La settimana dal 20 al 26 luglio 2026 resterà nei manuali di analisi energetica come una delle più turbolente dell'anno. Il petrolio Brent ha compiuto un balzo di oltre il 12% in soli sette giorni, passando dagli 88,26 dollari al barile di sabato 18 luglio ai 98,70 dollari registrati venerdì 25, con una punta sopra i 100 dollari toccata mercoledì 23. In Italia, l'onda d'urto è arrivata alla pompa con matematica puntualità: la benzina self-service ha raggiunto una media nazionale di 1,9779 €/litro, mentre il gasolio ha superato la soglia psicologica dei 2,17 €/litro. Per un pieno da 50 litri di benzina servono oggi 98,90 €; per il gasolio si arriva a 108,80 €. Numeri che non si vedevano dal picco primaverile legato alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Quella che segue non è una semplice rassegna di cifre, ma una radiografia della settimana appena conclusa: i fattori che hanno spinto il greggio verso quota 100, le conseguenze reali per chi fa il pieno la domenica mattina e le indicazioni — tutt'altro che rassicuranti — per la settimana che si apre. Chi guida un'auto a benzina o gasolio in Italia sta pagando un conto salato, e la direzione non sembra ancora invertita.
La corsa del Brent: da 88 a quasi 100 dollari in una settimana
Il dato più eloquente della settimana è la traiettoria verticale del Brent. Lunedì 20 luglio il barile quotava 89,00 dollari. Martedì 21 è salito a 91,45. Mercoledì 22 il salto a 93,91, poi l'accelerazione: giovedì 23 il Brent ha toccato i 100,54 dollari, il livello più alto da maggio. Venerdì 24 una lieve correzione a 98,40, e sabato 25 il fixing a 98,70 — stabile nel weekend.
Dietro questa fiammata c'è un unico, enorme fattore: nonostante il calo di giovedì, il greggio è rimasto in rialzo di circa il 10% nell'arco della settimana, dopo una forte escalation delle ostilità in Medio OrienteLe dichiarazioni del presidente Trump, che ha minacciato una "massiccia punizione militare" contro Iran e Houthi per gli attacchi a due petroliere saudite nel Mar Rosso, hanno alimentato ulteriormente la tensioneA complicare il quadro, il Caspian Pipeline Consortium ha sospeso i caricamenti al suo terminale nel Mar Nero dopo attacchi a petroliere, interrompendo circa l'80% delle esportazioni petrolifere del Kazakistan.
Il contesto è quello della crisi dello Stretto di Hormuz, in corso dal marzo 2026. La chiusura dello Stretto, attraverso il quale transita circa il 20% del commercio petrolifero mondiale, e gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno provocato una massiccia interruzione delle forniture globali di petrolioL'EIA, nel suo bollettino di luglio, ha indicato che, a seguito del memorandum d'intesa del 18 giugno tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto e del parziale aumento del traffico nello Stretto, ci si attende un ritorno della produzione ai livelli pre-conflitto entro fine anno. Ma i fatti dell'ultima settimana raccontano una storia diversa: il cessate il fuoco sulla carta non ha impedito nuovi attacchi e la rotta alternativa saudita attraverso il Mar Rosso è essa stessa sotto pressione. L'Arabia Saudita aveva reindirizzato le esportazioni di greggio attraverso l'East-West Pipeline verso un terminale sul Mar Rosso, un meccanismo che ha funzionato come valvola di sfogo principale per i mercati petroliferi globali durante il conflitto. Ma anche questa alternativa è oggi minacciata.
Il grafico non lascia dubbi: la settimana ha disegnato una rampa quasi verticale fra lunedì e mercoledì, con un incremento di 11,63 dollari (+13,1%) in appena tre sedute. La correzione di giovedì-venerdì ha riassorbito solo una parte del rialzo, e il barile si è stabilizzato appena sotto i 99 dollari. Per dare un ordine di grandezza: rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, il Brent è più alto di circa 27,50 dollari. Questo significa che la componente "materia prima" del prezzo alla pompa è cresciuta di quasi il 40% anno su anno.
