Un balzo del 4,9% in una sola seduta. Il Brent apre la settimana a 78,92 dollari al barile, dopo aver toccato quota 79,12 nelle prime contrattazioni asiatiche di lunedì, in quello che è il rialzo giornaliero più violento da settimane. I futures sul Brent sono saliti del 4,2% nella giornata di oggi, spinti dall'annuncio formale di Teheran della chiusura dello Stretto di Hormuz "fino a nuovo ordine" — un'escalation che ridisegna il premio di rischio geopolitico incorporato nel prezzo del greggio e che, inevitabilmente, si trasferirà alla pompa italiana nei prossimi giorni. Per chi fa il pieno in Italia, il segnale è chiaro: i margini per una discesa dei prezzi, che molti analisti ipotizzavano a inizio estate, si sono evaporati in 48 ore.
Lo scenario geopolitico: il giorno 135 della crisi
Siamo al giorno 135 della crisi di Hormuz. Il traffico marittimo attraverso lo Stretto — il principale collo di bottiglia per il commercio energetico mondiale — è rimasto sostanzialmente bloccato dall'Iran fin dal 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'offensiva aerea contro l'Iran. Da allora, il flusso di petroliere si è ridotto a una frazione di quello normale: al 13 luglio lo Stretto risulta chiuso al traffico commerciale, con solo 34 navi in transito rispetto alle circa 88 al giorno in condizioni normali.
Il weekend ha segnato una nuova, drammatica escalation. L'IRGC ha colpito una nave portacontainer battente bandiera cipriota in transito nello Stretto l'11 luglio, incendiandola e lasciando 23 membri dell'equipaggio bloccati e uno disperso.In risposta, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha lanciato un terzo round di attacchi contro l'Iran.Gli attacchi statunitensi hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani, tra cui siti missilistici e di droni, capacità navali, depositi di munizioni e reti di comunicazione.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato una serie di attacchi di rappresaglia contro Stati del Golfo alleati degli USA, tra cui Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania e Oman.Entrambi i principali mediatori del Golfo — Qatar e Oman — hanno condannato pubblicamente gli attacchi iraniani sui loro territori, un fatto senza precedenti che riduce drasticamente lo spazio diplomatico per una risoluzione negoziata.
Per il mercato petrolifero, la dinamica è chiara: il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, rotta critica per circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas, resta significativamente interrotto, mantenendo un premio di rischio nei prezzi del greggio.L'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) ha avvertito che tensioni prolungate potrebbero ritardare la ricostituzione delle scorte globali di petrolio e compromettere il previsto equilibrio del mercato.
Dal barile alla pompa: come il Brent a 79 $ si traduce in 1,99 €/litro di gasolio
Per capire perché il gasolio in Italia è ormai a un soffio dalla soglia psicologica dei 2 €/litro in modalità self-service (e l'ha già superata al servito), occorre scomporre la catena di formazione del prezzo. Il meccanismo è noto ma vale sempre la pena ricordarlo, perché spiega l'inerzia verso l'alto che caratterizza il mercato italiano.
Tutto parte dal prezzo internazionale del greggio. Con il Brent a 78,92 $/barile e un cambio EUR/USD a 1,1415, il costo del barile in euro si attesta intorno a 69,13 €. A questo si aggiunge il crack spread (il margine di raffinazione), che in questa fase di mercato teso oscilla tra i 15 e i 20 $/barile per il gasolio, portando il costo del prodotto raffinato ben al di sopra della materia prima grezza. Poi interviene la logistica — trasporto via oleodotto, depositi costieri, distribuzione su gomma — e infine la componente che rende l'Italia un caso unico in Europa: la fiscalità.
Le accise sulla benzina ammontano a 0,7284 €/litro, quelle sul gasolio a 0,6174 €/litro. A queste si somma l'IVA al 22%, calcolata non solo sul prezzo industriale ma anche sulle accise stesse — una tassa sulla tassa che amplifica ogni oscillazione del greggio. Il risultato è che la componente fiscale pesa tra il 55% e il 60% del prezzo finale alla pompa. In pratica, su ogni litro di benzina self a 1,8787 €, oltre un euro finisce nelle casse dello Stato.
Il margine del distributore, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è la componente più sottile della catena: tra i 2 e i 5 centesimi al litro, una cifra che rende la gestione di un impianto un'attività a bassissima marginalità.
