Una settimana che non si dimenticherà facilmente sui mercati energetici. I prezzi del petrolio sono saliti di quasi il 60% dall'inizio del conflitto in Iran il 28 febbraiogli Emirati Arabi Uniti hanno abbandonato l'OPEC dal 1° maggio in un colpo durissimo per il cartello, e in Italia il gasolio self-service si è ormai stabilizzato sopra la soglia psicologica dei 2 €/litro. I dati MIMIT aggiornati al 3 maggio 2026 registrano una benzina self a 1,8162 €/l e un gasolio self a 2,048 €/l, su un campione di quasi 21.700 distributori monitorati. Questa rassegna ripercorre i fatti salienti di una settimana cruciale, dalla volatilità del Brent alla mappa dei prezzi alla pompa nelle regioni italiane, fino a uno sguardo a ciò che potrebbe accadere nei prossimi giorni.
Il Brent tra 105 e 120 dollari: la settimana più volatile da mesi
Chi avesse guardato il prezzo del Brent un solo giorno alla settimana avrebbe avuto un'idea completamente distorta della realtà. Ecco la sequenza: il barile ha aperto la settimana del 26 aprile a 105,88 dollari, un livello già storicamente elevato. Lunedì 27 ha toccato 108,29 dollari. Martedì 28 — il giorno dell'annuncio shock degli Emirati — è balzato a 111,16 dollari. Mercoledì 29, con le notizie sulle opzioni militari ampliate contro l'Iran, il Brent ha brevemente superato i 114 dollari, il livello intraday più alto da giugno 2022. Giovedì 30 è scivolato a 114,09 dollari di chiusura, per poi ritracciare a 108,84 il 1° maggio dopo che i prezzi hanno ceduto terreno sulle speranze di una ripresa dei negoziati USA-Iran. Oggi, 3 maggio, il Brent si attesta a 109,2 dollari al barile, sostanzialmente invariato rispetto a venerdì.
Il dato da trattenere è questo: in cinque sedute il Brent ha oscillato in una banda di oltre 14 dollari (da 105,88 a 120,12), una volatilità che non si vedeva dai tempi della crisi energetica post-invasione ucraina del 2022. La IEA ha definito lo scenario attuale uno "shock di offerta senza precedenti", causato dalla chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz che nella normalità consente il transito di circa 20 milioni di barili al giorno, il 20% del commercio marittimo globale di petrolio. Il cambio EUR/USD si è mantenuto nell'area di 1,17 per tutta la settimana, con l'euro in leggero recupero dopo che la BCE ha tenuto i tassi fermi ma ha lasciato aperta ogni opzione per giugno. Un euro più forte mitiga parzialmente il costo del barile per i consumatori europei, ma con il Brent sopra i 109 dollari l'effetto-scudo è assolutamente marginale.
Questo grafico racconta la storia meglio di mille parole: il picco a 120,12 dollari di martedì 29 aprile è il punto più alto toccato dal Brent nell'intera settimana, guidato dai report secondo cui il presidente Trump sarebbe stato informato dal capo del Comando Centrale su opzioni militari ampliate, con un piano per un'ondata intensa di attacchi in fase di valutazione. Il ritracciamento successivo si deve a speranze di un fragile spiraglio diplomatico, con l'Iran che avrebbe trasmesso agli Stati Uniti una proposta di pace aggiornata. Ma è bene non farsi illusioni: finché lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente chiuso, il pavimento dei prezzi rimarrà alto. Il traffico attraverso Hormuz negli ultimi due mesi si è attestato a circa il 5% della media pre-bellica, una cifra che da sola basta a spiegare perché il petrolio non può tornare ai 65-70 dollari di un anno fa.
L'uscita degli Emirati dall'OPEC: un terremoto per il cartello
L'evento geopolitico più rilevante della settimana non è accaduto sui campi di battaglia, ma nelle stanze della diplomazia energetica. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato martedì 28 aprile l'uscita dall'OPEC con effetto dal 1° maggio, una decisione shock arrivata dopo settimane di attacchi missilistici e con droni da parte dell'IranGli EAU erano il terzo produttore del cartello, dopo Arabia Saudita e Iraqpuntano a portare la produzione a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, dagli attuali circa 3,4 milioni, liberi dai vincoli delle quote OPEC.