Dal barile alla pompa: la meccanica del rincaro
Per comprendere come un balzo del Brent si trasformi nel prezzo che leggiamo al display del distributore, bisogna ripercorrere la catena di formazione del prezzo. Il greggio è quotato in dollari: il barile a 98,70 USD va convertito in euro al cambio attuale. Il tasso EUR/USD si attesta intorno a 1,1368, il che significa che un barile costa circa 86,83 €. Da un barile di 159 litri si ricavano circa 42 litri di benzina e 26 di gasolio (con altri prodotti): il costo industriale del solo greggio è già intorno ai 54-55 centesimi per litro di benzina.
A questo si aggiungono il crack spread (il margine di raffinazione, che secondo l'IEA ha raggiunto massimi quadriennali nelle prime settimane di luglio), i costi di trasporto e stoccaggio, e soprattutto la componente fiscale. I margini sui prodotti raffinati sono balzati ai massimi da quattro anni a inizio luglio, con l'aumento delle forniture di greggio che ha spinto i prezzi del petrolio al ribasso mentre i mercati dei prodotti restavano tesi. Questo si traduce in un'ulteriore pressione sul prezzo alla pompa, perché anche a parità di barile il costo della raffinazione è cresciuto.
In Italia la fiscalità rappresenta la fetta più grande del prezzo finale. L'accisa sulla benzina è fissa a 0,7284 €/litro; quella sul gasolio a 0,6174 €/litro. Su tutto — prezzo industriale più accisa — si applica l'IVA al 22%. Il risultato è che oltre il 55-60% di ciò che paghiamo alla pompa non dipende dal petrolio: è tassazione. Ma quando il Brent sale dell'11% in una settimana, anche quel 40-45% di componente industriale basta a generare rincari sensibili.
C'è poi l'effetto asimmetrico, noto nella letteratura economica come "rocket and feather": i prezzi alla pompa salgono rapidamente quando il Brent aumenta, ma scendono molto più lentamente quando il greggio cala. Questa settimana ne abbiamo avuto la conferma plastica: la discesa del Brent da 100,54 a 98,40 tra mercoledì e giovedì non ha avuto praticamente alcun effetto sui listini dei distributori.
La mappa regionale: chi paga di più e chi risparmia
L'Italia non è un mercato omogeneo. La differenza tra la regione più economica e la più cara può valere fino a 4 centesimi al litro sulla benzina e oltre 5 centesimi sul gasolio. Sembrano cifre modeste, ma su un pieno da 50 litri significano fino a 2,50 € di differenza — e per un pendolare che percorre 20.000 km l'anno, circa 60-80 € in più all'anno.
Le Marche guidano la classifica del risparmio con una benzina self a 1,9633 €/litro, seguite dal Lazio a 1,9668 e dall'Emilia-Romagna a 1,9723. In fondo alla classifica troviamo il Friuli-Venezia Giulia a 2,0012 €/litro, il Trentino-Alto Adige a 2,0006 e la Sicilia a 1,9984. Le regioni di confine e le isole pagano sistematicamente di più, a causa dei costi logistici e della minore concorrenza fra distributori.
| Regione | Benzina self (€/l) | Gasolio self (€/l) | Distributori |
|---|---|---|---|
| Marche (meno cara) | 1,9633 | 2,1572 | 735 |
| Lazio | 1,9668 | 2,1620 | 2.119 |
| Emilia-Romagna | 1,9723 | 2,1724 | 1.735 |
| Lombardia | 1,9743 | 2,1745 | 2.870 |
| Campania | 1,9802 | 2,1842 | 1.860 |
| Sicilia | 1,9984 | 2,2133 | 1.773 |
| Trentino-Alto Adige | 2,0006 | 2,2038 | 370 |
| Friuli-V.G. (più cara) | 2,0012 | 2,2112 | 468 |
| Media nazionale | 1,9779 | 2,1760 | 21.730 |
Il dato che colpisce di più è il gasolio in Sicilia: 2,2133 €/litro, il più alto d'Italia e superiore perfino alla media autostradale nazionale della benzina (2,0616 €/litro). Un autotrasportatore siciliano che percorre 80.000 km l'anno con un consumo di 30 litri per 100 km spende circa 53.120 € di solo gasolio. Se operasse nelle Marche risparmierebbe oltre 1.300 € l'anno. La geografia, in Italia, è un fattore di costo che non si può ignorare.
