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Hormuz, la scadenza del cessate il fuoco e il Brent oltre 91 $: cosa cambia alla pompa in Italia

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· 13 min di lettura

Analisi redatta con assistenza di intelligenza artificiale su dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), rilevati quotidianamente su oltre 21.000 distributori italiani. Il contenuto è supervisionato dalla redazione Benzina24. Metodologia · Fonti

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La deadline è scaduta. Il termine di 60 giorni per raggiungere un accordo definitivo tra Stati Uniti e Iran è spirato il 17 agosto, lasciando i due Paesi in uno stallo sulla gestione dello Stretto di Hormuz e sul futuro dei fondi iraniani congelati.Il presidente Trump ha escluso un'estensione del cessate il fuoco nel breve periodo, dichiarando che Teheran non accetterà le condizioni che considera necessarie per porre fine al conflitto. E mentre la diplomazia arretra, un cargo è stato colpito da un proiettile mentre transitava nello Stretto di Hormuz, causando danni alla sala motori e una vittima tra l'equipaggio, con il soccorso della Guardia Costiera omanita. Il petrolio Brent ha reagito immediatamente, superando quota 91 dollari al barile e segnando il livello più alto delle ultime settimane. In Italia, la benzina self-service si attesta a 1,9917 €/l e il gasolio a 2,0925 €/l secondo i dati ufficiali MIMIT del 18 agosto 2026. Lo scenario è il più teso dallo scoppio della crisi a fine febbraio.

Dal cessate il fuoco al caos: cronologia di una crisi che non si ferma

Per comprendere perché il prezzo del pieno in Italia continui a salire, bisogna tornare indietro di quasi sei mesi. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei contro l'Iran, colpendo il leader supremo e numerosi obiettivi militari e governativi.L'Iran ha risposto con missili e droni contro Israele, basi americane e Paesi alleati in Medio Oriente, chiudendo lo Stretto di Hormuz e provocando una grave perturbazione del commercio globale.Prima della guerra, lo Stretto di Hormuz era aperto e vi transitava circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto (GNL).

La sequenza degli eventi successivi ha avuto un impatto diretto e crescente sulle quotazioni del greggio. Il 17 giugno 2026, Trump e il presidente iraniano Pezeshkian firmarono un memorandum d'intesa che prevedeva la rimozione del blocco navale statunitense e il transito sicuro delle navi commerciali per 60 giorni. Ma la tregua è stata fragile fin dall'inizio. A luglio il conflitto è ripreso dopo che l'Iran ha colpito tre navi commerciali che avevano aggirato la rotta prestabilita.All'inizio di agosto 2026, gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale in risposta a rinnovati attacchi contro navi commerciali.

Il risultato è che lo Stretto — il collo di bottiglia più importante per il mercato energetico mondiale — resta di fatto chiuso ai flussi normali. Le esportazioni regionali del Golfo sono crollate di 2,1 milioni di barili al giorno, con i caricamenti scesi da 20 milioni di barili/giorno a inizio luglio a circa 12 milioni a fine mese. E la scadenza formale del MoU, avvenuta ieri 17 agosto, porta con sé un rischio concreto di escalation ulteriore.

Il Brent in dieci giorni: da 82 a 91 dollari, un'impennata del 10,9%

I numeri parlano con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Il petrolio Brent è passato da 82,38 dollari al barile il 9 agosto a 91,37 dollari il 18 agosto: un balzo di quasi 9 dollari in nove sedute, pari a un incremento del 10,9%. Si tratta della risalita più rapida dall'inizio della crisi di Hormuz, e il segnale è inequivocabile: i mercati stanno prezzando l'ipotesi che la situazione nello Stretto non si risolva a breve.

La dinamica dell'ultima settimana è stata particolarmente violenta. Il Brent ha rotto la soglia dei 90 dollari nel fine settimana, spinto da due fattori convergenti: l'aumento della pressione economica statunitense sull'Iran, con il presidente Trump che prepara nuove sanzioni, e il lancio di attacchi israeliani in Libano contro un comandante di Hezbollah.Il cessate il fuoco provvisorio tra USA e Iran era atteso formalmente scadere, mentre i negoziati per la riapertura dello Stretto restavano in stallo.

