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Benzina oltre 2,15 '/l e Brent a 107 $: la crisi di Hormuz non molla la presa sui carburanti italiani

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· 14 min di lettura

Analisi redatta con assistenza di intelligenza artificiale su dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), rilevati quotidianamente su oltre 21.000 distributori italiani. Il contenuto è supervisionato dalla redazione Benzina24. Metodologia · Fonti

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2,1558 €/l per la benzina self-service. È il dato che accoglie gli automobilisti italiani in questo lunedì 28 settembre 2026, con il gasolio che si posiziona ancora più in alto, a 2,2432 €/l. Numeri che, soltanto dodici mesi fa, sarebbero apparsi distopici: a settembre 2025 il Brent navigava intorno ai 67 dollari al barile, meno della metà di quanto segna oggi. Nell'ultimo mese il Brent è salito del 16,88%, con un rialzo anno su anno superiore al 57%. Il filo conduttore resta uno solo: lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia da cui dipende un quinto del petrolio mondiale, continua a funzionare a singhiozzo, e ogni scossone diplomatico tra Washington e Teheran si traduce in centesimi alla pompa.

La fiammata del Brent: Trump respinge la proposta iraniana

La settimana scorsa si era chiusa con un cauto ottimismo: i negoziatori statunitensi e iraniani sembravano vicini a un accordo graduale per riaprire lo Stretto. Gli investitori osservavano con cautela le prospettive di un'intesa USA-Iran, con i negoziatori che esploravano un accordo in più fasi che potesse riaprire Hormuz. Ma nel fine settimana la situazione è precipitata. Lunedì i prezzi del petrolio sono balzati in Asia dopo che il presidente Trump ha respinto la proposta di pace iranianaIl Brent ha guadagnato il 2,89% portandosi a 107,34 dollari al barile, un livello che non si vedeva dalla prima decade di settembre.

Il quadro è limpido: il greggio è salito sopra i 106 dollari al barile lunedì, recuperando le perdite della seduta precedente, dopo che Trump ha respinto l'ultima proposta iraniana per riaprire lo Stretto di HormuzL'Iran ha proposto la riapertura dello Stretto e la ripresa dei colloqui nucleari con gli USA entro sette giorni, a condizione che l'amministrazione Trump accetti le sue richieste, tra cui la revoca del blocco navale e lo scongelamento degli asset iraniani. Una proposta che la Casa Bianca ha giudicato inaccettabile, alimentando nuovamente la volatilità sul mercato petrolifero.

Per comprendere la portata di questa crisi basta guardare la cronologia recente del Brent nel nostro database: il 22 settembre il barile quotava 98,63 dollari; appena sei giorni dopo, oggi, il prezzo segna 106,57 dollari nel briefing MIMIT — un balzo dell'8% in una settimana. Il dato di apertura CNBC di questa mattina parla addirittura di 107,34 dollari. È un mercato nervoso, guidato dai titoli di giornale prima ancora che dai fondamentali di domanda e offerta.

Dal barile alla pompa: anatomia dei 2,15 € di benzina

Perché un barile a 107 dollari produce benzina a 2,15 €/l? Il meccanismo è noto, ma vale la pena ricostruirlo con i numeri aggiornati. Un barile contiene 159 litri di greggio. Al cambio odierno di 1,1387 dollari per euro, il costo della materia prima si attesta intorno a 0,59 €/l. A questo si aggiunge il crack spread — il margine di raffinazione — che nelle ultime settimane, complici le tensioni logistiche nel Mediterraneo orientale, oscilla tra i 12 e i 16 centesimi per litro. Arriviamo così a un prezzo industriale (detto Platts) di circa 0,73-0,75 €/l per la benzina.

Poi arriva la fiscalità italiana, che è il vero moltiplicatore. L'accisa sulla benzina è fissa a 0,7284 €/l: non importa se il Brent vale 50 o 150 dollari, questa componente non cambia. L'IVA al 22% si applica sulla somma di prezzo industriale e accisa — una tassa sulla tassa, una peculiarità italiana che la Corte dei Conti ha più volte segnalato. Infine, il margine del distributore: tra 2 e 5 centesimi, la fetta più sottile della catena. Il risultato finale: oltre il 55% di quei 2,15 € che il consumatore paga al self-service sono imposte.

Componente Stima €/l Incidenza %
Materia prima (Brent)0,5927,4%
Raffinazione + trasporto0,146,5%
Margine distributore0,031,4%
Accisa0,728433,8%
IVA 22%0,66730,9%
TOTALE ALLA POMPA2,1558100%

Il dato più significativo: la componente fiscale (accisa + IVA) ammonta a circa 1,395 €/l, pari al 64,7% del prezzo finale. Lo Stato incassa quasi due terzi di ogni litro venduto, indipendentemente dalle dinamiche geopolitiche. Questo spiega perché anche quando il petrolio scende, la benzina in Italia resta strutturalmente cara rispetto alla media europea.