Il nodo gasolio: l'inflazione nascosta che viaggia su gomma
Il gasolio self a 2,176 €/litro merita un'analisi dedicata. In Italia circa l'80% delle merci viaggia su strada. Ogni centesimo in più al litro di gasolio si scarica direttamente sui prezzi al consumo: dalla frutta al supermercato al pacco ordinato online. Con un gasolio che nel giro di una settimana ha verosimilmente guadagnato diversi centesimi, l'effetto inflattivo è già in gestazione, anche se i consumatori lo percepiranno solo tra qualche settimana, quando i nuovi costi di trasporto saranno rinegoziati e trasferiti a valle.
La guerra in Iran ha spinto verso l'alto anche i prezzi del gas naturale in Europa, provocando picchi nei prezzi dell'elettricità in Paesi dove il gas determina spesso il prezzo marginale dell'energia, come Italia e Germania. L'impatto è dunque duplice: sale il carburante per i trasporti e sale l'energia per la produzione industriale. L'Italia è tra i Paesi europei più vulnerabili, avendo importato il 33% del proprio fabbisogno di GNL dal Qatar nel 2025 — forniture ora drammaticamente ridotte a causa delle interruzioni nello Stretto.
Il divario tra benzina e gasolio merita una riflessione. In condizioni normali, l'accisa più bassa sul gasolio (0,6174 contro 0,7284 €/litro della benzina) rende il diesel più economico alla pompa. Ma oggi il gasolio self (2,176 €/litro) costa quasi 20 centesimi in più della benzina (1,978 €/litro). Questo ribaltamento è dovuto a una domanda globale di distillati medi (diesel, jet fuel) che resta fortissima, a fronte di una capacità di raffinazione sotto stress per i motivi geopolitici già descritti.
Autostrada contro stradale: il pedaggio nascosto del carburante
I dati MIMIT raccolti da oltre 21.700 distributori mostrano un'altra asimmetria significativa: la differenza tra il prezzo autostradale e stradale. Sulla rete autostradale la benzina self costa in media 2,0616 €/litro, contro 1,9152 €/litro sulla rete stradale: un differenziale di 14,6 centesimi. Per il gasolio il divario è ancora più ampio: 2,2441 €/litro in autostrada contro 2,1172 €/litro sulla viabilità ordinaria, ovvero 12,7 centesimi in più.
Per una famiglia che parte per le vacanze da Milano verso la Calabria — un tragitto di circa 1.000 km con due soste autostradali da 40 litri — scegliere di fare rifornimento in autostrada piuttosto che uscire al casello può costare 10-12 € in più. Non è una cifra enorme, ma moltiplicata per milioni di esodi estivi diventa un trasferimento di ricchezza considerevole verso le stazioni autostradali, dove la concorrenza è strutturalmente limitata dalle concessioni.
Le alternative: GPL e metano, il quadro completo
Per chi guida un'auto bifuel, i numeri di questa domenica offrono qualche consolazione. Il GPL self è a 0,7573 €/litro: poco più di un terzo del prezzo della benzina. A parità di percorrenza (tenendo conto del maggior consumo del GPL, circa +15-20%), il risparmio netto è nell'ordine del 55-60%. Il metano, quotato a 1,5339 €/kg in self, resta competitivo in termini di costo al chilometro, ma la rete distributiva è estremamente limitata: solo 101 stazioni monitorate in tutto il Paese, contro le quasi 20.000 della benzina. Per i pendolari delle grandi città del Nord il metano è un'opzione realistica; per il resto d'Italia, una nicchia.
