Settanta giorni. Tanto è trascorso dalla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui, fino al 28 febbraio, transitava il 20% del petrolio mondiale e quasi un quinto del gas naturale liquefatto del pianeta. Dieci settimane durante le quali il Brent è passato dai 72 dollari di fine febbraio ai 100,25 dollari al barile registrati oggi, 9 maggio 2026, dopo aver toccato un picco vicino ai 126 dollari a metà marzo. Per l'automobilista italiano il bilancio si traduce in cifre che ormai hanno perso il sapore della notizia e acquisito quello della normalità amara: benzina self a 1,933 €/l, gasolio self a 2,0255 €/l. Il servito, per chi non scende dall'auto, sfiora e supera la soglia psicologica dei 2,15 € al litro per il diesel. Dietro questi numeri c'è una storia che merita di essere raccontata nella sua interezza, perché la crisi energetica in corso non è un temporale passeggero: è un cambiamento strutturale del paesaggio economico in cui ci muoviamo ogni giorno.
La settimana del Brent: tra diplomazia e cannonate
Per comprendere cosa stia succedendo alla pompa, bisogna partire dal barile. Gli Stati Uniti e l'Iran si sono scambiati il fuoco nello Stretto di Hormuz; Teheran ha lanciato missili contro gli Emirati Arabi Uniti; la US Navy ha colpito due petroliere iraniane vuote — tutto in una sola giornata, venerdì 8 maggio. Il Brent ha chiuso la seduta a 101,29 $/barile (+1%), mentre i due principali contratti petroliferi hanno registrato perdite settimanali superiori al 6%, segno che il mercato oscilla tra due forze opposte: la speranza diplomatica e la realtà militare.
Il dato del briefing odierno conferma il quadro: il Brent è sceso dai 113,84 $ di domenica 4 maggio ai 100,25 $ di oggi, un calo del 12% in cinque sedute. Mercoledì il greggio era arrivato a perdere il 5% in una sola sessione sulle speranze di un accordo, prima di risalire dopo che un alto funzionario iraniano ha di fatto respinto la proposta americana, chiedendo riparazioni di guerraUn analista di SEB ha descritto la giornata di mercoledì come «violenta», con il Brent che ha oscillato tra un massimo di 108,8 e un minimo intraday di 96,8 dollari. Volatilità estrema, che rende impossibile qualsiasi previsione a breve termine.
Il cambio EUR/USD a 1,1788 — l'euro si è rafforzato verso 1,18, il livello più alto dal 20 aprile, grazie al calo della domanda di dollaro come bene rifugio — offre un piccolo cuscinetto: un euro forte attenua il costo del greggio denominato in dollari. Ma la protezione è parziale: il Brent in euro resta comunque attorno agli 85 €/barile, il doppio rispetto a un anno fa.
Dal barile alla pompa: l'anatomia di 1,933 € al litro
Ogni volta che facciamo il pieno, paghiamo una catena di costi che parte dai pozzi del Golfo Persico — o da quello che ne resta — e arriva al display del distributore sotto casa. Ricostruiamola, per un litro di benzina self-service a 1,933 €.
| Componente | Importo (€/l) | Incidenza % |
|---|---|---|
| Prezzo industriale (materia prima + raffinazione + logistica + margine) | 0,857 | 44,3% |
| Accisa fissa | 0,7284 | 37,7% |
| IVA 22% (su prezzo industriale + accisa) | 0,348 | 18,0% |
| Totale alla pompa | 1,933 | 100% |
Due dati saltano all'occhio. Il primo: il carico fiscale complessivo (accisa + IVA) pesa per il 55,7% del prezzo finale. Su ogni litro di benzina, 1,076 € vanno allo Stato: più di quanto l'automobilista paghi per il carburante vero e proprio. Il secondo: l'IVA al 22% viene calcolata non solo sul prezzo industriale, ma anche sull'accisa. È la famigerata «tassa sulla tassa», un'anomalia italiana che la Corte dei Conti ha segnalato più volte e che nessun governo ha mai corretto. In pratica, per ogni centesimo di accisa lo Stato incassa ulteriori 0,22 centesimi di IVA. Una rendita automatica e invisibile.
Per il gasolio, la dinamica è identica ma con un paradosso in più: nonostante l'accisa sul diesel sia più bassa di quella sulla benzina (0,6174 contro 0,7284 €/l), il prezzo finale del gasolio self è oggi superiore a quello della benzina: 2,0255 contro 1,933 €/l. Il motivo è interamente nel prezzo industriale, che riflette il cosiddetto crack spread — il costo di raffinazione — per i distillati medi, esploso in seguito alla crisi di Hormuz. Le raffinerie in Medio Oriente e Asia hanno tagliato le lavorazioni di circa 6 milioni di barili al giorno, i margini sui distillati medi hanno toccato massimi storici. Il gasolio, in altre parole, è diventato un bene scarso, e la sua scarsità si riflette direttamente sul cartellino del prezzo.
