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Dallo Stretto di Hormuz alla pompa italiana: il Brent crolla sotto 77 $ e i prezzi iniziano a scendere

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Analisi redatta con assistenza di intelligenza artificiale su dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), rilevati quotidianamente su oltre 21.000 distributori italiani. Il contenuto è supervisionato dalla redazione Benzina24. Metodologia · Fonti

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L'accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz sta riscrivendo la mappa energetica globale. I futures sul Brent, in calo del 2,1% nella seduta di lunedì, si sono portati a 78,41 dollari al barile sotto una pressione ribassista sostenuta: i mercati stanno smontando aggressivamente il premio di rischio geopolitico incorporato nei prezzi sin dall'inizio del conflitto USA-Iran, che aveva di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz dalla fine di febbraio. In appena dieci giorni il barile ha perso oltre 10 dollari, passando dagli 86,80 del 14 giugno ai 76,83 registrati oggi, 23 giugno 2026. Un'onda d'urto ribassista che, con i tempi tipici della catena distributiva, inizia a riflettersi — timidamente — anche sui prezzi alla pompa in Italia.

L'accordo USA-Iran: cosa è successo e perché conta per il pieno

Per capire cosa sta accadendo al distributore sotto casa, bisogna partire da Ginevra. Il presidente Trump e l'Iran hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo iniziale volto a porre fine a oltre tre mesi di guerra e a riaprire lo Stretto di Hormuz. L'intesa, la cui firma ufficiale era prevista per venerdì scorso in Svizzera, rappresenta una svolta significativa nel conflitto che ha scosso l'economia globale. Lo Stretto è il collo di bottiglia attraverso cui transita circa il 20% del greggio mondiale: la sua chiusura, iniziata a fine febbraio, aveva spinto il Brent oltre i 120 dollari al barile nei momenti più acuti della crisi.

Il primo round di negoziati ad alto livello tra Stati Uniti e Iran si è concluso lunedì mattina in Svizzera con entrambe le parti che hanno concordato una "road map" per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, insieme all'istituzione di una linea di comunicazione diretta per evitare incidenti nello Stretto di Hormuz. Questo è il passaggio chiave: non si tratta di un trattato di pace definitivo, ma di un framework che i mercati petroliferi stanno già prezzando come l'inizio della fine della crisi. L'accordo firmato a metà giugno è più propriamente descritto come un memorandum d'intesa preliminare, che include un'estensione del cessate il fuoco di 60 giorni, la riapertura dello Stretto al traffico commerciale marittimo e un sollevamento graduale del blocco navale statunitense.

La reazione dei mercati è stata fulminea. L'EIA ora prevede che la domanda globale di petrolio diminuirà di 1,1 milioni di barili al giorno nel corso del 2026, un segnale strutturale di distruzione della domanda. La riapertura condizionata dello Stretto di Hormuz, il ritiro delle dichiarazioni di forza maggiore da parte del Kuwait e la fine del blocco navale statunitense hanno convinto gli investitori che la disruption è ormai in fase di rientro.Goldman Sachs ha tagliato la sua previsione sul prezzo del Brent a 80 dollari al barile per il quarto trimestre dell'anno, giù dai 90 precedenti.

Il crollo del Brent: da 86 a 76 dollari in dieci giorni

I numeri parlano da soli. Il petrolio Brent ha tracciato una discesa quasi verticale nell'ultima settimana e mezza, e la curva dei futures in contango (i contratti a scadenza più lontana costano meno di quelli vicini) segnala che il mercato si attende un ritorno progressivo alla normalità delle forniture dal Golfo Persico.

Il barile è passato da 86,80 dollari del 14 giugno — quando i mercati ancora scontavano una possibile escalation — ai 76,83 dollari di oggi. Si tratta di un calo dell'11,5% in poco più di una settimana, una delle discese più rapide degli ultimi anni al di fuori dei crash pandemici. I produttori del Golfo si stanno preparando ad aumentare la produzione, con il Kuwait che ha revocato le dichiarazioni di forza maggiore e l'ADNOC di Abu Dhabi che ha ripreso le operazioni di fornitura. Una riapertura completa di Hormuz potrebbe liberare circa 80 milioni di barili sul mercato, aggiungendo pressione ai prezzi in un contesto di domanda già debole.

