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Hormuz, Houthi e il barile sopra i 100 $: perch' la benzina in Italia supera i 2,15 '/l

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Analisi redatta con assistenza di intelligenza artificiale su dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), rilevati quotidianamente su oltre 21.000 distributori italiani. Il contenuto è supervisionato dalla redazione Benzina24. Metodologia · Fonti

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La crisi dello Stretto di Hormuz e gli attacchi Houthi alle infrastrutture petrolifere saudite continuano a tenere in ostaggio il mercato energetico globale. Il conflitto tra Iran e la coalizione USA-Israele, iniziato il 28 febbraio 2026, ha provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita oltre il 20% del commercio mondiale di petrolio.L'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) ha definito questa situazione come «la più grande interruzione dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale». E i numeri alla pompa italiana, purtroppo, lo confermano: la benzina self-service a 2,1524 €/l e il gasolio self a 2,2542 €/l sono il risultato diretto di un barile di Brent che il 22 settembre si attesta a 102,1 dollari, dopo aver toccato 108,5 dollari appena una settimana fa.

Questo articolo analizza il meccanismo che collega le tensioni nel Golfo Persico al costo di un pieno in Lombardia o in Sicilia, passando per accise, cambio euro-dollaro e margini di raffinazione. L'obiettivo è chiaro: fornire agli automobilisti italiani gli strumenti per capire cosa sta succedendo davvero e cosa aspettarsi nelle prossime settimane.

La tempesta perfetta nel Golfo: tre fronti aperti

Per comprendere il livello attuale dei prezzi alla pompa bisogna partire dal quadro geopolitico, che non ha precedenti recenti per complessità. Tre fronti simultanei stanno comprimendo l'offerta globale di greggio, ciascuno con un impatto specifico sulle quotazioni del Brent.

Primo fronte: lo Stretto di Hormuz. L'Iran ha cercato di esercitare il controllo sullo Stretto, instradando le navi attraverso le proprie acque territoriali e attaccando quelle non conformi. Nonostante il cessate il fuoco di aprile e un memorandum d'intesa di giugno 2026, il conflitto è ripreso a luglio con nuovi attacchi al traffico commerciale.Nel 2025, circa il 25% del commercio marittimo mondiale di greggio e prodotti petroliferi e il 19% del gas naturale liquefatto transitavano attraverso questo stretto.I prezzi del Brent hanno raggiunto massimi di sei settimane ai primi di settembre, con il greggio che ha superato i 97 dollari al barile dopo l'intensificarsi degli scontri tra USA e Iran nello Stretto.

Secondo fronte: gli attacchi Houthi all'Arabia Saudita. L'Arabia Saudita ha confermato attacchi missilistici Houthi a infrastrutture petrolifere vitali, sollevando dubbi sulla sua capacità di mantenere i tassi di produzione e di esportazione.Riad ha comunicato all'OPEC una produzione di 6,2 milioni di barili al giorno ad agosto, il dato mensile più basso del 2026, in calo del 23% rispetto a luglio.Un attacco all'oleodotto est-ovest saudita, attribuito a milizie filo-iraniane in Iraq, ha aggiunto ulteriore instabilità. La raffineria di Jazan, con una capacità di 400.000 barili al giorno, è stata presa di mira ripetutamente da luglio e ha subito chiusure forzate dopo gli attacchi.

Terzo fronte: il crollo della produzione iraniana. La produzione di greggio iraniana continua a crollare, con un calo stimato di circa 400.000 barili al giorno ad agosto, scendendo a poco più di 2 milioni di barili al giorno — il livello più basso dal 2020.Il blocco navale statunitense ha arrestato le nuove esportazioni iraniane dal Golfo Persico, lasciando l'Iran dipendente da scorte galleggianti in esaurimento.

Il Brent in ottovolante: da 108 a 100 dollari in una settimana

Il dato più interessante della settimana è il movimento anomalo del petrolio Brent. Dopo aver toccato 108,50 dollari il 15 settembre, il greggio di riferimento europeo ha avviato una discesa che lo ha portato fino a 100,10 dollari lunedì 21, per poi rimbalzare a 102,10 dollari oggi, 22 settembre. Un arretramento di circa 6 dollari in una settimana — quasi il 6% — che merita un'interpretazione precisa.

