2,2366 €/litro. È il prezzo medio nazionale del gasolio self-service rilevato oggi, 26 ottobre 2026, su oltre 16.600 distributori monitorati dal MIMIT. Un numero che, da solo, racconta la gravità della fase che sta attraversando il mercato energetico italiano. La benzina self-service viaggia a 2,0169 €/litro, ben oltre la soglia psicologica dei 2 euro, mentre il servito tocca rispettivamente 2,1382 e 2,256 €/litro. Cifre che fino a pochi mesi fa appartenevano solo agli scenari più pessimistici degli analisti e che oggi sono la realtà quotidiana di milioni di automobilisti.
Il contesto che spiega questi numeri ha un nome e una geografia precisi: la crisi del 2026 è causata dal conflitto tra Iran e la coalizione USA-Israele, che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita oltre il 20% del commercio mondiale di petrolioL'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) ha definito questa la più grande interruzione di approvvigionamento petrolifero della storia, con quasi 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi normalmente in transito attraverso lo Stretto bloccati. E l'Italia, Paese che importa la quasi totalità del greggio che consuma, si trova in prima linea tra le economie più esposte.
Il Brent oltre 115 dollari: un mese di escalation continua
Il quadro si comprende meglio guardando la traiettoria del petrolio nell'ultimo mese. Il Brent è sceso a 114,53 dollari al barile il 26 ottobre 2026, in calo dell'1,87% rispetto alla seduta precedente, ma il dato di giornata non deve trarre in inganno: nell'ultimo mese, il prezzo del Brent è salito del 17,07% ed è in rialzo del 76,48% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedenteAl 20 ottobre il Brent era a 115,22 dollari al barile, in aumento dell'89,8% rispetto ai 60,71 dollari di un anno prima. La media 2026, secondo le rilevazioni storiche, si attesta attorno ai 95 dollari, rispetto ai 69,14 dollari di media del 2025.
Il dato del briefing MIMIT conferma la volatilità: il Brent è passato dai 109,10 dollari di lunedì 20 ottobre ai 117,38 di venerdì 24 ottobre — un balzo di oltre 8 dollari in quattro sedute — prima di ritracciare a 115,19 dollari nella giornata odierna. Il greggio è salito sopra i 116 dollari venerdì, raggiungendo il livello più alto da giugno 2022, mentre crescono le aspettative che gli USA possano riprendere i raid contro l'Iran nelle prossime settimane.
Il leggero arretramento odierno va interpretato con cautela. La guerra si protrae ormai da otto mesi senza una fine in vista, ma i mercati petroliferi non sono ancora precipitati nel baratro, grazie soprattutto al parziale ripristino dei flussi attraverso lo Stretto. Le esportazioni di greggio dal Golfo sono riprese in modo significativo nei giorni scorsi, nonostante un'impennata degli attacchi alle navi nell'area dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, questa ripresa resta fragile e, come vedremo, non sufficiente a contenere i prezzi alla pompa in Europa e in Italia.
Dal barile alla pompa: la catena che amplifica ogni oscillazione
Per capire perché gli automobilisti italiani pagano quello che pagano, bisogna seguire il percorso del greggio dal pozzo al distributore. Il meccanismo è una catena a più anelli, ciascuno dei quali aggiunge costi — e in Italia ne aggiunge più che altrove.
Il primo passaggio è la conversione valutaria: il petrolio si compra in dollari. Il cambio EUR/USD si attesta a 1,1218, il che significa che un barile di Brent a 115,19 dollari costa circa 102,70 euro. Rispetto a un anno fa, l'euro si è indebolito del 3,67% sul dollaro negli ultimi dodici mesi, aggiungendo un ulteriore fattore di pressione rialzista sui prezzi in euro.
Poi c'è la raffinazione. Il cosiddetto crack spread — il margine tra il costo del greggio e il prezzo dei prodotti raffinati — si è ampliato notevolmente a causa della crisi. La IEA ha avvertito che la fornitura di diesel resterà tesa fino al 2027, a causa delle interruzioni legate al conflitto in Iran, del calo delle scorte e di una domanda resilienteLe esportazioni globali di diesel sono calate di 700.000 barili al giorno su base annua a settembre: una cifra enorme che spiega perché il gasolio alla pompa è oggi più caro della benzina, rovesciando lo schema tradizionale.