Perché questa notizia dovrebbe interessare a chi fa il pieno in Lombardia o in Sicilia? Perché l'OPEC+ era il principale meccanismo di coordinamento dell'offerta globale di petrolio. La partenza di un Paese che produce oltre 3 milioni di barili al giorno priva il framework di un contributore di volume significativo e, cosa ancora più importante, di uno dei pochi membri con una reale capacità produttiva di riserva. Nel breve termine, questo aggiunge incertezza a un mercato già nervoso. Nel medio termine, se gli Emirati aumenteranno davvero la produzione senza vincoli, potrebbe paradossalmente arrivare più offerta sul mercato — un fattore potenzialmente ribassista. Ma l'Atlantic Council ha osservato che la guerra con l'Iran "ha cambiato tutto" per gli EAU, e prima che Abu Dhabi possa esportare liberamente, lo Stretto di Hormuz deve riaprirsi.
Oggi, proprio il 3 maggio, gli otto Paesi OPEC+ si riuniscono per il meeting mensile programmato. Sarà la prima riunione senza gli Emirati al tavolo, e gli analisti la considerano di fatto una sessione di crisi. Il framework dei tagli volontari degli otto Paesi dovrà essere rinegoziato senza Abu Dhabi, e il meeting ministeriale del 7 giugno sarà uno dei più importanti nella storia dell'alleanza.
Il prezzo alla pompa in Italia: la fotografia del 3 maggio
Veniamo ai numeri che più contano per gli automobilisti italiani. I dati ufficiali MIMIT, rilevati su 21.676 distributori in 5.251 comuni, restituiscono un quadro chiaro: la benzina self-service si attesta a 1,8162 €/l in media nazionale, mentre il gasolio self ha ormai sfondato la barriera dei 2 euro attestandosi a 2,048 €/l. Il servito aggiunge un sovrapprezzo consistente: 1,9299 €/l per la benzina (+11,4 centesimi) e 2,1601 €/l per il gasolio (+11,2 centesimi).
Il dato che colpisce maggiormente è il gasolio. Due euro al litro significano che un pieno da 50 litri per un'auto diesel costa 102,40 €. Per un pendolare che percorre 30.000 km all'anno con un'auto che consuma 5,5 litri/100 km, la spesa annua in carburante si avvicina ai 3.380 €, circa 280 € al mese. In termini di costo al chilometro, il solo carburante pesa 11,3 centesimi — senza contare assicurazione, bollo, manutenzione e ammortamento. E per chi fa il pieno al servito, si sfiorano i 108 € per 50 litri di gasolio.
Per la benzina la situazione è leggermente migliore in valore assoluto, ma comunque pesante. Un pieno da 50 litri in self costa 90,81 €. Per un'auto a benzina che consuma 6,5 litri/100 km su 15.000 km annui, il budget carburante raggiunge i 1.770 €.
| Carburante | Self (€/l) | Servito (€/l) | Pieno 50 l self (€) | Accisa (€/l) |
|---|---|---|---|---|
| Benzina | 1,8162 | 1,9299 | 90,81 | 0,7284 |
| Gasolio | 2,0480 | 2,1601 | 102,40 | 0,6174 |
| GPL | 0,7952 | 0,8030 | 39,76 | – |
| Metano | 1,5110 | 1,5706 | – | – |
La mappa regionale: 6 centesimi di forbice tra Marche e Calabria
L'Italia non è un mercato unico quando si parla di prezzi alla pompa. La regione più economica per la benzina self è oggi le Marche, con una media di 1,7854 €/l su 733 distributori, seguita dall'Umbria (1,7916 €/l) e dall'Abruzzo (1,7992 €/l). Sul fronte opposto, la Calabria chiude la classifica con 1,8448 €/l, preceduta dalla Sicilia a 1,8366 €/l e dal Friuli-Venezia Giulia a 1,828 €/l.
La forbice tra la regione più economica e quella più cara per la benzina è di 5,94 centesimi al litro: un divario che, su un pieno da 50 litri, vale circa 2,97 €. Non sembra molto in termini assoluti, ma per i pendolari che fanno 40-50 pieni all'anno il risparmio annuo di un rifornimento nelle Marche rispetto alla Calabria arriva a 120-150 €. Questo differenziale è legato a diversi fattori: densità della rete distributiva, concorrenza locale, costi logistici di approvvigionamento (più alti nelle isole e nelle zone montuose), e incidenza delle pompe bianche.
Sul gasolio la mappa si ridisegna parzialmente. La Campania risulta la regione più economica con 2,0383 €/l, seguita dal Veneto a 2,0387 €/l e dalle Marche a 2,0407 €/l. In cima alla classifica dei prezzi più elevati si posizionano la Sardegna (2,0682 €/l), la Valle d'Aosta (2,0678 €/l) e il Trentino-Alto Adige (2,0659 €/l). Il fattore insularità e montanità pesa in modo evidente sul diesel, il cui trasporto è intrinsecamente più costoso verso le aree remote.
