vulnerabilità a opportunità

La crisi di Hormuz sta accelerando un dibattito che già da anni anima il settore energetico: la diversificazione delle fonti non è più solo una questione ambientale, ma una priorità di sicurezza nazionale. Ogni gigawatt rinnovabile in più e ogni pezzo di rete elettrica rafforzata tolgono peso al gas importato e ai prezzi che si formano altrove.Alcuni osservatori hanno ribattezzato questa crisi come “il Covid dell'energia”, pensando alla spinta positiva che potrebbe nascere — una nuova mappa delle rotte energetiche paragonabile alla spinta verso la digitalizzazione dopo il 2020-2021. Nuove infrastrutture, oleodotti alternativi, diversificazione dei fornitori, espansione delle rinnovabili e investimenti nella mobilità elettrica: sono tutte direzioni che la crisi rende non più rinviabili.

Per l'Italia, il piano PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima) punta a raggiungere il 64% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030. Terna prevede di integrare almeno 65 GW aggiuntivi di capacità rinnovabile entro il 2030. In un contesto in cui ogni punto percentuale di dipendenza dal Golfo Persico si traduce in vulnerabilità economica, accelerare questa transizione diventa una forma di assicurazione geopolitica per il Paese e per i portafogli delle famiglie italiane.

FAQ: le domande più frequenti sulla crisi di Hormuz

L'Italia rischia di restare senza benzina? Nel breve periodo no. Le riserve strategiche coprono circa 90 giorni di importazioni nette, e la diversificazione dei fornitori (Libia, Azerbaijan, USA) limita l'esposizione diretta al Golfo. Tuttavia, in caso di chiusura superiore ai 3-4 mesi, il rischio di razionamento diventa concreto.

Perché il diesel è aumentato più della benzina? La risposta sta nella rimodulazione delle accise entrata in vigore a inizio 2025, che ha innalzato la tassazione sul gasolio avvicinandola a quella della benzina. L'effetto si somma all'aumento delle quotazioni internazionali del diesel, particolarmente colpite dalla perdita dei flussi di prodotti raffinati dal Golfo.

Conviene fare scorta di carburante? No, se non in quantità modeste e in contenitori omologati. Fare il pieno quando i prezzi sono al minimo della settimana è ragionevole; accumulare taniche di carburante in garage è vietato dalla normativa antincendio (il D.M. 16 febbraio 1982 e il D.Lgs. 81/2008 impongono limiti severi allo stoccaggio domestico) e pericoloso.

Quanto durera questa situazione? Nessuno può saperlo con certezza. Secondo WoodMackenzie, anche se lo Stretto riaprisse oggi senza restrizioni, la ripresa delle forniture mediorientali richiederebbe diversi mesi — probabilmente fino alla fine dell'estate. La variabile chiave resta l'esito dei negoziati diplomatici e l'eventuale riapertura sicura della navigazione.

Prospettive future: scenari possibili nei prossimi mesi

Al momento della stesura di questa guida (aprile 2026), non ci sono segnali concreti che la recente tregua si stia traducendo in una riapertura effettiva dello Stretto; secondo il CEO dell'ADNOC, Hormuz “non è ancora aperto” e l'Iran continua a restringere e condizionare il traffico. Lo scenario resta dunque fluido e incerto.

I percorsi possibili sono essenzialmente tre. Nel caso migliore, un accordo diplomatico stabile porterebbe alla riapertura graduale dello Stretto entro l'estate, con un ritorno del Brent verso gli 80-90 $/barile e un progressivo rientro dei prezzi alla pompa. Nel caso intermedio, una riapertura parziale e condizionata (con “pedaggio iraniano” e restrizioni selettive) manterrebbe i prezzi elevati ma eviterebbe i picchi più estremi: benzina tra 1,90 e 2,10 €, diesel tra 2,20 e 2,50 €. Nel caso peggiore, una chiusura prolungata oltre i sei mesi innescherebbe una recessione globale, con distruzione della domanda come unico meccanismo di riequilibrio — uno scenario in cui anche l'Italia entrerebbe in recessione tecnica.

Secondo WoodMackenzie, un prezzo medio del Brent superiore ai 90 dollari al barile nel 2026 rallenterebbe significativamente la crescita economica globale e potrebbe spingere USA e UE verso la recessione. Per l'Italia, fortemente esposta al costo dell'energia come input produttivo, le conseguenze sarebbero amplificate.

In conclusione, la crisi dello Stretto di Hormuz ci ricorda una verità scomoda ma fondamentale: la sicurezza energetica non è un concetto astratto, ma qualcosa che si misura ogni giorno al distributore, nella bolletta e nel carrello della spesa. Che la riapertura arrivi tra settimane o tra mesi, il messaggio per gli automobilisti italiani è chiaro: diversificare le proprie abitudini di mobilità, monitorare attivamente i prezzi e considerare seriamente le alternative ai combustibili fossili non sono più scelte “ecologiste”, ma strategie di autodifesa economica. Ogni litro risparmiato oggi è un piccolo investimento contro l'incertezza di domani.

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