A rendere il quadro ancora più preoccupante è l'analisi dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA). L'offerta globale di petrolio è ora prevista in calo di 4,3 milioni di barili al giorno in media nel 2026, con la domanda in contrazione di 1,6 milioni di barili al giorno — 510.000 barili in più rispetto alla stima del mese precedente — a causa della chiusura dello Stretto e dei prezzi elevati dei carburanti.Il deficit del mercato petrolifero nel terzo trimestre 2026 è stimato a 1,8 milioni di barili al giorno, più del doppio degli 800.000 barili stimati nel report di luglio. In altre parole: il mondo sta bruciando le riserve a un ritmo insostenibile. Un prelievo di 69 milioni di barili in luglio ha portato le scorte globali sotto i 7,9 miliardi di barili, il livello più basso da aprile 2025, con un drenaggio complessivo di 410 milioni di barili dall'inizio del conflitto.

Dal barile alla pompa: il meccanismo che gonfia i prezzi italiani

Capire come 91 dollari al barile si traducano in quasi 2 €/l alla pompa richiede di seguire la catena del valore dal campo petrolifero al distributore. Il primo passaggio è il cambio EUR/USD: il tasso attuale è di 1,1589 dollari per euro, il che significa che un barile di Brent a 91,37 dollari costa all'importatore europeo circa 78,84 euro. Convertiti in litri (un barile equivale a circa 159 litri), il costo della materia prima si aggira intorno ai 0,496 €/l.

Ma è qui che comincia la vera inflazione di prezzo tutta italiana. Il crack spread — il margine di raffinazione per trasformare il greggio in benzina o gasolio vendibile — si aggiunge con un sovrapprezzo che in Europa ha raggiunto livelli record. I margini di raffinazione hanno continuato a salire in agosto, stabilendo nuovi record nel continente europeo secondo l'IEA. Poi arrivano i costi di trasporto, stoccaggio e logistica, che portano il cosiddetto prezzo industriale intorno a 0,70-0,75 €/l per la benzina.

A quel punto interviene il fisco. L'accisa sulla benzina è fissa a 0,7284 €/l, quella sul gasolio a 0,6174 €/l. Si tratta di un'imposta in valore assoluto, che non cambia se il petrolio vale 60 o 120 dollari. Su tutto il complesso — prezzo industriale più accisa — si calcola poi l'IVA al 22%, che è una tassa sulla tassa: un'anomalia italiana che gonfia il conto finale. In pratica, le accise e l'IVA pesano tra il 55% e il 60% del prezzo alla pompa. Quando si paga 1,99 €/l di benzina, oltre un euro finisce direttamente nelle casse dello Stato.

Componente Benzina (€/l) Gasolio (€/l)
Materia prima (Brent convertito) ~0,50 ~0,52
Crack spread + logistica ~0,20 ~0,24
Accisa 0,7284 0,6174
Margine distributore ~0,03-0,05 ~0,03-0,05
IVA 22% (su tutto) ~0,36 ~0,38
Prezzo alla pompa (self) 1,9917 2,0925

Un aspetto che merita una riflessione approfondita è l'effetto asimmetrico, noto in letteratura come rocket and feather: i prezzi alla pompa salgono rapidamente quando il greggio aumenta, ma scendono con grande lentezza quando cala. In un contesto come quello attuale, con il Brent in salita del 10% in dieci giorni, ci si deve aspettare che gli aumenti si scarichino integralmente sulla pompa nel giro di pochi giorni. Se e quando il greggio dovesse tornare sotto gli 85 dollari, invece, il sollievo per gli automobilisti arriverebbe con settimane di ritardo. È una distorsione strutturale del mercato dei carburanti, documentata da decenni di studi accademici, che penalizza sistematicamente il consumatore finale.

La mappa dei prezzi regionali: dal Lazio al Trentino, quasi 4 centesimi di differenza

Anche all'interno dei confini nazionali, il prezzo alla pompa non è uniforme. Il divario tra la regione più economica e quella più cara raggiunge oggi i 3,64 centesimi sulla benzina e i 4,40 centesimi sul gasolio — una forbice che può sembrare contenuta in valore assoluto ma che, su un pieno da 50 litri, si traduce in circa 1,80-2,20 € di differenza. Per chi fa rifornimento due volte al mese, sono oltre 50 € all'anno.

