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Hormuz, Houthi e il barile a 89 $: perch' la benzina in Italia punta verso i 2 '/litro

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· 17 min di lettura

Analisi redatta con assistenza di intelligenza artificiale su dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), rilevati quotidianamente su oltre 21.000 distributori italiani. Il contenuto è supervisionato dalla redazione Benzina24. Metodologia · Fonti

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Lo Stretto di Hormuz resta il punto di rottura dell'economia mondiale dell'energia, e questa settimana lo ha dimostrato con i fatti. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato lunedì che gli Stati Uniti devono revocare il blocco navale prima che Teheran accetti di riaprire completamente Hormuz: «finché il blocco navale statunitense continua, le condizioni necessarie per la riapertura dello Stretto non esistono».Ad inizio agosto 2026, gli Stati Uniti hanno reimpostato il blocco navale in risposta a rinnovati attacchi contro navi commerciali e diversi stati arabi da parte dell'Iran. Un circolo vizioso che tiene sotto scacco circa il 20% del traffico mondiale di greggio e che spiega, meglio di qualsiasi analisi tecnica, perché il Brent ha segnato oggi 89,13 dollari al barile — il livello più alto delle ultime due settimane — e perché gli automobilisti italiani vedono il contatore del distributore girare sempre più veloce.

Lo scenario internazionale: tre fronti aperti in una settimana

Per comprendere il balzo del petrolio Brent dagli 78,79 dollari di martedì 4 agosto ai 89,13 di oggi — un incremento superiore al 13% in sette sedute — bisogna guardare a tre sviluppi simultanei che hanno ristretto l'offerta globale e alimentato il premio di rischio geopolitico.

Primo: lo Stretto di Hormuz. Il blocco militare statunitense ha rediretto 49 navi dall'inizio della sua reimposizione a metà luglio, mentre il traffico attraverso lo Stretto si è ridotto drasticamente: solo otto navi hanno transitato martedì 6 agosto, e appena 29 nell'intera settimana, secondo la società di tracking marittimo Kpler.Oman e Iran appaiono vicini a un accordo sulle rotte di transito, avendo già concordato un percorso per le navi, ma Teheran subordina ogni riapertura alla fine del blocco navale americano. Una situazione di stallo che mantiene fuori mercato milioni di barili al giorno.

Secondo: l'attacco Houthi alla raffineria di Jazan. Domenica 9 agosto il portavoce militare Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato su X un attacco con drone alla raffineria Aramco di Jazan, definendo il colpo «preciso» e motivandolo come risposta alle incursioni di droni sauditi nello spazio aereo delle province di Saada e Hajjah.La struttura processa 400.000 barili di greggio al giorno ed è situata sulla costa del Mar Rosso, nell'Arabia Saudita sudoccidentale. L'incendio è stato poi domato senza feriti, ma il segnale al mercato è chiaro: gli Houthi dimostrano che il loro blocco dichiarato dell'Arabia Saudita non è più confinato alle rotte marittime.

Terzo: OPEC+ tra teoria e pratica. L'OPEC+ ha approvato un aumento di 188.000 barili/giorno da agosto, il quinto incremento consecutivo dal gruppo dei sette principali produttori. Tuttavia, il ritorno della produzione OPEC+ avviene in un contesto in cui le interruzioni alle esportazioni legate ai conflitti regionali hanno fatto sì che gran parte dell'offerta aggiuntiva approvata quest'anno non abbia ancora raggiunto il mercato. Sulla carta l'offerta aumenta; nella realtà dei fatti, i barili non arrivano a destinazione. È questa la ragione fondamentale per cui il prezzo del greggio continua a salire nonostante le decisioni dell'organizzazione: non basta alzare le quote se le navi non possono transitare.

Dal barile alla pompa: anatomia di un prezzo che supera i 2 €/litro

L'Italia acquista greggio denominato in dollari e lo paga in euro. Oggi il cambio EUR/USD si attesta intorno a , un livello che offre un parziale scudo rispetto all'impennata del Brent ma che non è sufficiente a compensarla. Con un barile a 89,13 dollari, il costo in euro si colloca intorno a 77,14 €/barile — circa 0,485 €/litro di greggio. Ma tra il barile e la pompa si frappone una catena di costi che gli automobilisti italiani conoscono fin troppo bene.

