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Stretto di Hormuz e tensioni USA-Iran: il Brent torna sopra 91 $ e l'Italia paga il conto alla pompa

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Analisi redatta con assistenza di intelligenza artificiale su dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), rilevati quotidianamente su oltre 21.000 distributori italiani. Il contenuto è supervisionato dalla redazione Benzina24. Metodologia · Fonti

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Sei mesi di conflitto nel Golfo Persico hanno riscritto le regole del mercato petrolifero mondiale. A partire dalla risposta iraniana agli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio 2026, Teheran ha cercato di esercitare il controllo sullo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quarto del commercio globale di greggio via mare. Un cessate il fuoco concordato ad aprile e un memorandum d'intesa firmato a giugno si sono rapidamente dissolti quando le forze iraniane hanno ripreso gli attacchi al naviglio commerciale in luglio. Oggi, primo settembre 2026, il Brent apre la settimana a 91,16 dollari al barile e gli automobilisti italiani affrontano una benzina self-service a 2,0159 €/l e un gasolio a 2,1283 €/l. Non sono numeri da emergenza acuta — siamo lontani dai picchi di luglio quando il servito superava i 2,60 €/l — ma restano livelli strutturalmente elevati che pesano sul portafoglio delle famiglie e sulla competitività delle imprese.

Lo scenario internazionale: Hormuz, mine navali e rotte alternative

La crisi dello Stretto di Hormuz è il fattore dominante dietro ogni numero che leggiamo oggi alla pompa. L'IRGC (Guardie Rivoluzionarie iraniane) ha emesso avvertimenti che vietano il passaggio nello stretto, ha abbordato e attaccato navi mercantili, e ha disseminato mine navali nelle acque di transitoPrima del conflitto, circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto transitavano per Hormuz. L'interruzione — parziale ma persistente — ha costretto i grandi importatori asiatici a cercare forniture alternative: Cina, Giappone e Corea del Sud si sono rivolti a fornitori lontani come l'Argentina per compensare le perdite di approvvigionamento dal Medio Oriente.

A rendere il quadro ancora più incerto, le forze statunitensi hanno colpito due lanciamissili iraniani sull'isola di Larak, mentre Teheran ha risposto con attacchi contro gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, segnando una ripresa delle ostilità dopo circa un mese di relativa calmaUna superpetroliera ha preso fuoco nello Stretto dopo aver colpito due mine navali, un episodio che da solo vale più di qualsiasi analisi tecnica per spiegare perché il premio di rischio geopolitico sul greggio resterà elevato.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che gli Stati Uniti devono prima revocare il blocco navale prima che Teheran accetti di riaprire completamente Hormuz. Tradotto in linguaggio petrolifero: non ci sarà normalizzazione a breve. Chi opera sui mercati lo sa, e i futures lo riflettono con chiarezza: il Brent per novembre 2026 quota a 91,04 dollari, quello per dicembre scende a 88,82 e quello per gennaio 2027 a 86,53 — una curva in backwardation che segnala scarsità di greggio nell'immediato e un'aspettativa (o una speranza) di allentamento nei mesi successivi.

OPEC+ completa lo smantellamento dei tagli volontari: un gesto simbolico?

OPEC+ ha approvato un aumento di produzione di 188.000 barili al giorno per settembre, completando il programma di ripristino dell'output pianificato e segnalando che le quote resteranno probabilmente stabili fino a fine annoQuesto aumento completa il ritiro di circa 3,5 milioni di barili al giorno di tagli annunciati nel 2023, anche se molti Paesi membri restano incapaci di portare la produzione ai livelli consentiti a causa di limiti tecnici e operativi.

Il punto è proprio questo: siamo di fronte a un aumento sulla carta che ha un impatto fisico modesto. Rispetto a un consumo globale giornaliero di circa 100-103 milioni di barili, l'aggiunta di settembre rappresenta un incremento proporzionale inferiore allo 0,2%Le tensioni geopolitiche limitano le forniture: le disruzioni che colpiscono i produttori del Golfo, la Russia e il Kazakistan hanno fatto sì che buona parte dell'offerta aggiuntiva approvata quest'anno non abbia ancora raggiunto il mercatoIl gruppo ha inoltre deciso di sospendere gli aumenti nel quarto trimestre, lasciando intatti circa due milioni di barili al giorno di tagli dal 2022.