Dal barile alla pompa: anatomia dei 2 euro al litro di gasolio
Per capire perché il gasolio costa 2,048 €/l bisogna ricostruire tutta la filiera. Il Brent a 109,2 dollari al barile, con un cambio EUR/USD a 1,17, corrisponde a circa 93,3 €/barile, ovvero 58,7 centesimi al litro (un barile contiene 159 litri). A questo si aggiungono il margine e il costo di raffinazione (il cosiddetto crack spread), stimabile in 12-18 centesimi al litro nella situazione attuale di mercato tirato, più i costi di trasporto, stoccaggio e distribuzione (3-5 centesimi), e il margine del distributore (2-5 centesimi). Si arriva così a un prezzo industriale stimato intorno a 78-85 centesimi al litro.
Poi entra il fisco, e qui i numeri diventano pesanti. L'accisa sul gasolio è di 0,6174 €/l, un valore fisso che non cambia indipendentemente dal prezzo del petrolio. Sopra l'accisa e il prezzo industriale si applica l'IVA al 22% — una tassa sulla tassa, un meccanismo che l'Italia condivide con pochi altri Paesi europei e che amplifica in modo strutturale ogni aumento del greggio. Il risultato è che su ogni litro di gasolio a 2,048 €, circa 1,00 € va allo Stato tra accisa e IVA, e il restante euro (circa) copre il prodotto, la raffinazione, il trasporto e i margini. Il carico fiscale incide per circa il 55-60% del prezzo finale, una delle percentuali più alte d'Europa.
Per la benzina, l'accisa è ancora più alta: 0,7284 €/l. Questo spiega un apparente paradosso: nonostante il gasolio abbia storicamente un prezzo industriale leggermente più basso della benzina, alla pompa costa di più a causa del crack spread che in fasi di crisi tende ad allargarsi molto sul diesel, utilizzato massicciamente nell'autotrasporto e nell'industria. Diversi trader hanno già avvertito che l'Europa si sta avvicinando a una situazione di "scarcity pricing" sul diesel, il carburante su cui si regge la logistica del continente.
Autostrada vs. strada: un divario da 14 centesimi
Chi si mette in viaggio in questo primo fine settimana di maggio deve fare i conti con un altro divario significativo: il prezzo della benzina in autostrada si attesta a 1,8387 €/l, contro 1,6941 €/l dei distributori stradali più competitivi — una differenza di 14,5 centesimi al litro. Sul gasolio il gap è ancora maggiore: 2,1086 €/l in autostrada contro 2,0027 €/l sulla viabilità ordinaria, con uno scarto di 10,6 centesimi. Su un pieno da 60 litri di benzina, fermarsi in autostrada costa 8,7 € in più rispetto a un distributore stradale. Il consiglio operativo è semplice: pianificare le soste prima dell'ingresso in autostrada, soprattutto per i lunghi spostamenti del ponte primaverile.
I marchi più convenienti sono le pompe bianche e i distributori no-logo, che sfruttano margini più bassi e assenza di costi di brand. Secondo i dati MIMIT, alcuni operatori indipendenti offrono la benzina self attorno a 1,69 €/l — quasi 13 centesimi in meno della media nazionale. Marchi come Eni, Ip o Q8 si collocano generalmente sulla media o leggermente sopra, ma garantiscono standard di servizio e programmi fedeltà che per molti automobilisti hanno un valore.
Lo Stretto di Hormuz: lo scenario che determina tutto
Se c'è un singolo fattore che spiega perché i carburanti costano così tanto in questo momento, è la chiusura dello Stretto di Hormuz. Il traffico marittimo nello stretto è stato in larga parte bloccato dall'Iran fin dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'offensiva aerea contro l'IranL'Agenzia Internazionale dell'Energia ha definito la situazione "la più grande disruption dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale".
La dinamica è diventata un circolo vizioso: Trump mantiene il blocco navale finché l'Iran non accetta un accordo sul nucleare, mentre Teheran rifiuta di riaprire Hormuz finché gli USA non tolgono la flotta. Uno stallo che tiene in ostaggio il 20% dei flussi petroliferi mondiali. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che ci vorranno sei mesi per bonificare le mine che ritengono siano state posizionate dall'Iran nello stretto, il che significa che anche in caso di accordo diplomatico imminente, il ritorno alla normalità logistica non sarà istantaneo.