Gasolio ancora più caro della benzina: un paradosso che persiste

C'è un elemento che in questi mesi ha invertito una delle certezze del mercato italiano: il gasolio costa più della benzina. La media nazionale self-service registra 2,2432 €/l per il gasolio contro 2,1558 €/l per la benzina, un divario di quasi 9 centesimi a sfavore del diesel. Questo ribaltamento, che si è consolidato nel 2026, ha una ragione precisa: la crisi di Hormuz ha colpito in modo asimmetrico le esportazioni di distillati medi (diesel, jet fuel) dal Golfo Persico verso l'Europa. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre il 20% del commercio mondiale di petrolio, ha provocato una forte disruption dell'offerta globale.

Per un Paese come l'Italia, dove l'80% delle merci viaggia su gomma, il gasolio a 2,24 €/l non è soltanto un problema per chi fa il pieno alla propria auto: è un costo che si infiltra nell'intera catena logistica. Ogni centesimo in più sul diesel si trasferisce — con un ritardo di 2-4 settimane — sui prezzi del cibo, dei beni di consumo, delle consegne dell'e-commerce. L'inflazione da trasporto è una tassa invisibile ma reale, e con il gasolio ai livelli attuali, il suo impatto è tutt'altro che trascurabile.

La mappa regionale: 4,5 centesimi separano le Marche dal Friuli-Venezia Giulia

Chi pensa che il prezzo alla pompa sia uniforme in tutta Italia sbaglia. I dati MIMIT di oggi, basati su quasi 21.700 distributori monitorati, mostrano un divario regionale che, sulla benzina self, tocca i 4,47 centesimi tra la regione più economica e quella più cara. Le Marche guidano la classifica dell'economia con 2,1414 €/l, seguite dal Lazio a 2,1455 €/l. All'estremo opposto, il Friuli-Venezia Giulia chiude a 2,1861 €/l, preceduto dal Trentino-Alto Adige a 2,1820 €/l.

Il divario può sembrare contenuto in termini assoluti, ma su un pieno da 50 litri parliamo di oltre 2 € di differenza. Su base annua, per un pendolare che percorre 20.000 km (circa 1.400 litri di benzina per un'auto media), la regione di residenza può incidere per 60-65 € in più o in meno. Il dato si amplifica enormemente se guardiamo al gasolio: qui la forbice tra le Marche (2,3307 €/l) e il Friuli-Venezia Giulia (2,3862 €/l) sale a 5,55 centesimi.

Le ragioni del divario sono molteplici: densità della rete distributiva (maggiore concorrenza uguale prezzi più bassi), vicinanza ai depositi costieri, presenza di pompe bianche e catene della grande distribuzione, e infine le politiche regionali sui margini. Il Friuli-Venezia Giulia, regione di confine con una rete relativamente meno densa (470 distributori contro i 2.837 della Lombardia), sconta strutturalmente questa minore pressione competitiva. Paradossalmente, la Lombardia, pur essendo la regione più popolosa, riesce a mantenersi sotto la media nazionale grazie alla massiccia presenza di operatori indipendenti e stazioni della grande distribuzione.

Autostrada contro strada: il pedaggio nascosto del carburante

Se il divario tra regioni è misurabile in centesimi, quello tra rete autostradale e rete stradale è un vero e proprio baratro. Oggi la benzina self in autostrada costa 2,2452 €/l, contro i 2,0721 €/l della rete ordinaria: una differenza di 17,31 centesimi al litro. Sul gasolio il gap è ancora più ampio: 2,4383 €/l in autostrada contro 2,2698 €/l in strada, pari a 16,85 centesimi.

Carburante Autostrada (€/l) Stradale (€/l) Differenza
Benzina self2,24522,0721+0,1731
Gasolio self2,43832,2698+0,1685

In termini pratici: chi fa un pieno da 50 litri di gasolio in autostrada spende 8,42 € in più rispetto a chi si ferma alla stazione stradale più vicina all'uscita. In un viaggio Milano-Napoli (circa 780 km, un consumo medio di 55 litri per un'auto diesel), la differenza può superare i 9 €, a cui naturalmente si aggiunge il costo del pedaggio. Il consiglio resta sempre lo stesso: programmare le soste di rifornimento prima di entrare in autostrada o appena dopo l'uscita, consultando i dati aggiornati dei distributori nella propria zona.