La discesa non riflette una distensione geopolitica: gli attacchi Houthi proseguono, Hormuz resta sotto tensione. La spiegazione va cercata altrove: l'Arabia Saudita ha dichiarato di poter ripristinare circa metà della capacità del suo oleodotto est-ovest danneggiato entro pochi giornil'OPEC+ ha deciso il 6 settembre di mantenere invariata la politica produttiva per ottobre.Secondo l'EIA, le scorte petrolifere globali sono diminuite di 400 milioni di barili dall'inizio dell'anno, e si prevede che continueranno a calare fino a fine 2026, mantenendo i prezzi vicini alla media mensile di agosto.

In sostanza, il mercato ha momentaneamente tirato il fiato su segnali tattici, ma la struttura resta rialzista. La media del Brent a settembre si attesta a 112,59 dollari al barile, contro i 91,08 del mese precedente, con un incremento del 65,6% su base annua. Parlare di «ribasso» con il barile sopra i 100 dollari è quantomeno fuorviante.

Dal barile alla pompa: l'anatomia del prezzo italiano

Come si passa da un barile a 102 dollari a un litro di benzina a 2,15 €? La catena di trasmissione è lunga e ogni anello aggiunge costo. Ricostruiamola con i numeri di oggi.

Il primo passaggio è la conversione valutaria. Il cambio EUR/USD si attesta a 1,1486, il che significa che un barile di Brent da 102,10 dollari costa circa 88,90 euro. Un barile contiene 159 litri, quindi il costo del greggio al litro è pari a circa 0,559 €. A questo si aggiunge il cosiddetto crack spread — il margine di raffinazione che trasforma il greggio in benzina o gasolio — che in questa fase di mercato oscilla tra i 10 e i 15 centesimi al litro, data la forte domanda stagionale e le raffinerie europee sotto stress. Arriviamo così a un prezzo industriale orientativo di circa 0,70 €/l.

Ma il prezzo industriale è solo l'inizio. In Italia, le accise rappresentano il vero moltiplicatore: 0,7284 €/l sulla benzina e 0,6174 €/l sul gasolio. Sono importi fissi, invariabili rispetto al prezzo del greggio: che il Brent sia a 60 o a 110 dollari, lo Stato incassa la stessa cifra per ogni litro. A queste si aggiunge l'IVA al 22%, calcolata non solo sul prezzo industriale ma anche sull'accisa stessa — la celebre «tassa sulla tassa» che rende il sistema fiscale italiano sui carburanti tra i più gravosi d'Europa. Il margine del distributore, infine, si colloca tra i 2 e i 5 centesimi al litro.

Il risultato? Su 2,1524 € di benzina self-service, circa 1,20-1,25 € sono prelievo fiscale. L'automobilista paga lo Stato più di quanto paghi il petrolio. Questo significa anche che, quando il Brent scende del 6% come nell'ultima settimana, l'effetto alla pompa è inevitabilmente smorzato: la componente fiscale fissa assorbe la variazione. È il motivo per cui in Italia i prezzi alla pompa sono strutturalmente meno elastici rispetto al greggio — e perché i ribassi del barile si traducono in riduzioni modeste al distributore.

La mappa dell'Italia: il Friuli-Venezia Giulia stacca tutti

I dati MIMIT aggiornati al 22 settembre su 21.681 distributori monitorati rivelano un divario regionale che merita attenzione. La regione più economica per la benzina self sono le Marche, con una media di 2,1365 €/l. La più cara è il Friuli-Venezia Giulia, a 2,1871 €/l. La differenza è di 5,06 centesimi al litro, che su un pieno da 50 litri significano circa 2,53 € in più.