La mappa dei prezzi: dalle Marche al Trentino, 3,6 centesimi di forbice
Le differenze regionali offrono un altro angolo di lettura. Le rilevazioni MIMIT su oltre 21.600 distributori mostrano che oggi, 9 maggio, la regione più economica per la benzina self è le Marche, con una media di 1,9173 €/l. In fondo alla classifica si colloca il Trentino-Alto Adige a 1,9535 €/l. La differenza è di 3,62 centesimi al litro: su un pieno da 50 litri, poco più di 1,80 €. Sembra poco, ma su base annua, per un pendolare che fa il pieno ogni settimana, il risparmio sfiora i 100 €. Per il gasolio la forbice è più ampia: si va dai 2,014 €/l del Veneto ai 2,0494 della Sardegna, con un divario di 3,54 centesimi.
Vale la pena sottolineare che la graduatoria rispecchia fattori strutturali: densità della rete, concorrenza tra operatori, costi logistici (evidenti nelle isole e nelle regioni alpine), e mix tra pompe bianche e marchi. Le regioni del Centro-Nord con alta concorrenza — Lombardia, Lazio, Veneto — tendono a offrire prezzi leggermente più bassi, perché la presenza di distributori indipendenti e catene della grande distribuzione esercita una pressione al ribasso sui margini dei gestori.
Autostrada vs strada: la stangata dei viaggi lunghi
Un dato che merita attenzione, soprattutto alla vigilia del ponte di metà maggio, è il differenziale autostrada-strada. Il campione di 446 stazioni autostradali monitorate dal MIMIT indica un prezzo medio della benzina self pari a 1,99 €/l, contro 1,8741 €/l delle 52 stazioni stradali campione. La differenza è di 11,59 centesimi al litro, pari a un sovrapprezzo del 6,2%. Sul gasolio la dinamica è analoga: 2,0902 €/l in autostrada, 1,9812 €/l su strada ordinaria, con un gap di 10,9 centesimi.
Tradotto in spesa: chi percorre l'Autostrada del Sole da Milano a Roma con un'auto diesel che consuma 6 litri ogni 100 km paga circa 72 € di solo carburante (575 km × 0,06 l/km × 2,09 €/l). Facendo il pieno prima dell'ingresso in autostrada al prezzo stradale, il costo scende a circa 68 €. Quattro euro di risparmio che, moltiplicati per le decine di milioni di spostamenti estivi, fotografano il peso economico di un sistema autostradale dove la concorrenza tra gestori è strutturalmente limitata.
Hormuz: la più grande crisi energetica della storia e l'Italia nel mirino
Per capire perché i prezzi si trovano a questi livelli, occorre allargare lo sguardo. La guerra Iran-USA del 2026 ha provocato quella che l'Agenzia Internazionale dell'Energia ha definito la «più grande disruzione dell'offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale»I flussi di greggio e prodotti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz sono crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a poco più di 2 milioni al giorno a marzo. Una perdita di 18 milioni di barili quotidiani, equivalente all'intera produzione combinata di Arabia Saudita e Russia.
Il FMI ha evidenziato come l'Italia sia tra i Paesi europei particolarmente esposti, per la sua dipendenza dalla generazione elettrica a gasRoma ha cercato di aumentare le forniture di gas dall'Algeria, ma le alternative non bastano a colmare il vuoto lasciato dal GNL qatarino, che rappresentava circa il 12-14% dell'import europeo di gas liquefatto. L'Italia ha inoltre varato un «decreto energia» per sussidiare i produttori nazionali di gas rispetto ai costi del carbonio, una misura che ha sollevato critiche per il rischio di consolidare la dipendenza dai combustibili fossili.
Il contesto OPEC+ aggiunge complessità. I sette Paesi produttori rimasti nell'alleanza hanno concordato un aumento «simbolico» della produzione di 188.000 barili al giorno per giugnoL'aumento è in gran parte simbolico perché i Paesi del Golfo non possono implementarlo finché lo Stretto di Hormuz non riapre. A complicare il quadro, l'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC aggiunge una nuova dimensione di incertezza: Abu Dhabi era uno dei pochi produttori con capacità inutilizzata significativa, il che significa che il gruppo ha meno «ammortizzatori» per gestire futuri shock.
Il vero conto per l'Italia: l'effetto gasolio sull'inflazione
C'è un aspetto della crisi che va oltre il pieno dell'auto e riguarda tutti, anche chi non guida. L'80% delle merci italiane viaggia su gomma. Ogni centesimo in più sul gasolio si scarica a catena sul prezzo del pane, del latte, dei medicinali, di Amazon e di tutto ciò che arriva su un camion. Con il diesel a 2,0255 €/l (self) e a 2,1461 €/l al servito, i costi di trasporto hanno raggiunto livelli che non si vedevano dal picco del 2022 post-invasione dell'Ucraina.