Per l'Italia questo è particolarmente delicato. Il nostro Paese dipende quasi interamente dalle importazioni per il suo fabbisogno di petrolio e, sebbene gran parte dell'approvvigionamento arrivi dal Mediterraneo (Libia, Algeria, Azerbaijan via oleodotti), la crisi di Hormuz ha ridisegnato i flussi globali spingendo al rialzo tutti i benchmark. L'effetto sui crack spread del gasolio è stato particolarmente severo: con le raffinerie asiatiche affamate di greggio e l'Europa che compete per le stesse forniture alternative, i margini di raffinazione si sono impennati. L'80% delle merci italiane viaggia su gomma: ogni centesimo in più sul gasolio si scarica, con un ritardo di qualche settimana, sui prezzi al consumo di tutto ciò che troviamo sugli scaffali.
La riunione OPEC+ del 3 maggio: cosa aspettarsi
Proprio oggi gli otto Paesi che aderiscono ai tagli volontari OPEC+ si incontrano virtualmente. Nell'ultima riunione del 5 aprile avevano deciso un incremento produttivo di 206.000 barili al giorno a partire da maggio, attingendo ai tagli volontari di 1,65 milioni di barili annunciati nel 2023Tuttavia, quell'aumento è largamente simbolico, dato che le disruption nello Stretto di Hormuz continuano a limitare l'offerta globale effettiva.
La riunione di oggi è la prima senza gli Emirati. Il tema dominante non sarà tanto la quota produttiva — che in questo contesto bellico è in gran parte teorica, dato che Kuwait, Iraq e la stessa Arabia Saudita hanno difficoltà ad esportare attraverso lo stretto — quanto la tenuta stessa dell'alleanza. Mosca ha ribadito che considera ancora l'OPEC+ una struttura efficace per la stabilità del mercatoanalisti come quelli di MST Financial hanno parlato di un possibile "inizio della fine dell'OPEC".
Per i prezzi alla pompa italiani, la riunione di oggi difficilmente cambierà qualcosa nel breve. Anche se l'OPEC+ annunciasse un aumento produttivo maggiore, finché il collo di bottiglia resta Hormuz, la capacità di pompare più petrolio non si traduce in capacità di esportarlo. Il vero driver per un calo dei prezzi è la diplomazia, non le quote.
BCE e inflazione energetica: il nodo tassi
Il quadro macro è altrettanto rilevante per le tasche degli automobilisti. La presidente della BCE Christine Lagarde ha confermato che la decisione di tenere i tassi fermi è stata unanime, anche se un rialzo è stato discussoIl membro del consiglio Joachim Nagel ha avvertito che la banca centrale potrebbe dover inasprire la politica monetaria già a giugno, citando un peggioramento delle prospettive inflazionisticheI mercati prezzano ora tre rialzi dei tassi nel 2026, con il primo pienamente scontato entro luglio.
Cosa c'entra con il prezzo della benzina? C'entra eccome. Un rialzo dei tassi BCE rafforzerebbe l'euro rispetto al dollaro, rendendo il barile meno caro in valuta europea. Un euro a 1,20 anziché 1,17 abbatterebbe il costo del Brent di circa il 2,5% per gli importatori europei — non risolutivo, ma significativo quando si parla di miliardi di litri di carburante importati ogni mese. D'altro canto, tassi più alti frenano l'economia, riducendo la domanda di carburante e contribuendo a calmierare i prezzi dal lato della domanda. È un equilibrio delicato: la BCE deve combattere l'inflazione importata dall'energia senza soffocare una crescita già fragile.
Il fattore asimmetrico: i prezzi salgono in ascensore e scendono per le scale
Un punto che va sottolineato in questa rassegna riguarda il meccanismo di trasmissione dei prezzi. Nella letteratura economica è noto come effetto "rockets and feathers": quando il Brent sale, i prezzi alla pompa reagiscono rapidamente, spesso nel giro di pochi giorni. Quando il Brent scende, la discesa dei prezzi al distributore è più lenta e graduale. Questo è esattamente ciò che abbiamo osservato nella settimana: il Brent è sceso da 120 a 109 dollari (-9%) tra martedì e venerdì, ma i prezzi alla pompa non hanno registrato alcun calo apprezzabile.
Questo non è un complotto dei distributori, ma una conseguenza strutturale della catena di approvvigionamento. Le raffinerie acquistano il greggio con contratti a termine, i distributori acquistano il prodotto finito con listini aggiornati con cadenza variabile (da giornaliera a settimanale), e il margine distributore — che si attesta generalmente tra 2 e 5 centesimi al litro — non consente grandi flessibilità al ribasso. Il risultato è che gli automobilisti assorbono gli aumenti quasi in tempo reale, ma devono attendere settimane per vedere i cali. È un'asimmetria ben documentata dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) e confermata da decenni di studi econometrici.