In altre parole: l'OPEC+ ha girato l'ultima pagina del piano di rollback dei tagli volontari del 2023, ma conserva una riserva strategica enorme. E con Hormuz semi-chiuso, anche gli incrementi formali non si traducono in barili aggiuntivi sulle navi cisterna. Il prossimo appuntamento chiave è la riunione dei sette produttori fissata per il 6 settembre, in cui verranno riesaminate le condizioni di mercato.

Il Brent in numeri: la rimonta di fine agosto

Guardiamo ai dati. Il greggio di riferimento europeo ha vissuto una settimana di forte volatilità. Era sceso a 86,70 dollari il 25 agosto, dopo segnali — poi rivelatisi prematuri — di una mediazione pakistana tra Washington e Teheran. Il primo settembre il Brent è risalito a 91,28 dollari, in rialzo dello 0,87% rispetto al giorno precedenteNell'ultimo mese il prezzo è cresciuto dell'8,96%, e dall'inizio dell'anno il rialzo è del 33,88% secondo i dati OilPriceIn Russia, scioperi nelle raffinerie hanno ulteriormente ristretto la capacità globale di raffinazione, spingendo i margini sui prodotti raffinati a nuovi massimi. Questo è un aspetto cruciale per l'Italia: non basta che il greggio sia disponibile, serve anche capacità di raffinazione per trasformarlo in benzina e gasolio. Il cosiddetto crack spread — la differenza tra il prezzo del greggio e quello dei prodotti finiti — resta su livelli anomalmente alti, e ciò si riflette direttamente sul prezzo alla pompa.

Il grafico racconta una storia chiara: il crollo da 93,60 a 86,70 dollari tra il 23 e il 25 agosto (quando circolavano ipotesi di negoziato) è stato rapidamente riassorbito. In appena sei sedute il greggio ha recuperato oltre 4 dollari, riportandosi sopra la soglia psicologica dei 90 dollari. La volatilità è il nuovo normale: un tweet, un drone, un incontro diplomatico possono valere 3-5 dollari al barile.

Dal barile alla pompa: la catena del valore che pesa sugli italiani

Per capire come si arriva da 91,16 dollari al barile ai 2,0159 €/l di benzina self che oggi trovate al distributore, bisogna seguire una catena precisa. Il barile da 159 litri di greggio, al cambio odierno di 1,1618 dollari per euro, vale circa 78,47 euro. Il costo al litro del greggio è quindi circa 0,494 €/l. Ma da qui alla pompa si attraversano almeno cinque stazioni:

1. Raffinazione (crack spread): trasformare il greggio in benzina e gasolio aggiunge tra i 10 e i 18 centesimi al litro, variabili in base alla capacità mondiale. Con gli scioperi in Russia e le raffinerie mediorientali danneggiate, oggi siamo nella fascia alta.

2. Trasporto e logistica: 2-4 centesimi al litro per portare il prodotto dalla raffineria al deposito e dal deposito alla pompa.

3. Accise fisse: qui sta il cuore del problema italiano. La benzina sconta un'accisa di 0,7284 €/l, il gasolio di 0,6174 €/l. Sono imposte fisse, indipendenti dal prezzo del greggio. Quando il Brent era a 60 dollari le accise pesavano il 65% del prezzo finale; oggi con il Brent a 91 dollari pesano circa il 55%, ma restano un macigno.

4. IVA al 22%: calcolata non solo sul prezzo industriale, ma anche sulle accise. È l'infamata “tassa sulla tassa”: l'IVA si applica su un prezzo che già include 72 centesimi di accisa. A ogni aumento del prezzo base, l'IVA amplifica l'effetto.

5. Margine del distributore: tra 2 e 5 centesimi al litro, la fetta più sottile della torta. I gestori delle pompe sono spesso i primi a essere accusati dei rincari, ma sono gli ultimi della catena e quelli con il margine più risicato.