Il primo anello è la raffinazione. Il crack spread — il margine tra il prezzo del greggio e quello dei prodotti raffinati — nelle ultime settimane si è mantenuto su livelli elevati, in parte per la ridotta capacità operativa nel Golfo (con la raffineria di Jazan temporaneamente colpita) e in parte per la domanda stagionale estiva di benzina. Un crack spread intorno ai 12-15 dollari/barile aggiunge circa 7-9 centesimi al costo del litro.

Poi arrivano trasporto e logistica, con i noli marittimi per le petroliere in forte aumento a causa dei rischi nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz. Gli Houthi hanno dichiarato che colpiranno qualsiasi petroliera saudita in transito nel Bab el-Mandeb, rivendicando di aver preso di mira almeno sei navi battenti bandiera saudita dal 22 luglio. Questo significa premi assicurativi più alti, rotte più lunghe attorno al Capo di Buona Speranza, e un costo di trasporto che si scarica inevitabilmente sul prezzo finale.

Infine, il muro fiscale. L'accisa sulla benzina in Italia è fissa a 0,7284 €/litro, quella sul gasolio a 0,6174 €/litro. A queste si aggiunge l'IVA al 22%, calcolata non solo sul prezzo industriale ma anche sull'accisa stessa — una tassa sulla tassa che l'Italia condivide con pochi altri paesi europei. Il risultato: su ogni litro di benzina self-service pagato oggi 1,9844 €, lo Stato incassa circa 1,10-1,12 € tra accise e IVA. Il margine del distributore? Mediamente tra i 2 e i 5 centesimi.

I numeri di oggi: benzina e gasolio ai massimi estivi

I dati MIMIT di oggi, 11 agosto 2026, fotografano una situazione in cui il gasolio ha superato la soglia dei 2 €/litro in modalità self-service su base nazionale, mentre la benzina self si avvicina pericolosamente a quota 2 €. Ecco il quadro completo:

Carburante Self (€/l) Servito (€/l) Delta servito Stazioni
Benzina 1,9844 2,1095 +0,1251 19.807
Gasolio 2,0753 2,1796 +0,1043 19.678
GPL 0,7552 0,7462 -0,0090 166
Metano 1,5697 1,6303 +0,0606 101

Un dato particolarmente significativo riguarda il gasolio, che in modalità self-service costa oggi 9 centesimi in più della benzina self (2,0753 contro 1,9844 €/l). Il differenziale si spiega con la maggiore tensione sui distillati medi — il diesel è il prodotto più direttamente impattato dalle interruzioni logistiche nel Golfo Persico — e con la domanda commerciale estiva che in Italia resta elevata per il trasporto merci. Ricordiamo che circa l'80% delle merci italiane viaggia su gomma: ogni centesimo in più sul gasolio si traduce in pressione inflazionistica a cascata su tutta la catena dei beni di consumo.

Il Brent disegna una «V» e riparte: cosa è successo

Il grafico del Brent negli ultimi dieci giorni racconta una storia precisa. Il 2 agosto il barile quotava 90,09 dollari, poi è sceso rapidamente fino al minimo di 78,79 del 4 agosto, sulla scia delle speranze di un accordo tra Iran e Oman per riaprire Hormuz. Ma quelle speranze si sono sgonfiate con la velocità con cui erano nate. Il Brent è risalito sopra gli 86 dollari lunedì 10 agosto, estendendo i guadagni per la quarta sessione consecutiva poiché l'incertezza sullo Stretto di Hormuz ha continuato a sostenere i prezzi.Il presidente Trump ha criticato le richieste iraniane di compensazione bellica come parte dei negoziati, mentre Teheran ha ribadito che gli USA devono revocare il blocco prima di concordare la riapertura completa di Hormuz. Trump ha anche segnalato la disponibilità a lasciare che la pressione economica sull'Iran si intensifichi piuttosto che lanciare nuovi attacchi militari.

Oggi, 11 agosto, il Brent tocca 89,13 dollari — in rialzo dell'1,5% rispetto al giorno precedente e del 13,1% rispetto al minimo settimanale. Su base mensile, il prezzo del Brent è salito del 5,27%, e registra un incremento del 31,61% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche per chi deve fare il pieno.

Un elemento che merita attenzione è il dato sulle riserve strategiche americane (SPR): le scorte petrolifere nella Strategic Petroleum Reserve sono scese sotto i 300 milioni di barili, il livello più basso dal 1983. Questo riduce il margine di manovra di Washington per intervenire sul mercato rilasciando riserve, come fatto nel 2022 dopo l'invasione russa dell'Ucraina. In altre parole, uno degli ammortizzatori classici del prezzo del petrolio è quasi esaurito.