Il Lazio si conferma la regione più conveniente con una benzina self a 1,9809 €/l, seguito dalle Marche (1,9823 €/l) e dal Veneto (1,9826 €/l). In coda alla classifica troviamo il Trentino-Alto Adige con 2,0173 €/l di benzina e un gasolio che tocca i 2,1236 €/l, il valore regionale più alto d'Italia. La Calabria (2,0151 €/l) e la Valle d'Aosta (2,0128 €/l) completano il podio delle regioni più costose.

Le ragioni di queste differenze sono molteplici: densità della rete distributiva (la Lombardia ha 2.841 distributori, il Molise solo 153), concorrenza locale, vicinanza a depositi costieri, e la presenza più o meno consistente di pompe bianche indipendenti che esercitano una pressione al ribasso sui listini. Il dato interessante è che il Sud non è necessariamente più caro del Nord: la Campania, con 1,991 €/l, batte la Liguria (1,999 €/l) e si colloca a ridosso della media nazionale.

Autostrada vs strada: il sovrapprezzo che pesa sull'esodo estivo

In pieno agosto, con milioni di italiani in viaggio per le ferie, il divario tra prezzi autostradali e stradali assume un rilievo particolare. I dati MIMIT di oggi sono eloquenti: la benzina in autostrada costa mediamente 2,0637 €/l contro 1,9356 €/l sulla rete stradale, un differenziale di 12,81 centesimi. Per il gasolio la forbice è di 10,88 centesimi (2,163 €/l vs 2,0542 €/l). Tradotto in pratica: un pieno da 50 litri di benzina in autostrada costa 6,40 € in più rispetto a una stazione stradale. Per un viaggio lungo — poniamo un'andata e ritorno Roma-Rimini con due pieni completi — il sovrapprezzo autostradale supera i 12 €.

Il consiglio operativo, per chi si mette in viaggio in queste giornate, resta quello di pianificare i rifornimenti prima di imboccare l'autostrada o di uscire brevemente al casello quando possibile. I marchi più convenienti sulla rete stradale, secondo il monitoraggio odierno su 56 stazioni nel campione, partono da 1,9277 €/l per la benzina (reti indipendenti e GDO come Auchan e COOP), contro una media autostradale calcolata su 436 impianti. La grande distribuzione organizzata resta il riferimento per chi cerca il prezzo più basso.

Il gasolio sopra i 2 euro: l'impatto nascosto sull'inflazione

C'è un dato, nei numeri di oggi, che merita un'attenzione superiore a quello della benzina: il gasolio self-service a 2,0925 €/l. È un livello significativamente elevato, che ha implicazioni che vanno ben oltre il costo del pieno per gli automobilisti. In Italia, l'80% delle merci viaggia su gomma. Ogni centesimo di aumento sul gasolio si traduce in un incremento dei costi logistici che si scarica a cascata lungo l'intera catena distributiva: dal produttore al magazzino, dal magazzino al supermercato, dal supermercato al carrello della spesa.

Il servito raggiunge i 2,1632 €/l per il gasolio, una cifra che per un autotrasportatore con un camion da 300 litri di serbatoio significa quasi 649 € a pieno. Considerando che un TIR in viaggio nazionale fa rifornimento più volte alla settimana, si comprende come questi livelli di prezzo rappresentino un fattore inflazionistico strutturale. Non è un caso che l'IEA stessa, nel suo rapporto di agosto, abbia rivisto al ribasso la domanda globale di petrolio, citando proprio i prezzi elevati dei carburanti e la ridotta disponibilità di prodotti raffinati — in particolare nafta e gasolio — come fattori di compressione dei consumi.

L'Italia è particolarmente vulnerabile a questo meccanismo per tre ragioni strutturali: un parco auto tra i più vecchi d'Europa (età media oltre 12 anni), con consumi medi al chilometro sensibilmente superiori ai modelli recenti; una dipendenza quasi totale dalle importazioni di petrolio, che espone il Paese alle fluttuazioni internazionali senza alcun cuscinetto produttivo; e un carico fiscale che figura tra i più alti del continente, con accise che si sommano all'IVA in un meccanismo di tassazione cumulativa.