Il contesto internazionale: perché il Brent è esploso
Per capire dove andranno i prezzi nella prossima settimana, bisogna tornare al quadro geopolitico. La crisi in corso è una conseguenza diretta della guerra tra Iran e la coalizione USA-Israele, che ha innescato la chiusura dello Stretto di Hormuz nel marzo 2026. Il prezzo spot del Brent aveva raggiunto una media di 85 dollari al barile a giugno, in calo di 22 dollari rispetto a maggio e di 32 dollari rispetto al picco di aprile. Sembrava una fase di raffreddamento: il memorandum d'intesa del 18 giugno tra Washington e Teheran aveva aperto la porta a una normalizzazione dei flussi.
Ma la terza settimana di luglio ha stravolto questo scenario. L'aumento dei prezzi ha fatto seguito a una settimana di rinnovate ostilità in Medio Oriente, tra cui attacchi iraniani a navi nello Stretto di Hormuz e nove notti consecutive di raid statunitensiI compratori asiatici hanno iniziato a discutere la rotta alternativa per le spedizioni di greggio saudita attraverso il Canale di Suez e intorno all'Africa, il che allunga enormemente i tempi e i costi di consegna.
Sul fronte OPEC+, sette membri, tra cui Arabia Saudita e Russia, hanno concordato di aumentare la produzione di 188.000 barili al giornoMa nella realtà dei fatti la produzione del gruppo è crollata a causa dei tagli all'export dei membri del Golfo, con una media di 33,19 milioni di barili al giorno ad aprile, in calo rispetto ai 42,77 milioni di febbraio. Gli aumenti di quota restano quindi sulla carta: è come alzare il limite di velocità su una strada bloccata da una frana.
Il grafico sulla composizione del prezzo alla pompa rende evidente una realtà che molti automobilisti ignorano: di ogni euro e 97,8 centesimi pagati per un litro di benzina, oltre 72 centesimi sono accisa fissa e quasi 36 centesimi sono IVA. Insieme, le due voci fiscali assorbono circa il 55% del prezzo finale. La materia prima — il greggio — pesa per circa il 28%, la raffinazione e il trasporto per il 4-5%, e il margine del gestore per meno del 2%. Questo significa che anche se il Brent tornasse ai livelli di inizio luglio (intorno ai 76 dollari, come registrava Fortune al 10 luglio), il prezzo alla pompa calerebbe di pochi centesimi: la struttura fiscale italiana comprime la sensibilità del prezzo finale alle oscillazioni del greggio.
Il peso sull'economia reale: cosa significano questi numeri
Traduciamo i dati in vita quotidiana. Un pendolare che percorre 30 km di andata e 30 di ritorno, cinque giorni a settimana, con un'auto a benzina che consuma 6,5 litri per 100 km, brucia circa 19,5 litri a settimana. Al prezzo attuale di 1,978 €/litro, spende 38,57 € a settimana, ovvero circa 167 € al mese. Un anno fa, con la benzina intorno a 1,75 €/litro, la stessa tratta costava circa 148 € al mese: il rincaro annuo è di quasi 230 €.
Per un'azienda di autotrasporto con una flotta di 20 camion che percorrono ciascuno 100.000 km l'anno con un consumo medio di 32 litri per 100 km, la spesa annua di gasolio ai prezzi attuali (2,176 €/litro) ammonta a circa 13,9 milioni di euro. Con il gasolio a 1,90 €/litro come un anno fa, la stessa spesa sarebbe di 12,2 milioni: la differenza è di 1,7 milioni di euro. Un conto che inevitabilmente finisce nelle tariffe di trasporto e, di conseguenza, nei prezzi di tutto ciò che acquistiamo.
Poiché l'Italia importa gran parte della propria energia, i prezzi dei carburanti tendono a seguire i movimenti dei mercati petroliferi globali, e anche piccoli aumenti del greggio possono tradursi in costi più alti per benzina e diesel in tutto il Paese. Questa dipendenza strutturale, unita a un parco auto tra i più vecchi d'Europa (età media superiore ai 12 anni) e a un sistema di accise tra i più pesanti del continente, rende l'Italia particolarmente vulnerabile agli shock petroliferi.