Dopo la raffinazione, si sommano i costi di trasporto e logistica, poi l'accisa fissa (0,7284 €/litro per la benzina, 0,6174 €/litro per il gasolio), quindi l'IVA al 22% calcolata sull'intero importo — accisa compresa. In sostanza, lo Stato applica una tassa sulla tassa. Infine, il margine del distributore, tipicamente tra 2 e 5 centesimi al litro. Il risultato è che su ogni litro di benzina pagato 2,017 €, circa 1,10-1,15 € vanno in tasse. La componente fiscale pesa tra il 55% e il 60% del prezzo finale: una proporzione che rende l'Italia uno dei Paesi con il carico fiscale sui carburanti più elevato d'Europa.
La mappa regionale: oltre 6 centesimi di divario tra Lombardia e Campania
Non tutti gli italiani pagano lo stesso prezzo alla pompa. I dati MIMIT di oggi evidenziano un divario regionale significativo, con una forbice di oltre 6 centesimi al litro sulla benzina self tra la regione più economica e quella più cara.
| Regione | Benzina self (€/l) | Gasolio self (€/l) | Distributori |
|---|---|---|---|
| Lombardia ▲ | 2,0024 | 2,2478 | 2.829 |
| Lazio | 2,0040 | 2,2413 | 2.111 |
| Liguria | 2,0052 | 2,2442 | 493 |
| Veneto | 2,0081 | 2,2486 | 1.828 |
| Media nazionale | 2,0169 | 2,2366 | 21.638 |
| Sicilia | 2,0297 | 2,2752 | 1.766 |
| Calabria | 2,0422 | 2,2861 | 723 |
| Basilicata | 2,0582 | 2,3021 | 252 |
| Campania ▼ | 2,0647 | 2,3143 | 1.855 |
Il divario benzina tra Lombardia (2,0024 €/l) e Campania (2,0647 €/l) è di 6,23 centesimi al litro. Sembra poco in termini assoluti, ma su un pieno da 50 litri significa 3,12 € di differenza. Per un pendolare che percorre 20.000 km l'anno con un consumo medio di 6,5 l/100 km, parliamo di circa 40 € di maggiore spesa annua solo per il fattore geografico. Sul gasolio, la forbice è ancora più ampia: 6,65 centesimi tra il Lazio (2,2413 €/l, la regione più economica per il diesel) e la Campania (2,3143 €/l), che si traduce in un differenziale di circa 86 € l'anno per un veicolo commerciale leggero che percorre 30.000 km.
Il dato è strutturale e si spiega con la densità della rete distributiva: le regioni del Nord con più stazioni (la Lombardia ne conta 2.829, l'Emilia-Romagna 1.725) favoriscono la concorrenza e comprimono i margini. Al Sud, dove la rete è meno capillare e i costi logistici più alti, i prezzi riflettono queste inefficienze. Un circolo vizioso che penalizza le aree già economicamente più fragili.
Autostrada contro stradale: il pedaggio nascosto del rifornimento
Un altro differenziale significativo emerge dal confronto tra distributori autostradali e stradali. La benzina self in autostrada costa oggi 2,0348 €/litro contro 1,9766 €/litro nelle stazioni stradali: una differenza di 5,82 centesimi al litro, pari a quasi 3 € a pieno. Il gasolio in autostrada raggiunge 2,2954 €/litro, contro 2,2207 €/litro dello stradale, con un gap di 7,47 centesimi. Chi viaggia sulle grandi arterie paga quindi un sovrapprezzo di quasi 3,75 € su un pieno di diesel, a cui si aggiunge il costo del pedaggio autostradale. Non è un caso che un numero crescente di automobilisti scelga di uscire dall'autostrada per rifornirsi: è una risposta razionale a un sistema di prezzi che penalizza chi non ha alternative.
Il gasolio che supera la benzina: un'anomalia diventata norma
Un dato che merita un'analisi approfondita è la persistente inversione del rapporto storico tra benzina e gasolio. Oggi il gasolio self (2,2366 €/l) costa quasi 22 centesimi in più della benzina self (2,0169 €/l). Non è sempre stato così: fino a qualche anno fa il gasolio era più economico alla pompa, giustificando la scelta di milioni di automobilisti italiani di comprare veicoli diesel.
L'inversione ha una spiegazione precisa. La IEA ha segnalato che il ripristino delle scorte di diesel potrebbe non cominciare prima della seconda metà del 2027, con le esportazioni di diesel calate di 700.000 barili al giorno su base annuaUna perdita di 1,3 milioni di barili al giorno dalla Russia e dal Medio Oriente è stata solo parzialmente compensata da fonti alternative. In pratica, il mondo ha una carenza strutturale di diesel che si riflette in crack spread molto elevati, e l'Italia — con un parco circolante ancora pesantemente sbilanciato verso il diesel — ne paga le conseguenze più di altri Paesi.