La mappa dell'Italia: chi paga di più e chi risparmia

I dati MIMIT aggiornati a oggi, 1° settembre 2026, su un campione di oltre 21.600 distributori monitorati, disegnano una geografia dei prezzi che riflette logistica, concorrenza e insularità. Il Lazio si conferma la regione più economica per la benzina self a 2,0035 €/l, seguito dalle Marche (2,0044) e dal Veneto (2,0054). In fondo alla classifica troviamo il Trentino-Alto Adige con 2,0439 €/l e la Calabria a 2,0436.

Il divario tra la regione più economica e quella più cara per la benzina è di 4,04 centesimi al litro: su un pieno da 50 litri sono poco più di 2 euro di differenza. Non sembra molto, ma per un pendolare che percorre 30.000 km all'anno (circa 2.000 litri di carburante) la differenza annua supera gli 80 euro. Sul gasolio il divario si allarga: si va dai 2,1141 €/l delle Marche ai 2,1595 del Trentino-Alto Adige, con una forbice di 4,54 centesimi al litro.

Regione Benzina self (€/l) Gasolio self (€/l) Distributori
Lazio 2,0035 2,1182 2.117
Marche 2,0044 2,1141 731
Veneto 2,0054 2,1165 1.834
Lombardia 2,0123 2,1275 2.842
Sicilia 2,0289 2,1483 1.763
Calabria 2,0436 2,1546 724
Trentino-Alto Adige 2,0439 2,1595 371

Fonte: elaborazione su dati MIMIT, 01/09/2026 — Selezione di regioni rappresentative su 20 totali

Autostrada versus strada: il pedaggio nascosto

Un tema che merita attenzione è il divario tra i prezzi praticati dai distributori autostradali e quelli sulla rete stradale ordinaria. I dati MIMIT di oggi parlano chiaro: la benzina self in autostrada costa 2,0894 €/l contro 1,956 €/l in strada, una differenza di 13,34 centesimi al litro. Sul gasolio il divario è analogo: 2,1972 contro 2,0907 €/l, ovvero 10,65 centesimi in più.

Tredici centesimi al litro di sovraccosto autostradale sulla benzina significano che un pieno da 50 litri costa quasi 6,70 € in più sull'autostrada. Per una famiglia che parte per le ultime vacanze estive e fa due pieni in viaggio, sono oltre 13 euro in più. Il consiglio resta sempre valido: uscire dall'autostrada per fare rifornimento, quando possibile. Due minuti di deviazione possono valere una cena al ristorante a fine vacanza.

Il cambio EUR/USD: un cuscinetto parziale

Il tasso di cambio EUR/USD si attesta a 1,1617, un livello relativamente favorevole per l'eurozona. Un euro forte significa che importiamo il greggio (quotato in dollari) a un costo in euro leggermente inferiore. Con un cambio a 1,16 il barile da 91,16 dollari costa circa 78,47 euro; se il cambio fosse a parità (1,00) costerebbe 91,16 euro, quasi 13 euro in più. L'euro ci sta risparmiando circa 8 centesimi al litro rispetto allo scenario peggiore.

Tuttavia, l'euro oscilla intorno a 1,16 dollari, vicino al livello più debole delle ultime due settimane, poiché l'aumento dei prezzi del petrolio e le rinnovate preoccupazioni inflazionistiche rafforzano le aspettative di tassi più alti sia nell'eurozona sia negli USAI mercati scontano un tasso sui depositi BCE intorno al 2,70% entro dicembre, con una probabilità di circa l'80% di un secondo rialzo dopo la prevista mossa di settembre. Questo è un circolo vizioso particolarmente insidioso: il petrolio caro alimenta l'inflazione, l'inflazione spinge le banche centrali ad alzare i tassi, i tassi più alti rafforzano il dollaro (o indeboliscono l'euro), e un euro più debole rende il petrolio ancora più caro in valuta locale.

