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Hormuz chiuso, trattative sospese: il Brent torna a 95 $ e il gasolio italiano supera i 2 '/litro

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· 14 min di lettura

Analisi redatta con assistenza di intelligenza artificiale su dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), rilevati quotidianamente su oltre 21.000 distributori italiani. Il contenuto è supervisionato dalla redazione Benzina24. Metodologia · Fonti

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La notizia arriva nella serata di lunedì 1° giugno e scuote i mercati energetici globali: i media iraniani riportano che Teheran ha sospeso le comunicazioni con Washington in risposta agli attacchi israeliani in Libano.Il rapporto indica che l'Iran e i suoi alleati regionali stanno valutando la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el-Mandeb, una rotta alternativa fondamentale per le spedizioni globali di petrolio. In poche ore il Brent rimbalza oltre i 95 dollari al barile, segnando un rialzo superiore al 4% in una sola seduta. E l'onda d'urto, inevitabilmente, raggiunge anche le pompe di benzina italiane, dove il gasolio ha ormai stabilmente superato la soglia dei 2 € al litro.

Lo scenario geopolitico: tre mesi di crisi nello Stretto di Hormuz

Per comprendere i numeri che gli automobilisti italiani leggono oggi sui display dei distributori, occorre riavvolgere il nastro a fine febbraio 2026. Il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia del commercio energetico mondiale, è stato largamente bloccato dall'Iran dal 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'operazione militare aerea contro l'Iran.Il 4 marzo, l'Iran ha annunciato che lo Stretto di Hormuz era «chiuso», minacciando di attaccare qualsiasi nave che tentasse di attraversarlo.

I numeri parlano da soli: circa il 20% del petrolio mondiale e il 20% del gas naturale liquefatto transita normalmente attraverso lo Stretto. Prima del conflitto, circa 3.000 navi al mese utilizzavano questa rotta; oggi il traffico si attesta a circa il 5% di quel livello.Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), si tratta della più grande disruption dell'offerta petrolifera nella storia del mercato globale — più grave persino degli shock petroliferi degli anni '70.

Lunedì la situazione si è ulteriormente complicata. I futures del WTI sono schizzati oltre il 7% dopo che l'agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim ha riferito che il team negoziale di Teheran avrebbe sospeso i colloqui e lo scambio di documenti tramite mediatori, accusando Washington di inviare segnali contraddittori.Il presidente Trump ha dichiarato che un memorandum d'intesa con l'Iran per riaprire lo Stretto potrebbe essere raggiunto entro la prossima settimana. Parole che hanno parzialmente smorzato i rialzi, ma i mercati restano in allerta.

Dal barile alla pompa: come 95 dollari diventano 2 €/litro di gasolio

Il meccanismo di trasmissione dal prezzo del petrolio Brent al costo del pieno è una catena a più anelli che merita di essere spiegata ogni volta. Il Brent, oggi a 94,31 dollari al barile secondo i dati di chiusura di martedì, va prima convertito in euro. Il cambio EUR/USD si attesta a 1,1635, il che significa che un barile costa circa 81,06 €. A questo si aggiungono il crack spread (il margine di raffinazione, che in questa fase di mercato è elevato per la scarsità di prodotto), i costi di trasporto e stoccaggio, e infine il carico fiscale italiano che rappresenta la componente più pesante del prezzo finale.

L'accisa sulla benzina è fissa a 0,7284 €/litro, quella sul gasolio a 0,6174 €/litro. Su tutto — prezzo industriale più accisa — si applica l'IVA al 22%. Il risultato è un meccanismo perverso in cui lo Stato italiano incassa di più proprio quando il petrolio sale, perché l'IVA si calcola in percentuale su una base che include già l'accisa fissa. Una tassa sulla tassa, come la definiscono gli addetti ai lavori. In condizioni normali, il fisco pesa per il 55-60% del prezzo alla pompa. Oggi, con il Brent quasi raddoppiato rispetto a un anno fa, la componente industriale è cresciuta, ma la pressione fiscale resta il fattore dominante.

Va inoltre ricordato l'effetto asimmetrico, noto in letteratura come rocket and feather: quando il Brent sale, i prezzi alla pompa reagiscono rapidamente, spesso nel giro di 48-72 ore; quando il barile scende, la discesa al distributore avviene con tempi molto più lunghi. Questo fenomeno, ampiamente documentato dall'Autorità Garante della Concorrenza e da studi internazionali, significa che gli automobilisti pagano sempre un «premio di asimmetria» rispetto a quanto dovrebbero in base al Brent del momento. Lo abbiamo visto nell'ultima settimana: il Brent è sceso dai 104 dollari del 24 maggio ai 94 di oggi, ma i prezzi alla pompa non hanno ancora recepito interamente questo calo.