La fotografia del 13 luglio: i numeri alla pompa
I dati MIMIT aggiornati a oggi, raccolti su un campione di 21.795 distributori in 5.249 comuni italiani, restituiscono un quadro di prezzi elevati e in consolidamento verso l'alto. Ecco la sintesi nazionale:
| Carburante | Self (€/l) | Servito (€/l) | Differenza |
|---|---|---|---|
| Benzina | 1,8787 | 2,0092 | +0,1305 |
| Gasolio | 1,9874 | 2,1106 | +0,1232 |
| GPL | 0,7626 | 0,7519 | -0,0107 |
| Metano | 1,4923 | 1,5525 | +0,0602 |
Il dato più rilevante è quello del gasolio self-service: a 1,9874 €/litro siamo a soli 1,26 centesimi dalla soglia dei 2 €. Se il Brent dovesse consolidarsi sopra gli 80 dollari nei prossimi giorni — scenario tutt'altro che improbabile data la chiusura di Hormuz — il superamento è questione di ore, non di settimane. Il gasolio servito, a 2,1106 €/litro, ha già ampiamente superato quella soglia ed è la realtà quotidiana per milioni di automobilisti che si fermano al distributore sotto casa.
Il GPL resta l'anomalia positiva del mercato: a 0,7626 €/litro rappresenta una delle poche alternative economiche per la mobilità privata, anche se la rete distributiva è limitata (solo 162 stazioni monitorate nel campione self). Una nota curiosa: il GPL servito (0,7519 €/l) costa meno del self (0,7626 €/l), un'inversione atipica che dipende probabilmente dalla composizione del campione.
La mappa regionale: quasi 5 centesimi di forbice tra Marche e Trentino-Alto Adige
La geografia dei prezzi in Italia racconta una storia nota ma che merita sempre attenzione. Il divario tra la regione più economica e quella più cara è di 4,84 centesimi sulla benzina e di 4,42 centesimi sul gasolio — cifre che, moltiplicate per un pieno da 50 litri, significano una differenza di circa 2,40 € a rifornimento. Può sembrare poco, ma per un pendolare che fa il pieno ogni settimana la differenza annuale supera i 125 €.
In Marche, la benzina self si ferma a 1,8602 €/litro, il dato più basso d'Italia. Seguono Veneto (1,8686) e Lombardia (1,8733), a conferma che il Centro-Nord con alta densità di distributori e forte concorrenza tra marchi riesce a contenere i prezzi. All'estremo opposto, il Trentino-Alto Adige segna 1,9086 €/litro: la combinazione di rete distributiva più rarefatta (solo 371 impianti), orografia montana e costi logistici più alti spiega buona parte del differenziale.
Sul gasolio, la classifica si modifica leggermente: le Marche restano in testa (1,9667 €/l), ma l'Umbria conquista la seconda posizione (1,9773 €/l), mentre il Trentino-Alto Adige chiude ancora all'ultimo posto con 2,0109 €/l, unica regione in cui il gasolio self è già oltre i 2 €.
Autostrada vs strada: il pedaggio nascosto del rifornimento
C'è un altro divario che merita attenzione, soprattutto in piena stagione estiva con milioni di italiani in viaggio verso le località di villeggiatura: quello tra prezzo autostradale e prezzo stradale. I dati MIMIT sono eloquenti:
| Tipologia | Benzina self (€/l) | Gasolio self (€/l) |
|---|---|---|
| Autostradale | 1,9586 | 2,0551 |
| Stradale | 1,8119 | 1,9247 |
| Differenza | +0,1467 | +0,1304 |
La differenza di quasi 15 centesimi al litro sulla benzina tra autostrada e strada è un'anomalia italiana che persiste da anni. Su un pieno da 50 litri, scegliere il distributore autostradale anziché uscire al casello e rifornirsi in città costa 7,34 € in più solo di benzina. Per una famiglia che affronta il viaggio Torino-Puglia con un'auto a gasolio, il calcolo è presto fatto: due pieni in autostrada significano circa 13 € in più rispetto a due soste pianificate fuori casello. Il consiglio per i vacanzieri di luglio è sempre lo stesso: partire con il serbatoio pieno e, se possibile, rifornirsi alla rete stradale durante le soste.