Un elemento spesso trascurato nelle analisi è il cambio EUR/USD, che gioca un ruolo fondamentale per l'Europa. Il cambio EUR/USD è sceso a 1,1420 il 23 giugno 2026, in calo dello 0,07% rispetto alla sessione precedente.L'euro si è indebolito fino a 1,146 dollari, attestandosi ai minimi da metà marzo, nonostante i segnali di progresso diplomatico tra USA e Iran. Tradotto in termini pratici: il petrolio costa meno in dollari, ma l'euro debole riduce parzialmente il vantaggio per gli importatori europei. Se il Brent fosse rimasto a 86 dollari con il cambio a 1,16 (media delle ultime settimane), il costo in euro sarebbe stato di 74,14 €/barile. Oggi, con 76,83 dollari e cambio a 1,142, il barile vale 67,28 €. Il risparmio effettivo in euro è del 9,3%: significativo, ma inferiore al -11,5% registrato in dollari.

I prezzi alla pompa oggi: la fotografia MIMIT del 23 giugno

Veniamo ai dati che interessano direttamente il portafoglio degli automobilisti italiani. Secondo i dati ufficiali MIMIT elaborati su 21.796 distributori monitorati, ecco la situazione al 23 giugno 2026:

Carburante Self (€/l) Servito (€/l) Delta servito Stazioni
Benzina 1,8361 1,9712 +13,5 cent 19.917
Gasolio 1,9313 2,0636 +13,2 cent 19.811
GPL 0,7768 0,7714 -0,5 cent 160
Metano 1,4983 1,5574 +5,9 cent 100

Il dato che salta all'occhio è l'anomalia del gasolio: con una media self di 1,9313 €/l, il diesel è quasi 10 centesimi più caro della benzina. Una situazione che si protrae ormai da settimane e che ha radici precise. Il 6 giugno 2026 è scaduto il regime di riduzione delle accise sui carburanti introdotto con il Decreto-Legge n. 89 del 22 maggio. Lo sconto sulle accise era stato introdotto dal Consiglio dei Ministri del 18 marzo con un taglio di 24,4 centesimi al litro sia su benzina sia su gasolio. Dal 23 maggio al 6 giugno, però, l'intervento sulla benzina era rimasto invariato mentre quello sul gasolio era stato dimezzato a -12,2 centesimi. Con la scadenza del provvedimento, il gasolio ha riassorbito tutto il beneficio fiscale, tornando al livello pieno delle accise ordinarie (0,6174 €/l). Questo spiega la forbice anomala rispetto alla benzina.

Accise, IVA e il peso dello Stato nel prezzo finale

Il meccanismo dal barile alla pompa merita sempre un'analisi approfondita, perché troppo spesso si semplifica eccessivamente. Prendiamo la benzina self a 1,8361 €/l e scomponiamola. Le accise fisse pesano 0,7284 €/l: da sole valgono circa il 40% del prezzo finale. Ma la vera perversione del sistema fiscale italiano è che l'IVA al 22% viene calcolata non solo sul prezzo industriale del prodotto, ma anche sulle accise stesse. È una tassa sulla tassa, un'anomalia che l'Italia condivide con pochissimi altri Paesi europei. Il risultato è che la componente fiscale complessiva (accisa + IVA) assorbe circa il 58% del prezzo alla pompa della benzina e oltre il 55% del gasolio.

Per dare concretezza: su un pieno da 50 litri di benzina self al prezzo medio odierno di 1,8361 €/l, l'automobilista spende 91,81 €. Di questi, circa 53,25 € vanno all'Erario tra accise e IVA. Il contenuto energetico effettivo — la benzina raffinata, trasportata e venduta — vale meno di 39 €. Con uno stipendio netto medio di 1.899,64 € al mese in Italia, un pieno da 50 litri rappresenta circa il 5% del reddito mensile. Per un pendolare che fa due pieni al mese, stiamo parlando del 10% dello stipendio destinato esclusivamente al carburante.