I prezzi di oggi in Italia: la fotografia del 2 giugno

I dati ufficiali MIMIT aggiornati al 2 giugno 2026 mostrano un quadro di prezzi elevati su tutto il territorio nazionale. La benzina self-service si attesta a 1,94 €/litro come media nazionale, mentre il gasolio self raggiunge 2,0052 €/litro, confermandosi sopra la soglia psicologica dei 2 euro. Al servito, i prezzi salgono ulteriormente: la benzina tocca 2,0697 €/litro e il gasolio 2,1265 €/litro. Sono numeri che, tradotti in un pieno da 50 litri, significano circa 97 € per la benzina self e oltre 100 € per il gasolio.

Un dato particolarmente significativo è il sorpasso del gasolio sulla benzina: storicamente il diesel costava meno alla pompa, grazie a un'accisa inferiore (0,6174 €/l contro 0,7284 €/l per la benzina). Ma la crisi di Hormuz ha colpito in modo sproporzionato le forniture di distillati medi, e il crack spread del gasolio si è ampliato rispetto a quello della benzina. Il risultato è un'inversione che pesa soprattutto sull'autotrasporto: l'80% delle merci italiane viaggia su gomma, e ogni centesimo in più sul gasolio si scarica inevitabilmente sui prezzi al consumo, alimentando l'inflazione.

Carburante Self (€/l) Servito (€/l) Pieno 50L self (€) Stazioni monitorate
Benzina 1,9400 2,0697 97,00 19.796
Gasolio 2,0052 2,1265 100,26 19.682
GPL 0,7965 0,7982 39,83 160
Metano 1,4990 1,5592 101

Il Brent nell'ultima settimana: montagne russe tra diplomazia e minacce

Il grafico sopra racconta una storia di estrema volatilità. Dieci giorni fa, il 24 maggio, il barile toccava i 104,25 dollari. Poi è iniziata una discesa rapida, alimentata da segnali positivi sul fronte diplomatico: i colloqui mediati dal Pakistan tra Washington e Teheran sembravano avvicinarsi a un'intesa, e il mercato ha scontato l'ottimismo portando il Brent fino a 91,99 dollari tra il 29 e il 30 maggio. In una settimana, oltre 12 dollari di calo — un movimento significativo che avrebbe dovuto tradursi in un sollievo alla pompa.

Ma lunedì 1° giugno il quadro si è ribaltato. I prezzi inizialmente sono schizzati in rialzo di oltre il 7% dopo che i media iraniani hanno riportato la sospensione delle comunicazioni di Teheran con Washington e la preparazione alla chiusura totale dello Stretto di Hormuz.Il greggio si è poi allontanato dai massimi di seduta dopo che Trump ha affermato che Israele e Hezbollah hanno concordato di fermare gli attacchi reciproci in Libano e che le discussioni con l'Iran proseguivano. Il risultato netto: un Brent che chiude intorno ai 95 dollari, con una volatilità intraday da capogiro.

Nonostante la recente volatilità, i prezzi del petrolio restano circa il 30% più alti rispetto a prima dell'inizio del conflitto a fine febbraio.Nell'ultimo mese il Brent ha perso il 17,35%, ma resta il 44,12% più alto rispetto a un anno fa. Questo è il dato chiave per capire il livello dei prezzi italiani: un anno fa la benzina self stava abbondantemente sotto 1,80 €/litro.

La mappa regionale: dal risparmio marchigiano al caro-pieno del Friuli

La geografia dei prezzi in Italia racconta, come sempre, storie diverse a seconda della latitudine e della logistica. Oggi la regione più economica è le Marche, con una benzina self media a 1,9278 €/litro, seguita dal Lazio a 1,9322 e dalla Lombardia a 1,9339 €/litro. All'estremo opposto, il Friuli-Venezia Giulia registra la benzina più cara d'Italia a 1,9737 €/litro, preceduto dal Trentino-Alto Adige (1,9674) e dalla Basilicata (1,9673).

Il divario tra la regione più economica e quella più cara è di 4,59 centesimi al litro sulla benzina: sembra poco, ma su un pieno da 50 litri significa circa 2,30 € di differenza, e per un pendolare che fa il pieno ogni settimana si traduce in oltre 100 € all'anno. Sul gasolio il divario è ancora più marcato: si va dai 1,9881 €/litro delle Marche ai 2,0383 del Trentino-Alto Adige, una forbice di 5 centesimi.