Il Brent nell'ultima settimana: dai 72 dollari ai quasi 80 in dieci giorni
Il grafico del Brent nell'ultima decade racconta una storia di volatilità estrema guidata dalla geopolitica. Il 4 luglio il greggio quotava 71,94 $/barile, sui minimi delle ultime settimane, beneficiando delle aspettative di un accordo diplomatico tra Washington e Teheran. Poi, mercoledì 8 luglio, un primo balzo a 79,15 dollari in risposta alla dichiarazione di Trump secondo cui il cessate il fuoco era "finito". Una parziale correzione tra giovedì e venerdì, con il Brent che si è assestato intorno ai 75 dollari. E poi il weekend: il Brent è schizzato a 79,22 dollari, con un guadagno del 4,2% rispetto alla chiusura precedente di 76,01 dollari, dopo che l'Iran ha annunciato la chiusura formale dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico navale fino a nuovo ordine.
In dieci giorni, il greggio ha guadagnato quasi 7 dollari al barile, pari a un rialzo del 9,7%. Il cosiddetto effetto asimmetrico (rocket and feather) fa sì che questi rialzi si trasmettano rapidamente alla pompa, mentre eventuali ribassi impiegano settimane a raggiungere il consumatore finale. È una dinamica ben documentata dalla letteratura economica e confermata da decenni di dati italiani: quando il Brent sale, i listini dei distributori si adeguano in 3-5 giorni lavorativi; quando scende, la discesa può richiedere 2-3 settimane.
Il contesto OPEC+ aggiunge un ulteriore livello di complessità. L'organizzazione ha annunciato che sette Paesi membri alzeranno la produzione di 188.000 barili al giorno a partire da agostoil quinto aumento consecutivo mensile, proseguendo il graduale smantellamento dei tagli annunciati nel 2023. Ma come hanno osservato diversi analisti, si tratta di aumenti in larga parte "sulla carta": la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz ha costretto i membri OPEC+ a ridurre la produzione, dato che un crescente arretrato di barili invenduti ha saturato la capacità di stoccaggio della regione.
L'impatto sull'economia reale: gasolio e inflazione
Il gasolio a quasi 2 €/litro non è solo un problema per chi guida un'auto diesel. È un problema per l'intera catena logistica italiana. L'80% delle merci in Italia viaggia su gomma: ogni centesimo in più sul gasolio si traduce in un aumento dei costi di trasporto che si scarica, con un ritardo di 2-4 settimane, sui prezzi al consumo di tutto ciò che arriva sugli scaffali dei supermercati.
Per un autotrasportatore che percorre 150.000 km l'anno con un consumo medio di 30 litri per 100 km, il conto è rapido: servono circa 45.000 litri di gasolio all'anno. Al prezzo attuale di 1,9874 €/litro, la spesa annua per il solo carburante sfiora i 89.430 €. Rispetto a un gasolio a 1,80 €/litro — il livello di inizio 2026 — si tratta di un aggravio di circa 8.430 €, quasi 700 € al mese in più.
Per il pendolare medio che percorre 30 km al giorno con un'auto a benzina (consumo 6,5 l/100 km), il pieno settimanale da 35 litri costa oggi 65,75 € al self. In un mese, sono circa 263 € di sola benzina — una voce sempre più pesante nel bilancio familiare, soprattutto per i redditi più bassi.
La BCE ha alzato i tassi nella riunione di giugno per la prima volta dal 2023, e gli investitori ora prevedono altri due rialzi nel prossimo anno, con il primo probabile a settembre, per contrastare l'inflazione alimentata dall'aumento dei costi del carburante legato al conflitto iraniano.Il membro del consiglio direttivo BCE Yannis Stournaras ha dichiarato venerdì che la banca centrale è "tornata al punto di partenza" nella sua lotta contro l'alta inflazione nell'Eurozona. L'Italia, con la sua struttura fiscale rigida sui carburanti e la dipendenza quasi totale dalle importazioni di greggio, si trova in una posizione particolarmente vulnerabile in questo scenario.
Il cambio EUR/USD: un fattore silenzioso ma decisivo
L'euro si è portato intorno a 1,143 dollari, tentando un rimbalzo dai minimi di un anno toccati a giugno. Per l'automobilista italiano, il livello del cambio è un fattore cruciale quanto il prezzo del Brent: un euro debole rende più costoso l'acquisto di petrolio denominato in dollari. Con il cambio attorno a 1,14, ci troviamo ben al di sotto della media 2026 di circa , il che significa che l'Italia sta pagando il greggio circa il 2,5% in più rispetto alla media dell'anno.