Il grafico a torta rende evidente una realtà che andrebbe sempre ricordata quando si parla di prezzi alla pompa: accise e IVA insieme rappresentano oltre il 51% del prezzo finale della benzina. Il costo della materia prima — quel barile da 91 dollari che fa notizia sui giornali — pesa per meno di un quarto. Anche se il Brent scendesse domani a 70 dollari, il prezzo alla pompa calerebbe di 10-12 centesimi al massimo, non di più. E probabilmente non subito: l'effetto asimmetrico (noto in letteratura come rocket and feather) fa sì che i prezzi salgano rapidamente quando il greggio aumenta, ma scendano molto più lentamente quando cala. È una costante dei mercati dei carburanti in tutto il mondo, non solo in Italia.

Il governo e le accise variabili: una partita ancora aperta

Il governo sta valutando misure per ridurre l'impatto dell'aumento dei prezzi dei carburanti, tra cui un meccanismo di accisa variabile che consentirebbe ai prezzi di scendere in linea con il maggior gettito IVA raccolto quando i prezzi salgono. Il concetto è semplice nella teoria: quando il Brent sale, il gettito IVA aumenta automaticamente (perché il 22% si applica su un prezzo più alto). Quella “extra-IVA” potrebbe essere usata per ridurre temporaneamente l'accisa, creando uno stabilizzatore automatico.

Secondo la CGIA di Mestre, nel 2026 famiglie e imprese affronteranno quasi 29 miliardi di euro di costi aggiuntivi per elettricità, gas e carburanti, con benzina e gasolio che mostrano l'incremento maggiore: 13,6 miliardi in più, pari a un +20,4% rispetto al 2025. Sono numeri che pesano sull'economia reale. L'80% delle merci italiane viaggia su gomma: ogni centesimo in più al litro di gasolio non resta al distributore, ma si propaga lungo tutta la filiera — dal camion al magazzino, dal magazzino allo scaffale del supermercato. Il gasolio è, in questo senso, una tassa occulta sull'inflazione.

L'Italia ha uno dei carichi fiscali sui carburanti più elevati d'Europa, rendendo i prezzi alla pompa particolarmente sensibili agli shock geopoliticiQualsiasi intervento sulle accise avrebbe implicazioni per l'inflazione e per i conti pubblici, in un momento in cui il Paese lotta con un debito elevato e una crescita relativamente lenta. Il margine di manovra del governo è stretto: tagliare le accise costa miliardi di gettito fiscale, non tagliarle costa consenso politico e potere d'acquisto delle famiglie.

Il gasolio sopra la benzina: un'anomalia che si consolida

Un dato che merita una riflessione specifica: il gasolio self a 2,1283 €/l oggi costa oltre 11 centesimi in più rispetto alla benzina self (2,0159 €/l). Storicamente il gasolio era il carburante “economico”, quello che giustificava il sovrapprezzo all'acquisto di un'auto diesel. Quel paradigma si è invertito strutturalmente.

Le cause sono molteplici: la crescente domanda globale di distillati medi (jet fuel, gasolio navale, diesel), l'aumento del crack spread sui distillati dopo la riduzione della capacità di raffinazione europea (diverse raffinerie sono state chiuse o riconvertite dal 2020), e l'accisa relativamente più bassa sul gasolio (0,6174 contro 0,7284 €/l per la benzina) che non riesce a compensare la differenza di prezzo industriale. Per chi guida un diesel e percorre meno di 15.000-20.000 km all'anno, il vantaggio economico rispetto alla benzina si è praticamente azzerato.

Quanto costa guidare oggi: il conto per il pendolare

Facciamo un calcolo concreto. Un pendolare che percorre 30 km per andare al lavoro e 30 km per tornare (60 km al giorno, 22 giorni al mese) copre circa 1.320 km mensili. Con un'auto a benzina che consuma 6,5 litri ogni 100 km, servono circa 85,8 litri al mese. Al prezzo self odierno di 2,0159 €/l, il costo mensile del solo carburante è di 172,96 euro. Cento euro in più rispetto a tre anni fa, quando la benzina era a 1,75 €/l.

Con un diesel che consuma 5,5 l/100km, i litri mensili scendono a 72,6 ma al prezzo di 2,1283 €/l il costo sale a 154,51 euro: il risparmio diesel si riduce a soli 18,45 euro al mese rispetto alla benzina, a fronte di un veicolo mediamente più costoso all'acquisto.