Il cambio euro-dollaro: un ammortizzatore parziale
Un fattore che in parte ha mitigato l'impatto del rialzo del Brent è il cambio EUR/USD. Il tasso mid-market EUR/USD si attesta a circa 1,1373, un livello che favorisce gli importatori europei: ogni euro compra più dollari, e quindi il greggio quotato in dollari "costa meno" in termini di valuta unica. Negli ultimi 90 giorni, il cambio EUR/USD ha oscillato tra 1,1354 e 1,1789, con una media di 1,1558. Il fatto che l'euro sia oggi nella parte bassa di quel range significa che il vantaggio valutario si è ridotto: se il cambio fosse rimasto ai massimi di 1,18, il barile da 98,70 dollari costerebbe 83,64 euro invece degli 86,83 attuali, con un risparmio di circa 3 euro a barile che si rifletterebbe sulla pompa.
Cosa aspettarsi dalla prossima settimana
Le variabili in gioco rendono qualsiasi previsione ardua, ma alcuni elementi sono chiari. La settimana che si apre lunedì 27 luglio sarà dominata da tre fattori:
1. L'evoluzione militare nel Golfo. Il presidente Trump ha avvertito che sta considerando una risposta militare senza precedenti contro l'Iran. Se le ostilità dovessero intensificarsi ulteriormente, il Brent potrebbe tornare sopra i 100 dollari e puntare ai 110. Al contrario, qualsiasi segnale di de-escalation farebbe scendere rapidamente il premio geopolitico incorporato nel prezzo.
2. I flussi nello Stretto di Hormuz. La produzione globale di petrolio è rimbalzata di 4,1 milioni di barili al giorno a giugno, raggiungendo 98,8 mb/g, grazie a una parziale ripresa dei flussi nello Stretto. Se questa ripresa dovesse invertirsi a causa dei nuovi scontri, la correzione di giugno verrebbe cancellata e i prezzi si riporterebbero rapidamente ai livelli di aprile-maggio.
3. L'effetto esodo estivo in Italia. Siamo nel pieno della stagione dei grandi spostamenti. Milioni di italiani si metteranno in viaggio tra il 25 luglio e il 10 agosto. La domanda di carburante è stagionalmente al picco, e questo limita il potere contrattuale del consumatore: si fa il pieno perché si deve partire, indipendentemente dal prezzo. I distributori lo sanno, e i margini tendono a salire in queste settimane.
La mia valutazione, basata sull'insieme dei dati disponibili: è molto improbabile che i prezzi alla pompa scendano nella prossima settimana. Il Brent è stabilizzato appena sotto i 99 dollari, i margini di raffinazione restano elevati, il cambio EUR/USD non offre grandi protezioni e la domanda stagionale è forte. Lo scenario più probabile è un ulteriore piccolo ritocco verso l'alto, con la benzina self che potrebbe avvicinarsi o superare la soglia dei 2 €/litro già toccata in diverse regioni. Per il gasolio, già sopra i 2,17 €, il rischio è di un movimento verso i 2,20 €/litro a livello nazionale.
La settimana in sintesi: i 5 numeri chiave
Per gli automobilisti italiani, il consiglio operativo è semplice: se dovete partire per le vacanze, fate il pieno prima di salire in autostrada (il risparmio è di almeno 14 centesimi al litro sulla benzina), confrontate i prezzi tra i distributori nella vostra zona e, se possibile, privilegiate le pompe bianche e i marchi indipendenti che, con medie intorno a 1,89-1,93 €/litro per la benzina self, restano significativamente più economici della media nazionale di 1,978 €/litro.
Il quadro complessivo non lascia spazio a facili ottimismi. La crisi dello Stretto di Hormuz, iniziata cinque mesi fa, continua a produrre i suoi effetti nonostante gli accordi diplomatici. Il capo dell'IEA ha definito la situazione provocata dalla guerra come "la più grande sfida alla sicurezza energetica globale della storia". I numeri che vediamo alla pompa in Italia ne sono la traduzione quotidiana, tangibile, in euro e centesimi. La speranza è che la diplomazia prevalga sulle armi, ma nel frattempo il pieno continua a pesare come non accadeva dalla primavera. Per ulteriori dati e aggiornamenti sui prezzi, rimandiamo alle nostre analisi settimanali e agli approfondimenti sulla struttura dei costi energetici in Italia.