La Commissione Europea ha specificamente criticato la riduzione "non mirata" delle accise sui carburanti, una posizione in linea con quella del Fondo Monetario Internazionale, che ha suggerito di sostituire il taglio generalizzato con trasferimenti mirati alle famiglie più vulnerabili. Il costo fiscale stimato delle misure è intorno allo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se mantenute fino a fine anno. Con la scadenza del taglio il 6 giugno e nessun rinnovo annunciato, il governo sembra aver scelto la linea della prudenza fiscale, lasciando che sia il calo naturale del greggio a fornire sollievo ai consumatori.

La mappa regionale: dal Veneto più economico alla Basilicata più cara

L'Italia dei carburanti non è mai uniforme. Il divario regionale sulla benzina self tra la regione più economica e quella più cara è oggi di 5,15 centesimi al litro: si va da 1,8196 €/l del Veneto a 1,8711 €/l di Molise e Basilicata. Sul gasolio la forbice si allarga a 5,68 centesimi, con il Veneto sempre in testa (1,9106 €/l) e il Molise fanalino di coda (1,9674 €/l).

La geografia dei prezzi rivela pattern consolidati. Le regioni del Nord-Est e del Centro-Nord — Veneto, Marche, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna — beneficiano di una rete distributiva più densa e competitiva. In Lombardia, con 2.889 distributori monitorati (la rete più ampia d'Italia), la benzina self si attesta a 1,8238 €/l. Le regioni meridionali e le isole scontano costi logistici superiori, minore concorrenza tra gestori e una densità di impianti più bassa. La Sicilia, con 1.780 stazioni, segna 1,8543 €/l: tre centesimi in più rispetto alla Lombardia, che su un pieno da 50 litri si traducono in 1,53 € di differenza.

Ma il divario più clamoroso non è regionale: è tra rete stradale e rete autostradale. Sulla benzina self, i distributori autostradali praticano una media di 1,9198 €/l contro 1,7674 €/l della rete ordinaria. Sono 15,24 centesimi di differenza, pari a 7,62 € su un pieno da 50 litri. Un divario che in Italia è cronico e che nessuna riforma della rete ha mai colmato: chi si ferma in autostrada paga un pedaggio nascosto di cui raramente si parla.

Il contesto OPEC+: la fine di un'era?

La discesa del Brent non dipende solo dalla diplomazia. Si inserisce in un contesto di mercato profondamente mutato. La decisione OPEC+ del 3 maggio è stata la prima riunione dopo la clamorosa uscita degli Emirati Arabi Uniti dal cartello. Un evento tettonico per i mercati petroliferi: gli EAU erano il terzo produttore del gruppo e il loro sganciamento apre scenari di competizione intra-OPEC che non si vedevano dal 2020.

I sette Paesi rimasti hanno deciso di implementare un aggiustamento della produzione di 188 mila barili al giorno dai tagli volontari aggiuntivi annunciati nell'aprile 2023, con implementazione a giugno 2026.Si tratta di un aumento di produzione "modesto e largamente simbolico" in un contesto in cui le esportazioni dal Golfo restano ancora parzialmente limitate dal conflitto.Washington ha concesso all'Iran una licenza di 60 giorni per vendere petrolio sui mercati internazionali, alzando le aspettative di un recupero più rapido dell'offerta globale. Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è già in aumento, con produttori tra cui Kuwait ed Emirati che hanno trovato rotte alternative per esportare energia, mentre l'Iran ha spedito più di 30 milioni di barili nell'ultima settimana. Questo combinato di fattori — progressi diplomatici, aumento delle forniture iraniane, preparazione dei produttori del Golfo a rialzare la produzione — ha creato una tempesta perfetta al ribasso per il greggio.

Dal barile alla pompa: perché il calo non arriva subito

La domanda che ogni automobilista si pone è legittima: se il Brent è sceso dell'11,5% in dieci giorni, perché alla pompa non vedo lo stesso calo? La risposta sta in un fenomeno ben documentato dalla letteratura economica, noto come "rocket and feather" (razzo e piuma): i prezzi alla pompa salgono velocemente come un razzo quando il greggio aumenta, ma scendono lentamente come una piuma quando cala.