Può sembrare poco. Ma il dato del gasolio racconta una storia diversa e più impattante: sempre il Friuli-Venezia Giulia è la regione più cara anche per il diesel (2,3664 €/l), mentre le Marche sono le più economiche (2,3076 €/l). La forbice sale a 5,88 centesimi al litro. Per un autotrasportatore che percorre 100.000 km all'anno con un consumo medio di 30 litri/100 km, scegliere di rifornirsi nella regione sbagliata può costare oltre 1.700 € l'anno in più. Non è un dettaglio.

Il pattern regionale è chiaro: il Centro Italia (Marche, Lazio, Umbria) si conferma l'area con i prezzi medi più bassi, complice una rete distributiva competitiva e una posizione logistica favorevole rispetto ai depositi costieri. Le isole e le regioni di confine (Sardegna, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia) pagano il sovracosto del trasporto e di una minore densità competitiva.

Regione Benzina self (€/l) Gasolio self (€/l) Distributori
Marche2,13652,3076726
Lazio2,14212,31512.120
Emilia-Romagna2,15062,33211.723
Lombardia2,15242,33842.837
Toscana2,15492,33801.496
Sicilia2,16532,35771.765
Trentino-Alto Adige2,17802,3583372
Friuli-Venezia Giulia2,18712,3664471

Autostrada vs. strada: il sovrapprezzo che pesa

Un dato che i pendolari conoscono bene ma che merita di essere quantificato con precisione: il differenziale autostrada-stradale resta molto significativo. Secondo i rilevamenti MIMIT odierni, la benzina self-service in autostrada costa mediamente 2,2395 €/l, contro i 2,0650 €/l della rete stradale. Sono 17,45 centesimi di differenza — l'8,4% in più. Sul gasolio la forbice è ancora più ampia: 2,41 €/l in autostrada contro 2,2323 €/l in strada, con un divario di 17,77 centesimi.

Per un'auto a benzina con serbatoio da 50 litri, un pieno autostradale costa 8,73 € in più rispetto a un rifornimento sulla rete ordinaria. Per un SUV diesel con serbatoio da 65 litri, il surplus supera gli 11,55 €. Questo sovrapprezzo è in gran parte strutturale: i gestori autostradali pagano canoni di concessione più elevati, hanno costi operativi maggiori (servizio H24, standard di sicurezza) e operano in condizioni di oligopolio locale. Tuttavia, in un contesto di prezzi già estremi, il suggerimento per chi pianifica un viaggio lungo è chiaro: uscire al casello per il rifornimento può fare una differenza concreta.

OPEC+ e il paradosso della produzione: quote alte, barili bassi

Per chi segue solo i comunicati ufficiali, la situazione OPEC+ potrebbe sembrare rassicurante. L'aumento produttivo di settembre ha completato il ritiro graduale del taglio volontario di 1,65 milioni di barili al giorno concordato nel 2023.I sette paesi OPEC+ core hanno poi mantenuto la produzione di settembre invariata per ottobre. Sulla carta, l'offerta dovrebbe essere abbondante.

Ma la realtà è completamente diversa. La produzione effettiva resta significativamente al di sotto degli obiettivi ufficiali per diversi membri, poiché il conflitto continua a vincolare esportazioni e produzione.La produzione saudita è crollata di 1,9 milioni di barili al giorno, raggiungendo una media di 6.238.000 barili al giorno ad agosto — il livello mensile più basso dalla Guerra del Golfo del 1990. L'Iran perde 400.000 barili al giorno. Le interruzioni delle esportazioni causate dai conflitti in Iran e Ucraina hanno fatto sì che gli incrementi produttivi mensili dell'OPEC+ abbiano avuto scarso impatto sul mercato.

È il paradosso perfetto: l'OPEC+ annuncia aumenti di quote, ma la produzione reale cala. Il mercato lo sa, e infatti il Brent non scende sotto i 100 dollari se non per brevi parentesi. Come ha osservato Rystad, il gruppo ha pochi incentivi a modificare ulteriormente la propria politica e il caso base prevede una pausa nel quarto trimestre in attesa dei negoziati sulle quote 2027.