La mappa dell'Italia: chi paga di più e chi di meno

Il divario regionale sui prezzi alla pompa resta un tema strutturale che la crisi del Golfo non fa che amplificare. Oggi la forbice tra la regione più economica e quella più cara sulla benzina self è di quasi 4 centesimi al litro — un differenziale che su un pieno da 50 litri significa circa 2 € di differenza. Poco, si potrebbe dire. Ma su base annua, per un pendolare che percorre 20.000 km, la regione di residenza può pesare per 80-100 € in più o in meno.

Le Marche e il Lazio si confermano le regioni più competitive: il Lazio guida la classifica della benzina self a 1,9742 €/l, mentre le Marche offrono il gasolio più economico d'Italia a 2,0613 €/l. All'estremo opposto, la Valle d'Aosta segna 2,0141 €/l per la benzina — l'unica regione dove il self supera stabilmente i 2 € — e il Trentino-Alto Adige tocca 2,1023 €/l per il gasolio.

Le ragioni del divario sono note: densità della rete distributiva (la Lombardia conta 2.842 impianti, la Valle d'Aosta appena 70), concorrenza tra marchi, costi logistici delle zone montane e insulari, e la presenza o meno di pompe bianche e distributori della GDO. In Sicilia, nonostante la vicinanza ai porti di importazione, la benzina self è a 1,9991 €/l — oltre 2 centesimi sopra la media nazionale — segno che l'insularità e la minore concorrenza pesano più della logistica.

Autostrada vs stradale: il pedaggio invisibile

Un altro dato che merita una lettura attenta riguarda il divario tra distributori autostradali e stradali. Oggi la benzina self in autostrada costa 2,0469 €/l, contro 1,9309 €/l nelle stazioni stradali: una differenza di quasi 12 centesimi al litro, ovvero il 6% in più. Sul gasolio il gap è analogo: 2,1442 €/l in autostrada contro 2,0442 €/l in strada, esattamente 10 centesimi di differenza.

Per chi viaggia in autostrada questa settimana di Ferragosto — e milioni di italiani lo faranno — il consiglio è semplice: uscire dall'autostrada per fare il pieno può significare un risparmio di 5-6 € su un serbatoio da 50 litri. Moltiplicato per andata e ritorno, sono 10-12 € che restano in tasca. Non è una cifra trascurabile, soprattutto per le famiglie che si spostano con veicoli più grandi.

Pompe bianche e GDO: il risparmio esiste, ma ha dei limiti

I marchi della grande distribuzione organizzata e le cosiddette «pompe bianche» continuano a offrire un vantaggio di prezzo rispetto alla media nazionale. Oggi le insegne più competitive sulla benzina self includono CONAD (1,9306 €/l, 52 stazioni), Auchan (1,9312 €/l, 20 stazioni) e Ernesto Rondini (1,9301 €/l, 9 stazioni). Il risparmio rispetto alla media nazionale si attesta tra i 5 e i 5,5 centesimi al litro: su base annua, per un consumo medio di 1.200 litri, parliamo di circa 60-66 €.

Attenzione però a non farsi ingannare dai numeri: il risparmio sulla benzina non si riflette necessariamente sul gasolio. PetrolPicena, ad esempio, è il marchio più economico sulla benzina (1,9277 €/l) ma pratica 2,119 €/l sul gasolio — ben oltre la media nazionale di 2,0753 €/l. Chi guida un diesel deve verificare entrambi i prezzi prima di scegliere dove fermarsi.

Il rischio inflazione: il gasolio oltre 2 € e l'effetto a catena

Il dato più preoccupante di questa rilevazione non è la benzina a 1,98 € — cifra alta ma ancora sotto la soglia psicologica dei 2 € in self — bensì il gasolio a 2,0753 €/l. Il diesel è il carburante dell'economia reale italiana. Alimenta i TIR che portano alimenti nei supermercati, i furgoni delle consegne last-mile, i mezzi agricoli, i generatori dei cantieri. L'Italia trasporta su gomma circa l'80% delle merci: ogni centesimo in più sul gasolio si traduce in un aumento dei costi logistici che, con ritardi variabili di 2-4 settimane, si scarica sui prezzi al consumo.