Ci sono ragioni sia strutturali sia comportamentali. Da un lato, le compagnie petrolifere e i distributori acquistano il prodotto raffinato con contratti a termine che incorporano i prezzi delle settimane precedenti. Quando il Brent era ancora sopra gli 80 dollari, i carichi di benzina e gasolio che oggi arrivano ai depositi italiani erano già stati prezzati. Il ritardo medio di trasmissione dal greggio alla pompa in Italia è stimato tra le 2 e le 4 settimane. Dall'altro, il margine del distributore (mediamente 2-5 centesimi al litro) tende a comprimersi nelle fasi di aumento e a espandersi nelle fasi di calo, fungendo da ammortizzatore asimmetrico.

Ma c'è un fattore ancora più determinante: la componente fiscale fissa. Con accise a 0,7284 €/l sulla benzina e 0,6174 €/l sul gasolio, più l'IVA al 22% sull'intero importo, una variazione del 10% sul prezzo del greggio si traduce in una variazione di appena il 4-5% sul prezzo finale alla pompa. Le accise funzionano come un'ancora che smorza sia i rialzi sia i ribassi. Ecco perché un barile a 77 dollari non produrrà mai la benzina a 1,50 €/l che molti sperano: con l'attuale struttura fiscale, il pavimento strutturale del prezzo alla pompa è intorno a 1,55-1,60 €/l anche se il greggio scendesse a 50 dollari.

Gasolio e inflazione: perché il prezzo del diesel è il dato che conta davvero

Se la benzina interessa direttamente gli automobilisti, il gasolio è il vero termometro dell'inflazione italiana. L'80% delle merci che viaggia su gomma in Italia utilizza diesel. Ogni centesimo in più al litro di gasolio si traduce in un aggravio sui costi di trasporto che, a cascata, finisce sul prezzo dello yogurt al supermercato, del pacco Amazon, della frutta al mercato rionale.

Oggi il gasolio self è a 1,9313 €/l, un livello che le imprese di autotrasporto considerano critico. L'ultimo dato sull'inflazione italiana (+3,2% annuo a maggio) è superiore a quello di Germania (+2,6%) e Francia (+2,4%), e il caro-carburanti è uno dei principali driver.Il governo ha stanziato circa 300 milioni di euro in crediti d'imposta per il settore dell'autotrasporto e agevolazioni per l'acquisto di fertilizzanti in agricoltura, confermando la volontà di muoversi verso sostegni mirati piuttosto che generalizzati. Una scelta comprensibile dal punto di vista fiscale, ma che lascia esposti i piccoli padroncini e le cooperative di trasporto ai capricci del mercato petrolifero.

La Commissione Europea stima che il costo fiscale delle misure italiane sia intorno allo 0,1% del PIL, ma potrebbe arrivare allo 0,3% se mantenute fino a fine anno, in un Paese che già porta il più alto rapporto debito/PIL dell'UE al 138,5%. Lo spazio di manovra fiscale, in altre parole, è inesistente. L'unica vera via d'uscita per i consumatori italiani è che il greggio continui a scendere — e che la pace tra USA e Iran regga.

Autostradale vs stradale: la forbice che nessuno colma

Un aspetto che merita un focus dedicato è il divario tra rete autostradale e rete stradale, un differenziale che in Italia assume dimensioni europee senza paragoni. Ecco i dati:

Rete Benzina (€/l) Gasolio (€/l) Costo pieno 50 l benz.
Autostradale 1,9198 2,0122 95,99 €
Stradale 1,7674 1,8705 88,37 €
Differenza +15,24 cent +14,17 cent +7,62 €

Fermarsi in autostrada costa 7,62 € in più rispetto a fare il pieno in una stazione stradale. Per una famiglia che parte per le vacanze estive con un SUV dal serbatoio da 60 litri, la differenza supera i 9 € a pieno. Un viaggio andata e ritorno Milano-Calabria con due soste autostradali può costare 18-20 € in più solo per il differenziale di prezzo del carburante. Il consiglio, specialmente in vista dell'esodo estivo di luglio, rimane sempre quello di pianificare le soste fuori dall'autostrada quando possibile.

Prospettive: cosa aspettarsi nelle prossime settimane

La direzione dei prezzi alla pompa nelle prossime 2-4 settimane dipende da tre variabili interconnesse.