Il cambio EUR/USD: un cuscinetto che si assottiglia

L'euro è sceso vicino ai minimi degli ultimi due mesi, indebolito dalla decisione della Federal Reserve di alzare i tassi e dal segnale di un ulteriore rialzo nel corso dell'anno.Il cambio EUR/USD si attesta a 1,1486, con un range giornaliero tra 1,1455 e 1,1492. Rispetto ai massimi di luglio, quando l'euro toccava 1,20, la moneta unica ha perso quasi 5 centesimi di dollaro.

Per l'automobilista italiano, questo è un problema concreto. Il petrolio si paga in dollari: un euro più debole significa pagare di più ogni barile importato. Se il cambio fosse rimasto a 1,20, il barile di Brent da 102,10 dollari costerebbe 85,08 euro anziché 88,90. Quei 3,82 euro di differenza, traslati lungo la catena del valore, si traducono in circa 2-3 centesimi al litro in più alla pompa. Non è il fattore dominante, ma in un contesto dove ogni centesimo conta — soprattutto per chi guida un diesel commerciale — il cambio fa la differenza.

Le aspettative di almeno un altro rialzo dei tassi BCE quest'anno si sono ridimensionate, in parte grazie al calo dei prezzi del petrolio nelle ultime sedute.Tuttavia, le prospettive incerte per il Medio Oriente mantengono i prezzi del greggio elevati e complicano il compito delle banche centrali impegnate a combattere l'inflazione. È un circolo vizioso: petrolio alto alimenta inflazione, inflazione alta richiede tassi alti, tassi alti indeboliscono l'euro, euro debole rende il petrolio ancora più caro.

Gasolio caro e inflazione: l'effetto a catena sull'economia reale

C'è un dato che spesso sfugge al dibattito pubblico: il gasolio a 2,2542 €/l non è solo un problema per chi possiede un'auto diesel. In Italia, circa l'80% delle merci viaggia su gomma. Ogni centesimo in più al litro di gasolio si scarica inevitabilmente sui costi di trasporto e, a cascata, sui prezzi al consumo di beni alimentari, materiali da costruzione, prodotti industriali.

Facciamo un calcolo concreto. Un TIR che percorre 120.000 km all'anno con un consumo medio di 33 litri/100 km brucia circa 39.600 litri di gasolio. Al prezzo attuale di 2,2542 €/l, il solo costo del carburante ammonta a oltre 89.260 € all'anno. Se il gasolio fosse ai livelli di un anno fa — orientativamente intorno a 1,60-1,70 €/l — la spesa sarebbe di circa 65.340 €. La differenza, quasi 24.000 € per singolo mezzo, viene inevitabilmente trasferita sulle tariffe di trasporto e quindi sui prezzi finali dei beni.

Per un pendolare che percorre 30.000 km all'anno con un'auto diesel dal consumo di 6 l/100 km, il costo annuo del carburante raggiunge i 4.057 €, pari a circa 338 € al mese. Per chi guadagna 1.500 € netti, il carburante assorbe il 22,5% dello stipendio. È una pressione enorme, strutturale, che non dipende dalle scelte individuali ma dalla geopolitica globale e dalla fiscalità nazionale.

L'effetto asimmetrico: perché il ribasso del Brent non arriva subito alla pompa

Il Brent è sceso di oltre 6 dollari in una settimana. Eppure, chiunque sia passato dal distributore non ha notato particolari ribassi. Perché? La risposta sta nel fenomeno noto in letteratura economica come «rocket and feather»: i prezzi alla pompa salgono come un razzo quando il greggio aumenta, ma scendono come una piuma quando cala.

Le ragioni sono molteplici e non si riducono alla semplice «speculazione» dei distributori. Primo: le compagnie petrolifere acquistano il greggio con contratti a termine, non spot. Il prezzo pagato oggi riflette acquisti effettuati settimane fa, quando il Brent era più alto. Secondo: le accise fisse (0,7284 €/l sulla benzina) comprimono matematicamente l'elasticità del prezzo — se la componente industriale è solo il 40% del prezzo finale, un calo del 6% del greggio si traduce in un calo del 2-3% alla pompa. Terzo: in un mercato con forte incertezza geopolitica, i distributori tendono a incorporare un «premio di rischio» nei loro listini, ritardando gli adeguamenti al ribasso.