Se il gasolio dovesse stabilizzarsi sopra i 2,10 €/l in modalità self — ipotesi tutt'altro che remota se il Brent resta sopra gli 85 dollari — l'impatto sull'inflazione dei beni alimentari potrebbe aggiungere 0,2-0,3 punti percentuali nell'arco di un trimestre, secondo le stime storiche della Banca d'Italia. Non è un'emergenza, ma è un segnale che il policy maker dovrebbe monitorare con attenzione, soprattutto in un contesto in cui la BCE sta valutando il percorso dei tassi per il prossimo autunno.

OPEC+: la produzione sale sulla carta, non nelle cisterne

Il paradosso del mercato petrolifero attuale è tutto nella distanza tra le decisioni formali dell'OPEC+ e la realtà dei flussi fisici. L'aumento di produzione di agosto è il quinto consecutivo annunciato dai membri OPEC+ in altrettanti mesi, nell'ambito di una graduale eliminazione dei tagli alla produzione annunciati nel 2023.Con l'aumento di agosto, i sette produttori avranno completamente riassorbito il taglio del 2023 se approveranno un ulteriore aumento di dimensioni simili per settembre alla prossima riunione del 2 agosto (già tenutasi).Rystad Energy ritiene che, avendo completato il programma di ripristino, l'OPEC+ potrebbe optare per una pausa. Jorge Leon, Head of Geopolitical Analysis di Rystad, ha dichiarato: «OPEC+ ha finito di smantellare i tagli volontari. La prossima sfida è gestire il surplus che potrebbe emergere quando i flussi di esportazione si normalizzeranno».Il caso base di Rystad prevede una pausa nel quarto trimestre, mentre il gruppo si prepara per i negoziati sulle quote 2027.

Ma la normalizzazione dei flussi è esattamente il punto critico. Con Hormuz parzialmente bloccato, il Bab el-Mandeb sotto la minaccia Houthi, e le infrastrutture saudite sotto attacco, il petrolio fatica a raggiungere i mercati di consumo anche quando le quote lo consentono. Il comitato ministeriale congiunto (JMMC) dell'OPEC+ ha espresso preoccupazione per «gli attacchi alle infrastrutture energetiche», aggiungendo che «ripristinare le capacità degli asset energetici danneggiati è costoso e richiede tempo, influenzando la disponibilità complessiva dell'offerta».

Il fattore cambio: l'euro forte aiuta, ma non basta

Un elemento che ha parzialmente attenuato l'impatto del Brent sui prezzi alla pompa italiani è la forza relativa dell'euro. Il tasso EUR/USD si attesta a 1,1555, un livello che rappresenta un apprezzamento significativo rispetto ai minimi del primo trimestre 2026. Negli ultimi 90 giorni il range del cambio è stato tra 1,1354 e 1,1778, il che significa che l'euro si trova nella parte alta della banda recente.

Questo è un fattore positivo per il consumatore italiano. Un anno fa, con il Brent a circa 67 dollari e un cambio più debole, il costo del barile in euro era paragonabile a quello attuale nonostante il greggio fosse 22 dollari più basso. In altre parole, senza la forza dell'euro, oggi la benzina self potrebbe già aver superato i 2 €/l su base nazionale. Il cambio funziona da cuscinetto, ma un cuscinetto sottile: basta un indebolimento del 3-4% dell'euro per vanificarne l'effetto protettivo.

Il conto per gli automobilisti: quanto costa la crisi del Golfo

Proviamo a tradurre i numeri macroeconomici nel linguaggio del portafoglio. Un automobilista con un'auto a benzina che percorre 15.000 km all'anno con un consumo medio di 14 km/litro brucia circa 1.071 litri. Al prezzo self di oggi (1,9844 €/l), la spesa annua per il carburante è di 2.125 €. A marzo 2026, prima dell'esplosione della crisi di Hormuz, con la benzina self intorno a 1,80 €/l, la stessa spesa era di circa 1.929 €. La differenza: quasi 200 € in più all'anno, interamente riconducibile alla crisi geopolitica.

Per chi guida un diesel da 20.000 km/anno (consumo medio 17 km/l, circa 1.176 litri), il conto è ancora più salato: 2.441 € all'anno al prezzo self odierno, contro circa 2.141 € ai livelli pre-crisi. Un aggravio di 300 €, che per un trasportatore professionista o un pendolare a lungo raggio rappresenta un'erosione tangibile del potere d'acquisto.