1. La tenuta dell'accordo USA-Iran. Il memorandum d'intesa non ha risolto diverse questioni critiche. Il testo dell'accordo non è stato immediatamente reso pubblico. L'intesa estende il cessate il fuoco per 60 giorni, con l'obiettivo di raggiungere una fine permanente della guerra nei prossimi negoziati, ma il destino del programma nucleare iraniano resta irrisolto. Se i negoziati dovessero collassare, il Brent potrebbe tornare rapidamente sopra i 90 dollari, con effetti devastanti alla pompa.

2. La politica produttiva OPEC+. Il prossimo incontro dei sette Paesi era programmato per il 7 giugno 2026. Le decisioni di luglio saranno decisive: se i produttori del Golfo accelerassero il ritorno dei barili sul mercato, il Brent potrebbe scivolare verso i 70 dollari. Al contrario, tagli compensativi manterrebbero i prezzi nell'area 75-80 dollari.

3. Il cambio EUR/USD. I mercati monetari continuano a prezzare almeno un ulteriore rialzo dei tassi da parte della BCE quest'anno, dopo il recente aumento di 25 punti base che ha portato il tasso sui depositi al 2,25%. Se la BCE alza ancora i tassi, l'euro potrebbe rafforzarsi, rendendo il petrolio meno caro per gli importatori europei. Ma se la Fed si muove in direzione hawkish, il dollaro forte annullerebbe il beneficio.

Il grafico a ciambella sopra sintetizza plasticamente la realtà del prezzo alla pompa. Accisa e IVA insieme rappresentano circa il 58% del prezzo finale della benzina. Il margine del distributore — quel gestore che tiene aperta la stazione, paga bollette e dipendenti — è stimato attorno ai 2-3 centesimi al litro. Un'inezia, che spiega perché in Italia chiudono circa 500 stazioni di servizio all'anno: i margini non coprono i costi, specialmente nelle aree a basso traffico.

Il quadro d'insieme: l'Italia resta vulnerabile

Guardando alla situazione italiana nel contesto europeo, emergono criticità strutturali che nessun accordo diplomatico può risolvere. L'Italia si colloca al ventesimo posto su 27 Paesi UE per i prezzi della benzina (dove 1 equivale al più economico). La benzina a 1,896 €/l (dato Commissione Europea al 15 giugno) è il 7% sopra la media UE di 1,771 €/l. Il gasolio a 2,005 €/l supera la media UE di 1,781 €/l del 12,6%.

Le ragioni sono note: accise tra le più alte d'Europa, un parco auto tra i più vecchi del continente (età media oltre 12 anni), una dipendenza quasi totale dalle importazioni di greggio, e una rete di raffinazione in contrazione. L'Italia è un Paese che non ha petrolio ma che consuma circa 1,1 milioni di barili al giorno tra tutti i derivati. Ogni crisi nel Golfo Persico arriva direttamente nella tasca degli italiani, amplificata dalla leva fiscale delle accise.

La buona notizia è che la traiettoria del Brent è chiaramente ribassista. Se l'accordo USA-Iran regge e i flussi di greggio dal Golfo tornano alla normalità entro luglio, come prevede Goldman Sachs, potremmo vedere la benzina self scendere verso 1,75-1,78 €/l e il gasolio sotto 1,90 €/l entro la prima metà di luglio. Non sarebbe la benzina a buon mercato di un anno fa, ma sarebbe un sollievo significativo rispetto ai picchi di aprile, quando la verde aveva toccato punte di 2,30 €/l nei momenti più critici del conflitto.

Per chi deve fare il pieno oggi, il consiglio pratico resta quello di sempre: privilegiare il self-service (il servito costa mediamente 13 centesimi in più), confrontare i prezzi tra i distributori della propria zona utilizzando le risorse del nostro portale, ed evitare le stazioni autostradali quando possibile. In un mercato in discesa, la pazienza è l'alleata migliore: ogni settimana che passa, se il Brent resta sotto gli 80 dollari, qualche centesimo in meno si trasferirà alla pompa. Il razzo sale veloce, la piuma scende piano — ma alla fine scende.

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