Questo non significa che il ribasso non arriverà. Se il Brent si stabilizza intorno ai 100-102 dollari per almeno 7-10 giorni, è ragionevole attendersi una riduzione di 2-4 centesimi al litro nelle prossime due settimane. Ma se Hormuz dovesse tornare a infiammarsi — ipotesi tutt'altro che remota — il barile potrebbe rimbalzare ben oltre i 110 dollari, vanificando qualsiasi prospettiva di calo.

Le pompe bianche: un'alternativa concreta?

I dati sui marchi più economici offrono uno spunto pratico per gli automobilisti. I distributori indipendenti e le pompe bianche mantengono un vantaggio di prezzo significativo rispetto alla media nazionale. PetrolPicena, con sole 8 stazioni, offre benzina self a 1,9277 €/l — ben 22,47 centesimi sotto la media nazionale. Auchan (20 stazioni) si posiziona a 2,085 €/l, 6,74 centesimi sotto la media. Eni, Ip e Q8, pur offrendo una rete capillare e servizi aggiuntivi, si collocano generalmente sopra la media.

Il risparmio è reale e misurabile: scegliendo una pompa bianca rispetto a un marchio premium, un automobilista che percorre 15.000 km all'anno con un consumo di 7 l/100 km può risparmiare tra 70 e 230 € l'anno, a seconda della disponibilità di distributori indipendenti nella propria zona. Il compromesso è la minore capillarità della rete e, in alcuni casi, l'assenza di servizi accessori. Ma quando il pieno di un'utilitaria supera i 95-100 €, ogni opportunità di risparmio merita attenzione.

Prospettive: cosa aspettarsi nelle prossime settimane

Lo scenario per le prossime settimane dipende quasi interamente dall'evoluzione della crisi mediorientale. I fattori da monitorare sono tre.

1. Lo Stretto di Hormuz. L'OPEC+ ha dichiarato che i sette paesi core continueranno a monitorare le condizioni di mercato con riunioni mensili, e il prossimo appuntamento è fissato per il 4 ottobre. Se il traffico nello Stretto dovesse normalizzarsi ulteriormente, con l'Arabia Saudita che riesce a ripristinare le rotte alternative via Mar Rosso, il Brent potrebbe consolidarsi nella fascia 95-100 dollari. Ma è uno scenario ottimistico.

2. La produzione saudita. Il crollo a 6,2 milioni di barili al giorno è insostenibile per l'economia saudita e per l'equilibrio globale. Se gli attacchi Houthi dovessero ridursi — eventualità legata all'evoluzione della guerra civile yemenita — Riyadh potrebbe recuperare rapidamente produzione. Il mancato recupero, al contrario, spingerebbe il Brent verso i 110-115 dollari.

3. La Fed e il dollaro. La Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base e i mercati guardano con attenzione alla possibilità di ulteriori rialzi. Un dollaro più forte potrebbe comprimere ulteriormente il cambio EUR/USD sotto 1,14, aggiungendo pressione ai prezzi europei dell'energia. L'EIA prevede un Brent medio intorno ai 90 dollari al barile nel secondo semestre 2026, ma questa stima appare già superata dagli eventi: il greggio non vede i 90 dollari da inizio settembre.

Per gli automobilisti italiani, la conclusione è pragmatica: non ci sono le condizioni per un calo significativo dei prezzi alla pompa nel breve periodo. Il Brent dovrebbe scendere stabilmente sotto gli 85 dollari — uno scenario che richiederebbe una de-escalation militare nel Golfo — perché la benzina possa tornare sotto i 2 €/l. Finché ciò non accade, la strategia migliore resta confrontare i prezzi tra distributori (anche attraverso le nostre analisi regionali), privilegiare il self-service e, dove possibile, pianificare i rifornimenti fuori dalla rete autostradale. Piccoli accorgimenti che, sommati nel corso dell'anno, possono fare la differenza tra subire il mercato e gestirlo con consapevolezza.

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