E qui entra in gioco un fenomeno ben documentato nella letteratura economica, il cosiddetto «rocket and feather»: i prezzi alla pompa salgono rapidamente quando il Brent aumenta (come un razzo), ma scendono lentamente quando il barile cala (come una piuma). Abbiamo visto il Brent scendere da 90 a 78 dollari tra il 2 e il 4 agosto, ma i prezzi alla pompa non hanno registrato alcun calo significativo in quei giorni. Ora che il barile è rimbalzato, è lecito attendersi che i rincari vengano incorporati con rapidità. L'asimmetria non è un complotto: riflette la struttura dei contratti di approvvigionamento delle compagnie e la volatilità che scoraggia aggiustamenti troppo rapidi al ribasso. Ma il risultato netto è che il consumatore paga quasi sempre il prezzo più alto.

Prospettive: i tre scenari per settembre

Guardando alle prossime settimane, il mercato del petrolio e di conseguenza i prezzi alla pompa italiani dipenderanno dall'evoluzione di tre variabili chiave.

Scenario 1 — Accordo Hormuz (probabilità bassa). Se Iran e Oman raggiungessero un'intesa operativa e gli USA revocassero il blocco navale, il Brent potrebbe tornare rapidamente nell'area 70-75 dollari. I prezzi alla pompa seguirebbero con ritardo (effetto «feather»), ma entro 3-4 settimane la benzina self potrebbe scendere sotto 1,90 €/l. Al momento, però, le posizioni delle parti appaiono inconciliabili.

Scenario 2 — Stallo prolungato (probabilità alta). L'attuale situazione di impasse continua: Hormuz parzialmente operativo, attacchi Houthi sporadici, negoziati senza progressi reali. Il Brent oscilla tra 82 e 92 dollari. La benzina self resta nel corridoio 1,96-2,05 €/l, il gasolio tra 2,05 e 2,12 €/l. È lo scenario più probabile per agosto-settembre.

Scenario 3 — Escalation (probabilità media). Un nuovo attacco di grande scala alle infrastrutture saudite, o un incidente navale grave nello Stretto, potrebbe spingere il Brent sopra i 95-100 dollari. Il Brent ha toccato un massimo delle ultime 52 settimane a 120,88 dollari il 30 aprile 2026 — livello raggiunto nel pieno delle ostilità tra USA-Israele e Iran. Un ritorno in quell'area significherebbe benzina self oltre 2,20 €/l e gasolio sopra 2,30 €/l: numeri da crisi energetica conclamata.

L'opinione di chi scrive è che il mercato stia sottovalutando il rischio di escalation. L'attacco alla raffineria di Jazan, la dichiarazione di blocco navale degli Houthi contro l'Arabia Saudita, e l'esaurimento delle riserve strategiche americane sono tre segnali che, singolarmente, sarebbero preoccupanti; combinati, disegnano un quadro di vulnerabilità dell'offerta globale che non vedevamo da prima della fine della guerra fredda energetica post-Ucraina. Il consiglio pratico per gli automobilisti è banale ma efficace: se il pieno oggi costa meno di 2 €/l in self, è probabile che tra una settimana costerà di più.

Per tutti i dettagli sui prezzi al distributore nella propria zona e per confrontare i marchi, rimandiamo alle nostre pagine regionali e alla sezione analisi con gli approfondimenti quotidiani.

Il grafico a ciambella sopra è forse la migliore risposta alla domanda che ogni automobilista si pone davanti alla colonnina: «ma dove vanno tutti questi soldi?». Su 1,9844 € di benzina self, lo Stato incassa 1,0861 € tra accisa (0,7284 €) e IVA (circa 0,3577 €). Significa che il carico fiscale rappresenta il 54,7% del prezzo finale. La materia prima — il petrolio che arriva (o non arriva) da Hormuz — pesa per circa il 24,4%. Raffinazione, trasporto e margine del gestore si dividono il restante 20,9%. È una struttura rigida, che amplifica le variazioni del greggio verso l'alto ma le attenua verso il basso: quando il barile scende di 10 dollari, il prezzo alla pompa scende di 5-6 centesimi, non di 10, proprio perché la componente fiscale fissa resta invariata.

In conclusione, il prezzo dei carburanti in Italia è oggi ostaggio di una crisi geopolitica che non ha soluzioni rapide. Lo Stretto di Hormuz non si riaprirà con un tweet, le tensioni Houthi-Arabia Saudita non si risolveranno con un singolo patto difensivo, e le riserve strategiche americane non si riempiranno in un mese. Per gli automobilisti italiani, l'unica certezza è che il pieno di Ferragosto 2026 sarà il più caro degli ultimi anni. E che la discesa, quando arriverà, sarà lenta come una piuma.

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