Previsioni per la prossima settimana: tre scenari
Cosa aspettarsi nei prossimi sette giorni? Il quadro è dominato dall'incertezza geopolitica, ma possiamo delineare tre scenari principali.
Scenario base (probabilità: 55%) — Lo stallo su Hormuz continua, il Brent si muove in una fascia tra 105 e 115 dollari, i prezzi alla pompa italiani restano sostanzialmente stabili con un possibile lieve aggiustamento al rialzo sul gasolio (+1/2 centesimi). La benzina self si mantiene tra 1,81 e 1,83 €/l, il gasolio tra 2,04 e 2,07 €/l.
Scenario ribassista (probabilità: 20%) — Un avanzamento concreto nei negoziati USA-Iran porta il Brent sotto i 105 dollari. In questo caso i prezzi alla pompa inizierebbero a scendere, ma con il ritardo tipico dell'effetto asimmetrico. Il beneficio per gli automobilisti si vedrebbe nella seconda metà di maggio.
Scenario rialzista (probabilità: 25%) — Trump ribadisce il blocco navale e decide di intensificare la pressione economica, o si verificano nuovi incidenti nello stretto. Il Brent potrebbe testare la fascia 115-135 dollari prevista da diversi analisti per maggio. In questo caso la benzina potrebbe superare 1,85 €/l e il gasolio avvicinarsi a 2,10 €/l in media nazionale.
Cinque cose da tenere d'occhio questa settimana
1. L'esito della riunione OPEC+ di oggi. Qualsiasi segnale di frattura interna o di aumento aggressivo della produzione può muovere il Brent in entrambe le direzioni. Con gli Emirati fuori dal tavolo, la dinamica negoziale cambia radicalmente.
2. Gli sviluppi diplomatici USA-Iran. Trump si trova di fronte al limite dei 60 giorni previsti dal War Powers Act per l'azione militare senza autorizzazione del Congresso. Questo fattore legale potrebbe accelerare la ricerca di una soluzione diplomatica, ma potrebbe anche spingere verso un'escalation prima della scadenza.
3. I dati sulle scorte petrolifere USA. Le scorte strategiche e commerciali americane sono un indicatore chiave della tenuta dell'offerta globale. Le esportazioni di greggio statunitense hanno raggiunto livelli record la scorsa settimana, segno che i compratori globali cercano alternative al Golfo Persico.
4. Il crack spread diesel in Europa. Se il differenziale di raffinazione del gasolio continua a salire, il prezzo alla pompa potrebbe aumentare anche a Brent stabile. Questo è il rischio più sottovalutato dal grande pubblico.
5. La reazione dei mercati all'uscita degli EAU. Ora che Abu Dhabi è formalmente fuori dall'OPEC e dall'OPEC+, la sua strategia produttiva è una variabile indipendente. Liberi dai vincoli delle quote, gli Emirati pianificano un aumento della produzione di quasi il 50% in uno o due anni. Quando (e se) riusciranno a esportare questi volumi, l'effetto sui mercati potrebbe essere significativo.
In sintesi: una settimana da ricordare, una settimana da dimenticare
Per chi si occupa di energia, la settimana appena trascorsa resterà negli annali: l'uscita degli Emirati dall'OPEC dopo quasi 60 anni, il Brent che sfiora i 120 dollari, il gasolio italiano stabilmente sopra i 2 euro. Per chi semplicemente deve fare il pieno e andare a lavorare, è una settimana che pesa sul portafoglio e che si vorrebbe dimenticare.
I dati di oggi dicono che la benzina self a 1,8162 €/l e il gasolio self a 2,048 €/l sono prezzi che riflettono fedelmente una crisi energetica globale senza precedenti recenti. Le accise fisse — 72,84 centesimi sulla benzina e 61,74 centesimi sul gasolio — continuano ad amplificare ogni movimento del greggio con un effetto moltiplicatore via IVA. La struttura fiscale italiana non prevede meccanismi di compensazione automatica: quando il petrolio sale, lo Stato incassa di più (più IVA su un prezzo più alto), senza che questo si traduca in sgravi per i consumatori.
Chi può risparmiare cerchi le pompe bianche e i distributori stradali, dove la benzina scende fino a 1,69 €/l. Chi deve viaggiare in autostrada, pianifichi le soste fuori dai caselli. E tutti tengano d'occhio lo Stretto di Hormuz: finché quell'arteria resta chiusa, i prezzi non avranno ragione di scendere. Per le analisi aggiornate e gli approfondimenti quotidiani, continuate a seguirci.