Le ragioni sono multiple: la vicinanza ai depositi costieri favorisce le regioni del Centro Italia, mentre le aree alpine e insulari scontano costi di trasporto superiori. La densità della rete distributiva gioca un ruolo: la Lombardia, con i suoi 2.845 distributori, ha una concorrenza interna che comprime i margini. La Sicilia, nonostante i 1.762 punti vendita, sconta la condizione insulare e il gasolio a 2,0177 €/litro supera la media nazionale.

Autostrada contro strada: il pedaggio nascosto del rifornimento

Un capitolo a parte merita il confronto tra distributori autostradali e stradali. I dati MIMIT sono impietosi: la benzina in autostrada costa mediamente 2,0322 €/litro, contro i 1,8797 €/litro delle pompe stradali più convenienti. Parliamo di una differenza di 15,25 centesimi al litro, che su un pieno da 50 litri equivale a 7,63 € in più. Per il gasolio, l'autostradale quota 2,0751 €/litro contro 1,9462 della rete stradale, con un gap di quasi 13 centesimi.

Questa forbice, che si mantiene costante a prescindere dalle oscillazioni del Brent, deriva dalla struttura stessa delle concessioni autostradali: le royalties che i distributori pagano ai concessionari dell'infrastruttura sono un costo fisso che viene interamente ribaltato sull'automobilista. Il consiglio pratico, specie per chi parte per il ponte del 2 giugno, è chiaro: fare il pieno prima di entrare in autostrada consente un risparmio significativo.

L'OPEC+ si riunisce sabato 7 giugno: cosa aspettarsi

Mentre gli automobilisti italiani affrontano la Festa della Repubblica con il gasolio sopra i 2 euro, l'attenzione degli operatori è già rivolta a sabato prossimo. I sette Paesi OPEC+ — Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman — si riuniranno il 7 giugno 2026 per valutare le condizioni del mercato globale.La riunione ministeriale del 7 giugno sarà l'evento chiave dell'anno, in cui sono attese decisioni importanti sulle quote di produzione.Nell'ultima riunione di maggio, l'OPEC+ ha deciso di aumentare la produzione di 188.000 barili al giorno per il mese di giugno, nella prima riunione senza gli Emirati Arabi Uniti, che hanno lasciato il cartello.L'aumento è stato leggermente inferiore ai 206.000 barili/giorno del mese precedente, mentre le esportazioni di petrolio dal Medio Oriente restano largamente bloccate a causa del conflitto con l'Iran.

La domanda cruciale è questa: con lo Stretto di Hormuz ancora effettivamente chiuso, che senso ha aumentare la produzione sulla carta se il petrolio non può raggiungere i mercati? L'OPEC+ ha una storia di aumenti produttivi per ammortizzare le disruption, ma gli analisti notano che il gruppo ha attualmente poca capacità inutilizzata, fatta eccezione per l'Arabia Saudita.Baker Hughes prevede nelle sue stime finanziarie che il conflitto USA-Iran continui fino a fine giugno e che lo Stretto potrebbe non tornare pienamente operativo fino alla seconda metà dell'anno.

Per l'Italia, Paese che importa quasi il 90% del proprio fabbisogno energetico, lo scenario è particolarmente preoccupante. L'approvvigionamento di greggio è stato parzialmente diversificato negli ultimi mesi, con maggiori flussi dall'Africa occidentale e dal Kazakistan via pipeline, ma il premio logistico per queste rotte alternative si riflette inevitabilmente nel prezzo industriale del carburante. La rotta dal Golfo Persico, quando transitava per Hormuz, era la più economica. Ora i carichi devono circumnavigare l'Africa, con un aggravio stimato di 2-3 dollari al barile.

Il costo reale per l'automobilista: oltre il pieno

Per dare concretezza ai numeri, consideriamo il caso di un pendolare medio che percorre 15.000 km all'anno con un'auto a benzina che consuma 6,5 litri ogni 100 km. Ai prezzi odierni di 1,94 €/litro in self-service, la spesa annua in carburante è di circa 1.891 €. Un anno fa, con la benzina intorno a 1,75 €/litro, la stessa percorrenza costava 1.706 €. L'aggravio è di quasi 185 € all'anno, l'equivalente di una bolletta elettrica bimestrale per una famiglia media.

Per chi guida un diesel (consumo medio 5,5 l/100 km), la situazione è paradossalmente peggiore: il gasolio a 2,0052 €/litro porta la spesa annua a 1.654 €, contro i circa 1.430 € di un anno fa. Un incremento di oltre 220 €. E il costo al chilometro — il vero indicatore della mobilità individuale — sale a 12,6 centesimi per la benzina e 11,03 centesimi per il gasolio, valori che erodono significativamente il potere d'acquisto delle famiglie.