Per l'economia reale, il fatto che il gasolio sia il carburante più caro ha ripercussioni a cascata. Circa l'80% delle merci italiane viaggia su gomma, il che significa che ogni centesimo in più sul prezzo del diesel si trasferisce sui costi di trasporto e, a catena, sui prezzi al consumo. Con il gasolio oltre i 2,23 €/litro, la componente logistica sta esercitando una pressione inflazionistica significativa sull'intera economia.
OPEC+ e la strategia dell'attesa: quote invariate, mercato teso
In questo scenario, cosa fa l'OPEC+? I principali Paesi OPEC+ hanno concordato di mantenere le quote di produzione invariate per novembre, in un contesto di conflitto in Medio Oriente che continua a ridurre parte della produzione del gruppoGli obiettivi di produzione restano fissati a 10,5 milioni di barili al giorno per l'Arabia Saudita, 9,9 per la Russia e 4,4 per l'Iraq.
La decisione di non aumentare la produzione in un momento di prezzi elevati può sembrare controintuitiva, ma ha una logica: il conflitto in Medio Oriente mantiene la produzione effettiva al di sotto degli obiettivi stabiliti. Aumentare le quote sulla carta non servirebbe a molto se i barili fisici non riescono a raggiungere i mercati. Parallelamente, l'OPEC ha rivisto al ribasso la previsione di crescita della domanda petrolifera per il 2026 a 200.000 barili al giorno, a causa delle tensioni in Medio Oriente e dei rischi per le rotte marittime.
Per l'automobilista italiano, la traduzione è semplice: non c'è nessun segnale che indichi un ritorno ai prezzi pre-crisi nel breve termine. L'unico elemento che sta impedendo un'ulteriore impennata è il parziale ripristino dei transiti nello Stretto di Hormuz, ma questo equilibrio è fragile e dipende interamente dall'evoluzione del conflitto.
Quanto pesa il pieno sulle tasche degli italiani
Traduciamo i numeri in vita quotidiana. Un pieno di benzina self-service da 50 litri costa oggi 100,85 €. Dodici mesi fa, con il Brent attorno ai 60 dollari e la benzina intorno a 1,65-1,70 €/litro, lo stesso pieno costava circa 83-85 €. La differenza è di 16-18 € a pieno, che per un automobilista che fa il pieno due volte al mese significa circa 380-430 € in più all'anno.
Per chi guida un diesel, la situazione è ancora più pesante. Un pieno di gasolio da 50 litri costa 111,83 € in self-service — e 112,80 € al servito. Il costo al chilometro per un'utilitaria a benzina (consumo medio 6,5 l/100 km) è di circa 13,1 centesimi di solo carburante. Per un'auto diesel (5,5 l/100 km) siamo a 12,3 centesimi al km: il vantaggio del diesel in termini di costo al km si è ridotto drasticamente, rendendo sempre meno conveniente la scelta del motore a gasolio.
Per un pendolare che percorre 30 km al giorno tra andata e ritorno (circa 7.800 km l'anno), la spesa annua di carburante è oggi di circa 1.020 € con un'auto a benzina e di 960 € con un diesel. Cifre che equivalgono a circa una mensilità di stipendio netto per molti lavoratori italiani, un peso che incide direttamente sul reddito disponibile delle famiglie.
Il GPL come valvola di sfogo: 0,78 €/litro, ma con limiti
In questo contesto, il GPL si conferma l'unica opzione a prezzo contenuto. Con una media nazionale di 0,7783 €/litro in self-service, il gas di petrolio liquefatto costa meno della metà della benzina e circa un terzo del gasolio. Tuttavia, il campione di stazioni monitorate (162 per il self) è molto più ridotto rispetto a benzina e gasolio, segnale di una rete distributiva ancora limitata. Inoltre, il GPL ha un potere calorifico inferiore alla benzina di circa il 20-25%, per cui il vantaggio economico reale va calcolato al netto del maggiore consumo per chilometro. Resta comunque la scelta più vantaggiosa sul piano puramente economico, almeno finché le accise sul GPL resteranno agevolate.