Lo scenario geopolitico: perché Hormuz comanda i nostri prezzi

Per capire dove andranno i prezzi nelle prossime settimane, bisogna guardare al Golfo Persico, non a Piazza Affari. Il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz è stato in gran parte bloccato dall'Iran dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'azione militare contro l'Iran. Da allora, il mercato petrolifero globale convive con quella che il direttore dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Fatih Birol ha definito "la più grande disruption dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale".

I numeri danno la dimensione del problema. Circa 20 milioni di barili al giorno transitavano normalmente attraverso lo Stretto, pari a quasi il 20% del consumo mondiale di petrolioIn agosto la produzione saudita è crollata di 1,897 milioni di barili al giorno, raggiungendo una media di 6,238 milioni di barili giornalieri, il livello più basso dalla Guerra del Golfo del 1990Anche la produzione iraniana continua a contrarsi, con un calo stimato di 400.000 barili al giorno in agosto.

Sul fronte OPEC+, i sette Paesi membri chiave hanno concordato il 6 settembre di mantenere invariati i livelli produttivi di settembre anche per ottobre. Una scelta prudente, dettata dall'incertezza: il gruppo deve valutare le disruption in corso sulle esportazioni via Hormuz e definire le nuove baseline produttive per il 2027. In altre parole, nessuno ha margine — né volontà politica — per inondare il mercato di barili aggiuntivi, ammesso che riesca a farli arrivare a destinazione.

L'Italia, che importa oltre l'85% del proprio fabbisogno energetico, è particolarmente esposta. A differenza degli Stati Uniti, che possono contare sulla produzione interna di shale oil, o della Norvegia, autosufficiente nel Mare del Nord, il nostro Paese dipende dal mercato spot internazionale. Quando il Brent sale di 10 dollari, il prezzo alla pompa in Italia reagisce con un ritardo di 7-14 giorni — ma reagisce, inesorabilmente. E quando il greggio scende? Qui entra in gioco il cosiddetto effetto rocket and feather: i prezzi salgono come un razzo ma scendono come una piuma. Un fenomeno ampiamente documentato nella letteratura economica, e che il consumatore italiano conosce fin troppo bene.

Il GPL come valvola di sfogo: 0,75 €/l

In questo scenario di prezzi elevati, vale la pena notare come il GPL resti l'alternativa più economica per la mobilità a combustione interna. Con una media nazionale di 0,7534 €/l in modalità self-service, un litro di GPL costa circa un terzo della benzina. Certo, il rendimento chilometrico del GPL è inferiore (circa il 15-20% in meno rispetto alla benzina), ma anche tenendo conto di questo fattore, il costo al chilometro resta nettamente più basso: circa 0,08-0,09 €/km contro i 0,14-0,15 €/km della benzina per un'utilitaria media.

Il metano (GNC/GNL) si posiziona invece a 1,8237 €/l in self-service, un prezzo che ne ha drasticamente ridotto la competitività rispetto ai tempi pre-crisi, quando costava meno di un euro al chilogrammo equivalente. La crisi di Hormuz ha colpito anche i flussi di gas naturale liquefatto dal Golfo Persico, contribuendo a mantenere elevato il prezzo del metano per autotrazione.

Il costo reale per le famiglie: quanto pesa il pieno

Mettiamo i numeri in prospettiva quotidiana. Una famiglia italiana tipo con un'auto a benzina che percorre 15.000 km all'anno consuma circa 1.050 litri (consumo medio di 7 l/100 km). Al prezzo odierno di 2,1558 €/l, la spesa annuale per il carburante ammonta a circa 2.263 €, ovvero 189 € al mese. Per chi guida un diesel e percorre le stesse distanze (consumo medio 5,5 l/100 km, circa 825 litri annui), il conto è di 1.851 €, pari a 154 € mensili — meno in assoluto, ma solo grazie al minor consumo specifico del motore.

Per un pendolare che percorre 40 km al giorno tra andata e ritorno (circa 10.000 km annui), il carburante costa 1.510 € se guida a benzina, 1.234 € se ha un diesel. A queste cifre vanno aggiunte assicurazione, bollo, manutenzione e l'eventuale rata del finanziamento: il costo complessivo di possedere e utilizzare un'auto in Italia supera agevolmente i 4.000-5.000 € annui. Non sorprende che, secondo le ultime rilevazioni Istat, la mobilità privata sia una delle voci di spesa più pesanti per le famiglie italiane, dopo l'abitazione e l'alimentazione.