Ma l'impatto non si ferma al serbatoio. Il gasolio è il carburante dell'economia reale: alimenta i TIR che trasportano l'80% delle merci italiane, le mietitrebbie che raccolgono il grano, i generatori dei cantieri. Ogni centesimo in più sul diesel si moltiplica lungo tutta la catena del valore, dai prodotti freschi al supermercato ai materiali da costruzione. L'Istat ha più volte evidenziato la correlazione diretta tra prezzo del gasolio e inflazione dei beni alimentari: con il diesel stabilmente sopra i 2 €, è ragionevole attendersi pressioni inflazionistiche nei prossimi mesi.

La composizione del prezzo: perché l'Italia paga più della media europea

L'Italia ha storicamente tra le accise più alte d'Europa, seconde solo a quelle olandesi e danesi. Ma c'è una peculiarità del sistema fiscale italiano che amplifica il costo: l'IVA si calcola sul prezzo industriale maggiorato dell'accisa, creando un effetto moltiplicatore unico. Facciamo i conti sulla benzina di oggi:

Componente Importo (€/l) Incidenza
Prezzo industriale (materia prima + raffinazione + margine) 0,8612 44,4%
Accisa fissa 0,7284 37,5%
IVA 22% (su prezzo + accisa) 0,3497 18,0%
Totale alla pompa (self) 1,9400 100%

Come si vede, la componente fiscale complessiva (accisa + IVA) ammonta a 1,0781 €/litro, pari al 55,6% del prezzo alla pompa. In pratica, per ogni euro che l'automobilista spende al distributore, 56 centesimi finiscono allo Stato. Questo rende l'Italia strutturalmente vulnerabile alle crisi petrolifere: anche un taglio temporaneo delle accise, come quello attuato nel 2022, produce effetti limitati perché il meccanismo dell'IVA sulla tassa continua a gonfiare il prezzo finale.

Le pompe bianche: un risparmio che resiste ma non basta

Chi cerca di contenere la spesa al distributore può orientarsi verso le cosiddette pompe bianche e le insegne della grande distribuzione. I dati MIMIT mostrano che Auchan offre la benzina self più bassa a 1,8642 €/litro, seguita da LFC Petroli (1,8772) e Conad (1,885 €/litro). Il risparmio rispetto alla media nazionale è nell'ordine di 5-8 centesimi al litro, che su un pieno da 50 litri si traducono in 2,5-4 €.

Attenzione però: questi marchi hanno una copertura territoriale molto limitata. Auchan conta appena 20 stazioni nel campione MIMIT, LFC Petroli solo 7. Questo significa che il risparmio è accessibile solo a chi vive in prossimità di questi impianti. Per la stragrande maggioranza degli automobilisti italiani, la scelta reale è tra i grandi marchi come Eni, Ip o Q8, i cui prezzi tendono a posizionarsi sulla media nazionale o leggermente sopra.

Le prospettive: tra diplomazia e mercato

Dove andranno i prezzi dei carburanti nelle prossime settimane? La risposta dipende quasi interamente da due fattori: l'esito della riunione OPEC+ del 7 giugno e, soprattutto, l'evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz.

Lo scenario ottimistico prevede una ripresa dei colloqui Iran-USA e un graduale allentamento del blocco navale. Trump ha accennato alla possibilità di un memorandum d'intesa entro una settimana. Se ciò si concretizzasse, il Brent potrebbe ritracciare verso gli 85-88 dollari, con un beneficio stimato di 5-7 centesimi al litro alla pompa italiana nell'arco di 2-3 settimane (tenuto conto dell'effetto asimmetrico al ribasso).

Lo scenario pessimistico è quello di una rottura definitiva dei negoziati. Se l'Iran procedesse con la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e del Bab el-Mandeb, le due arterie principali del commercio energetico mondiale sarebbero contemporaneamente fuori gioco. In quel caso il Brent potrebbe tornare sopra i 100 dollari, e i prezzi alla pompa italiani si avvicinerebbero pericolosamente ai 2 €/litro anche per la benzina self, una soglia che non si vedeva dal 2022.

L'ipotesi che lo Stretto possa non riaprire per mesi è ampiamente condivisa nell'industria energetica. Questo suggerisce che i prezzi attuali non sono un picco temporaneo, ma un nuovo plateau con il quale gli automobilisti italiani dovranno convivere almeno fino all'autunno. La transizione energetica, tanto invocata, appare oggi più urgente che mai: non come scelta ideologica, ma come necessità strategica per un Paese che paga l'eccessiva dipendenza dalle importazioni di idrocarburi.

Per ulteriori aggiornamenti quotidiani sulla situazione dei carburanti, rimandiamo alla nostra sezione tutte le analisi e agli approfondimenti dedicati all'impatto della crisi di Hormuz sui prezzi italiani.

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