Chi usa il GPL (0,753 €/l) resta in una posizione nettamente più favorevole, anche considerando il consumo specifico più alto (circa 9 l/100km): il costo mensile scende a 89,44 euro, meno della metà della benzina. È una delle ragioni per cui l'Italia ha il parco GPL più ampio d'Europa.

Prospettive: cosa aspettarsi nelle prossime settimane

Il quadro di breve periodo è dominato da tre variabili:

1. La riunione OPEC+ del 6 settembre. Resta da vedere se l'OPEC+ continuerà ad aumentare la produzione nel resto del 2026 o farà una pausa dopo settembre; secondo Jorge Leon di Rystad Energy, il completamento del programma di ripristino aumenta la probabilità di una pausa nella seconda parte dell'anno. Una pausa confermerebbe il sostegno ai prezzi, ma il mercato la dà già largamente per scontata.

2. L'evoluzione dello Stretto di Hormuz. L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha avvertito che la riapertura dello stretto sta diventando sempre più urgente, poiché il mondo sta bruciando le proprie scorte di petrolio a un ritmo rapidoLe riserve strategiche USA (SPR) sono state portate vicino ai livelli operativi minimi. Se la situazione di Hormuz si sbloccasse — ipotesi al momento remota — il Brent potrebbe scendere rapidamente di 10-15 dollari, con un impatto di 5-8 centesimi al litro alla pompa italiana nel giro di 3-4 settimane. Se invece le tensioni si intensificano e il traffico si riduce ulteriormente, il ritorno sopra i 100 dollari non è da escludere.

3. Le mosse del governo italiano sulle accise. Il meccanismo di accisa variabile allo studio potrebbe offrire un sollievo parziale, ma i tempi politici sono lunghi e la sostenibilità fiscale limita lo spazio di intervento. I conti pubblici italiani non possono rinunciare a 30 miliardi di gettito annuo dalle accise sui carburanti senza trovare coperture alternative.

Il quadro d'insieme: un'Italia vulnerabile ma non rassegnata

L'Italia resta uno dei Paesi europei più esposti alla crisi energetica per ragioni strutturali: importiamo oltre il 90% del nostro fabbisogno di petrolio, abbiamo un parco auto tra i più vecchi d'Europa (età media superiore a 12 anni), le accise sono tra le più alte del continente, e l'80% della logistica merci dipende dal trasporto su gomma. Ogni oscillazione del Brent si trasmette alla nostra economia con un effetto amplificato rispetto a Paesi con mix energetici più diversificati o con una logistica più orientata alla ferrovia.

Ma i numeri di oggi mostrano anche una tenuta. La benzina self a 2,0159 €/l è scesa significativamente dai picchi di luglio, quando si sfioravano i 2,20 in modalità self. Il rientro parziale del Brent dalla zona 93-100 dollari alla fascia 87-91 si è trasmesso — con il consueto ritardo — anche alla pompa. La rete distributiva italiana, con oltre 21.600 impianti monitorati su 314 bandiere diverse e 5.247 comuni coperti, garantisce una concorrenza che, per quanto imperfetta, esiste e produce differenze misurabili: scegliere la pompa giusta può valere 8-13 centesimi al litro.

Il consiglio più concreto per gli automobilisti è anche il più banale: confrontate i prezzi, preferite il self-service (il servito oggi costa oltre 12 centesimi in più sulla benzina), evitate l'autostrada per il rifornimento quando possibile, e considerate seriamente il GPL per chi percorre molti chilometri. In un contesto geopolitico che non promette stabilità, l'unica variabile che possiamo controllare è la scelta del distributore. Tutto il resto — Hormuz, l'OPEC, le accise — si decide altrove. Ma sui nostri consumi possiamo agire subito, e ogni centesimo risparmiato, moltiplicato per migliaia di litri all'anno, fa la differenza.

Per un monitoraggio continuo dei prezzi regione per regione si rimanda alle pagine dedicate, dalla Lombardia alla Sicilia, e alla sezione tutte le analisi per gli approfondimenti sulle dinamiche di mercato.

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