Se il cambio dovesse scendere ulteriormente — scenario non improbabile se le tensioni geopolitiche dovessero favorire il dollaro come valuta rifugio — l'effetto combinato di un Brent in salita e di un euro debole potrebbe spingere i prezzi alla pompa verso livelli che non si vedono dalla crisi energetica del 2022. Per il momento, il doppio effetto petrolio+cambio aggiunge circa 3-4 centesimi al litro rispetto a uno scenario con euro più forte.
Le previsioni: cosa aspettarsi nelle prossime settimane
La domanda che tutti si pongono è se i prezzi alla pompa continueranno a salire. La risposta, purtroppo, è che le condizioni per un ulteriore rialzo ci sono tutte.
Primo: lo Stretto di Hormuz resta funzionalmente chiuso. I transiti sono al 33-35% del livello pre-bellico, con una media di 32,1 navi al giorno contro le 97 del periodo precedente al conflitto. Finché non si raggiungerà un accordo credibile per la riapertura — e gli eventi del weekend allontanano quella prospettiva — il premio di rischio geopolitico resterà incorporato nel prezzo del Brent.
Secondo: siamo in piena stagione estiva, il periodo dell'anno in cui la domanda di carburanti raggiunge il picco. I vacanzieri moltiplicano i chilometri, le raffinerie lavorano a pieno regime, e la domanda di benzina nelle economie sviluppate è tradizionalmente al massimo tra giugno e agosto. La stagionalità da sola giustificherebbe un rialzo di 2-3 centesimi al litro.
Terzo: il cambio EUR/USD debole amplifica ogni movimento del Brent. Con l'euro intorno a 1,14 e la prospettiva di ulteriori rialzi BCE che non sono ancora sufficienti a rafforzare la valuta, il fattore cambio continuerà a giocare contro il consumatore europeo.
In termini concreti, se il Brent dovesse stabilizzarsi tra 78 e 82 dollari nelle prossime due settimane — un'ipotesi ragionevole dato il contesto — la benzina self potrebbe raggiungere 1,90-1,92 €/litro entro fine luglio, mentre il gasolio self supererebbe stabilmente i 2,00 €/litro in tutte le regioni italiane, non solo in Trentino-Alto Adige.
L'unico scenario ribassista sarebbe un'improvvisa svolta diplomatica sulla crisi iraniana, con riapertura credibile dello Stretto e ritorno del traffico marittimo ai livelli normali. Ma dopo l'escalation del weekend — con attacchi iraniani su cinque Stati del Golfo e la rottura diplomatica con i mediatori storici — questa prospettiva appare oggi più remota che mai.
Cosa può fare l'automobilista: strategie di risparmio
In un contesto di prezzi elevati e destinati a restare tali, alcune accortezze possono fare la differenza sul bilancio mensile del carburante:
1. Scegliere il self-service, sempre. La differenza tra self e servito è di circa 13 centesimi al litro sulla benzina e 12 centesimi sul gasolio. Su un pieno da 50 litri, sono 6-7 € risparmiati ogni volta.
2. Evitare l'autostrada per il rifornimento. Come abbiamo visto, il sovrapprezzo autostradale sulla benzina è di quasi 15 centesimi al litro. Pianificare una sosta fuori casello permette di risparmiare oltre 7 € a pieno.
3. Confrontare i prezzi. La rete italiana conta 314 bandiere diverse e la forbice tra il marchio più economico e quello più caro può superare i 10 centesimi al litro. Le pompe bianche e i distributori indipendenti offrono spesso prezzi significativamente più bassi: PETROLITALIA, ad esempio, segna oggi 1,7823 €/litro per la benzina, quasi 10 centesimi sotto la media nazionale.
4. Sfruttare le differenze regionali. Chi vive al confine tra regioni può risparmiare rifornendosi nella regione più conveniente. Un pendolare che lavora in Trentino-Alto Adige ma risiede in Veneto risparmia 4 centesimi al litro facendo il pieno a casa.
Il quadro complessivo è quello di un'Italia energeticamente vulnerabile, stretta tra accise rigide, un euro debole, un Brent spinto dalla geopolitica e una struttura logistica che dipende quasi totalmente dal gasolio. La crisi di Hormuz ha reso tutto questo più evidente e più costoso. E per il momento, il conto lo pagano gli automobilisti alla pompa.
Dati prezzi alla pompa: rilevazione MIMIT del 13 luglio 2026 su 21.795 distributori. Per approfondimenti sulle analisi dei prezzi carburanti e sugli approfondimenti tematici, consulta le sezioni dedicate.