OPEC+ e il paradosso dell'offerta: si produce di più, ma non basta

I Paesi OPEC+ hanno annunciato piani per aumentare la produzione petrolifera, con sette membri — Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman — che hanno concordato un incremento di 188.000 barili al giorno da agosto.Si tratta del quinto aumento consecutivo, nell'ambito di un graduale smantellamento dei tagli produttivi decisi nel 2023. In teoria, più produzione dovrebbe calmierare i prezzi. In pratica, accade il contrario.

Il paradosso si spiega con la matematica brutale della crisi di Hormuz. L'offerta globale di petrolio in luglio è salita di 2,4 milioni di barili al giorno raggiungendo 101,5 milioni di barili/giorno, ma è rimasta inferiore di 6,3 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli dell'anno precedente, con 8,3 milioni di barili di produzione del Golfo ancora fuori mercato. In sostanza, si produce di più rispetto ai mesi peggiori della crisi, ma enormemente meno rispetto alla normalità. Lo shock sull'offerta sta anche distruggendo domanda, mentre la raffinazione globale è calata di 5 milioni di barili/giorno su base annua a luglio, con la Russia che lavora ai minimi ventennali di 3,9 milioni di barili/giorno dopo gli attacchi ucraini con droni.

Il cambio EUR/USD offre una magra consolazione. L'euro si è rafforzato a circa 1,16 dollari, raggiungendo i massimi di due mesi, il che attenua parzialmente l'impatto del Brent in rialzo: se un barile costa 91,37 dollari e l'euro vale 1,16 dollari, l'importatore europeo paga meno rispetto a un tasso di 1,10. Ma l'effetto è marginale: un euro forte riduce il costo della materia prima di pochi centesimi al litro, insufficienti a compensare un rialzo del greggio dell'ordine del 10%.

Prospettive: cosa aspettarsi nelle prossime settimane

Lo scenario è dominato dall'incertezza. Teheran e Washington si erano impegnati nel memorandum di giugno a raggiungere un accordo finale entro 60 giorni, prevedendo però la possibilità di un'estensione con consenso reciproco.Le tensioni sullo Stretto si sono acuite dopo che Trump ha minacciato di attaccare l'Oman in caso interferisca con gli sforzi per risolvere la crisi.Iran e Oman sembrano muoversi verso un accordo sulla gestione dello Stretto, ma gli Stati Uniti non partecipano ai colloqui.

Se le negoziazioni dovessero fallire definitivamente, gli analisti temono che il Brent possa testare nuovamente la soglia dei 100 dollari — un livello che non si vede dalla primavera scorsa, quando il conflitto aveva spinto le quotazioni fino a un massimo intraday di 120,88 dollari toccato il 30 aprile 2026. In quello scenario, la benzina italiana supererebbe con certezza la soglia psicologica dei 2 €/l in self-service, un livello che oggi è già realtà in diverse regioni del Sud e nelle aree alpine.

Al contrario, un'intesa diplomatica che riapra Hormuz potrebbe riportare il Brent sotto gli 80 dollari nel giro di settimane, con un effetto deflattivo che impiegherebbe però tempo per raggiungere la pompa italiana — ancora una volta per l'effetto asimmetrico che caratterizza la distribuzione dei carburanti.

Per l'automobilista che oggi si appresta a partire per le vacanze o per il pendolare che domani tornerà al lavoro, il dato concreto è questo: un pieno di benzina da 50 litri costa oggi 99,59 € in modalità self-service. Un anno fa, con il Brent attorno ai 78 dollari e accise invariate, lo stesso pieno costava sensibilmente meno. La differenza non è tutta colpa del mercato: oltre la metà di quel conto è fiscalità. Ma su quella, almeno per ora, nessuna delle forze politiche sembra intenzionata a intervenire. Per ulteriori aggiornamenti e dati in tempo reale, è possibile consultare la sezione dedicata alle analisi e agli approfondimenti sul mercato dei carburanti italiani.

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