Il metano auto, invece, non offre più la convenienza di un tempo: con 1,936 €/litro equivalente, il risparmio rispetto alla benzina si è ridotto drasticamente, effetto della crisi del gas naturale che ha colpito l'Europa già dal 2022 e che il conflitto mediorientale ha ulteriormente aggravato.
Lo scenario geopolitico: tra negoziati e escalation, il rischio resta elevato
La variabile chiave per le prossime settimane resta l'evoluzione del conflitto. La guerra tra Stati Uniti e Iran ha sconvolto il mercato petrolifero globale interrompendo gravemente il flusso di greggio attraverso due rotte strategiche: lo Stretto di Hormuz e, nelle ultime settimane, lo Stretto di Bab al-MandebNella sola ultima settimana sono stati segnalati 12 attacchi a navi nell'area dello Stretto di Hormuz.
Allo stesso tempo, ci sono segnali di adattamento del mercato. L'Arabia Saudita sta pianificando lo stoccaggio di greggio nelle caverne di Jurong a Singapore, con l'obiettivo di rafforzare la sicurezza dell'approvvigionamento nella regione asiatica: una mossa che indica una prospettiva di convivenza con la crisi piuttosto che l'attesa di una rapida risoluzione.
Per i prezzi alla pompa in Italia, questo significa che il livello attuale — con la benzina sopra i 2 € e il gasolio sopra i 2,23 € — rischia di essere un nuovo pavimento piuttosto che un picco temporaneo. Il meccanismo dell'asimmetria dei prezzi (rocket and feather) è già visibile: quando il Brent è salito da 109 a 117 dollari nella settimana scorsa, i prezzi alla pompa hanno reagito rapidamente. Ora che il Brent è leggermente sceso, i distributori si prenderanno il loro tempo per trasferire il calo ai consumatori. È un pattern documentato dalla letteratura economica e puntualmente confermato dai dati.
Cosa aspettarsi nelle prossime settimane
I fattori in gioco sono molteplici e quasi tutti orientati al rialzo. I prezzi del Brent hanno guadagnato circa il 5% nell'ultima settimana, segnando la terza settimana consecutiva di rialzoNegli ultimi 52 mesi, il range di prezzo del Brent si è mosso tra i 59,93 dollari di dicembre 2025 e i 138,21 dollari di aprile 2026: un'oscillazione enorme che fotografa l'instabilità del mercato. Siamo attualmente nella fascia medio-alta di questo range, e qualsiasi nuovo episodio di escalation nello Stretto potrebbe riportare rapidamente i prezzi verso i massimi dell'anno.
Sul fronte valutario, il cambio EUR/USD è atteso a 1,12 a fine trimestre secondo le stime di Trading Economics, un livello che non offre particolari protezioni dal rialzo del greggio denominato in dollari.
Sul fronte interno, non ci sono segnali di interventi strutturali sulle accise. L'accisa sulla benzina resta inchiodata a 0,7284 €/litro — un livello che incorpora stratificazioni storiche accumulate in decenni di emergenze, dalla guerra d'Etiopia al terremoto dell'Irpinia, mai rimosse. Ogni discussione sulla riduzione delle accise si scontra con le esigenze di bilancio: l'erario incassa circa 25-28 miliardi di euro l'anno dalla fiscalità sui carburanti, risorse difficili da sostituire.
Per chi deve fare scelte pratiche di risparmio, i dati di oggi offrono qualche indicazione utile. La differenza tra pompe bianche e marchi noti può arrivare a 4-5 centesimi al litro: su base annua, questo si traduce in 60-80 € di risparmio per un automobilista medio. Evitare le stazioni autostradali quando possibile consente di risparmiare altri 5-7 centesimi al litro. E la scelta della regione — o anche solo del comune — in cui rifornirsi può fare la differenza. Per chi vive in zone di confine tra regioni con prezzi molto diversi, pochi chilometri possono valere qualche euro a pieno.
Il quadro complessivo è quello di un Paese strutturalmente vulnerabile agli shock petroliferi: alta dipendenza dalle importazioni, fiscalità pesante, parco auto vecchio e fortemente orientato ai combustibili fossili, rete distributiva con significative disparità geografiche. La crisi dello Stretto di Hormuz non ha fatto che portare alla luce, amplificandole, fragilità che esistevano già. E i numeri di oggi — 2,017 € per la benzina, 2,237 € per il gasolio — sono il termometro più fedele di questa realtà. Per ulteriori dati e confronti, rimandiamo alla sezione analisi e agli approfondimenti dedicati.