Cosa aspettarsi nelle prossime settimane

Le variabili in gioco sono essenzialmente tre. La prima, e più importante, è l'esito dei negoziati USA-Iran. Trump ha dichiarato che Teheran ha "esagerato" e si aspetta che i negoziati riprendano questa settimana. Se un accordo dovesse concretizzarsi — anche solo un cessate il fuoco parziale con riapertura graduale dello Stretto — il Brent potrebbe perdere 15-20 dollari in pochi giorni, come già accaduto in aprile quando una falsa apertura iraniana fece crollare il greggio del 12% in una sola seduta. Al contrario, un'escalation militare o il fallimento definitivo dei colloqui potrebbe riportare il barile verso i 120 dollari, livello già sfiorato a fine aprile.

La seconda variabile è il cambio EUR/USD. Oggi l'euro-dollaro si attesta a 1,1392, un livello relativamente favorevole che ammortizza parzialmente il rincaro del greggio denominato in dollari. Se l'euro dovesse indebolirsi — scenario possibile in caso di rallentamento dell'economia europea — l'impatto alla pompa sarebbe doppio: Brent più caro in termini assoluti e più caro in termini di conversione valutaria.

La terza variabile è stagionale: la fine di settembre segna tradizionalmente il passaggio dalla driving season estiva al periodo autunnale, quando la domanda di benzina cala fisiologicamente. Questo effetto potrebbe contribuire a calmierare i prezzi nelle prossime settimane, ma solo se la geopolitica non sovrasta tutto — e finora, nel 2026, la geopolitica ha sovrastato tutto.

La posizione dell'Italia in Europa: tra i più penalizzati

L'Italia paga storicamente tra i prezzi più alti d'Europa per la benzina, e la crisi di Hormuz non ha fatto altro che amplificare questo svantaggio strutturale. Le accise italiane sulla benzina (0,7284 €/l) sono tra le più elevate dell'Unione Europea, superate solo da Paesi Bassi e Finlandia. A questo si aggiunge il meccanismo dell'IVA sull'accisa: in Germania, pur con un'imposta sul valore aggiunto simile (19%), l'accisa sulla benzina è inferiore di circa 8 centesimi; in Spagna il differenziale è ancora più marcato.

Il risultato è che un automobilista italiano, a parità di Brent e di cambio valutario, paga circa 15-20 centesimi in più per litro rispetto a un tedesco e 25-30 centesimi in più rispetto a uno spagnolo. Questo non è frutto delle dinamiche di mercato, ma di scelte fiscali che si sono stratificate nel tempo: le famose accise storiche — dalla guerra di Etiopia del 1935 alla missione in Libano — che rappresentano un carico fiscale fossile, nel senso letterale del termine.

Il governo ha finora escluso interventi di riduzione temporanea delle accise, come quello varato nel 2022 durante la crisi energetica post-invasione dell'Ucraina. La ragione è nota: ogni centesimo di taglio dell'accisa sulla benzina costa all'erario circa 130-140 milioni di euro l'anno, e con i vincoli del Patto di Stabilità europeo, il margine di manovra è limitato. Il risultato è che il costo di Hormuz, sommato alla pressione fiscale strutturale, ricade interamente sulle spalle del consumatore finale.

In sintesi: i numeri del giorno

Indicatore Valore
Benzina self media nazionale2,1558 €/l
Gasolio self media nazionale2,2432 €/l
GPL self media nazionale0,7534 €/l
Brent (apertura 28/09)~107 USD/bbl
Cambio EUR/USD1,139
Regione più economica (benzina)Marche (2,1414)
Regione più cara (benzina)Friuli-V.G. (2,1861)
Distributori monitorati21.673

Il quadro complessivo è quello di un mercato dei carburanti che resta ostaggio della geopolitica mediorientale. Finché lo Stretto di Hormuz non tornerà a funzionare a pieno regime, il Brent resterà in un corridoio di elevata volatilità tra i 95 e i 115 dollari al barile, e i prezzi alla pompa italiani non avranno modo di scendere significativamente. Le trattative tra USA e Iran rappresentano oggi l'unico vero driver ribassista: un accordo credibile potrebbe cambiare lo scenario nel giro di settimane. Ma dopo sette mesi di crisi, false partenze e negoziati collassati, la prudenza è d'obbligo.

L'unica certezza, per ora, è nei numeri: 2,15 € per un litro di benzina, 2,24 € per un litro di gasolio. E la consapevolezza che, in Italia, la struttura fiscale rende il prezzo alla pompa rigido verso il basso anche quando il mondo del petrolio si calma. Per ulteriori aggiornamenti e confronti tra distributori, è possibile consultare la sezione analisi e gli approfondimenti dedicati.

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