Facciamo un calcolo concreto. Un autoarticolato che percorre la tratta Milano-Palermo (circa 1.500 km) con un consumo medio di 30 litri per 100 km utilizza 450 litri di gasolio. Al prezzo medio self odierno, il costo carburante è di 911 € per la sola andata. Un anno fa, con il gasolio a circa 1,55 €/l, la stessa tratta costava 698 €. L'aumento è di 213 € a viaggio, oltre il 30% in più. Per una flotta di trasporto medio-piccola con 20 mezzi che compiono ciascuno 4 viaggi al mese, l'aggravio annuale supera i 200.000 €. Costi che finiscono, inevitabilmente, nei prezzi al consumo.
La BCE ha già prezzato oltre 50 punti base di stretta monetaria entro fine anno, con almeno due rialzi dei tassi, a causa delle persistenti pressioni inflazionistiche. È una risposta diretta all'impennata energetica. Per l'Italia, Paese con un debito pubblico al 140% del PIL, tassi più alti significano interessi più pesanti sul debito, meno spazio fiscale per tagliare le accise, e un circolo vizioso che si autoalimenta.
Pompe bianche vs grandi marchi: il risparmio possibile
In questo scenario, la scelta del distributore diventa un atto economico non banale. I dati MIMIT mostrano un divario significativo tra i marchi più economici e la media nazionale. Le insegne indipendenti offrono benzina self a partire da 1,8656 €/l (Petrolitalia, su un campione limitato di 6 stazioni) fino a 1,8872 €/l (FGS). Sono dai 4,6 ai 6,7 centesimi sotto la media nazionale di 1,933 €/l. Su base annua, per un automobilista che percorre 15.000 km con un consumo di 6,5 l/100 km (circa 975 litri), la scelta della pompa bianca può valere tra 45 e 65 € di risparmio.
Il risparmio massimo si ottiene però combinando due variabili: pompa bianca e rifornimento stradale. Il prezzo medio delle stazioni stradali del campione è 1,8741 €/l per la benzina e 1,9812 €/l per il gasolio — rispettivamente 5,9 e 4,4 centesimi sotto la media nazionale. Chi riesce a pianificare i propri spostamenti evitando le aree di servizio autostradali e cercando le pompe indipendenti può risparmiare, a parità di chilometri, oltre 100 € all'anno solo sul carburante.
Il quadro geopolitico: perché i prezzi non scenderanno presto
La domanda che tutti si pongono è: quando finirà? La risposta onesta è: nessuno lo sa. Washington ha proposto all'Iran un memorandum d'intesa per riaprire lo Stretto e revocare il blocco dei porti iraniani; Teheran dovrebbe rispondere entro 48 ore. Ma il conflitto dura da dieci settimane, e ogni volta che la diplomazia sembra avanzare, un'escalation militare la riporta indietro. Come ha notato Naeem Aslam di Zaye Capital Markets, il mercato oscilla perché i trader gestiscono «due forze opposte: i titoli sulla pace che riducono il panico, e le minacce militari che mantengono vivo il premio bellico».
Anche se un accordo venisse raggiunto domani, la normalizzazione dei flussi richiederà mesi. Dirigenti petroliferi del Golfo e trader globali hanno affermato che, anche quando lo Stretto riaprisse, servirebbero settimane se non mesi per normalizzare i flussiLe assicurazioni marittime restano a livelli proibitivi, i cantieri devono riparare le infrastrutture danneggiate, le raffinerie devono ricostruire le scorte. Gli analisti di BMI prevedono che maggio continuerà a mostrare prezzi elevati, con un calo solo dopo un accordo di pace chiaro e la normalizzazione del traffico marittimo.
Per l'Italia, che importa il 90% del fabbisogno petrolifero, questo significa che i prezzi alla pompa resteranno probabilmente nell'area 1,90-2,00 €/l per la benzina e sopra i 2,00 €/l per il gasolio almeno fino all'estate. Una prospettiva che pesa come un macigno sulla stagione turistica e sulle tasche delle famiglie.
Le accise: il convitato di pietra che nessuno tocca
Il dibattito sulle accise sui carburanti in Italia è una di quelle storie che si ripetono identiche a ogni crisi energetica. L'accisa sulla benzina, fissata a 0,7284 €/l, è tra le più alte d'Europa. Quella sul gasolio, a 0,6174 €/l, non è da meno. A queste si aggiunge l'IVA al 22%, che genera il già citato effetto «tassa sulla tassa». Il risultato è che il fisco incassa di più proprio quando i prezzi salgono: un meccanismo automatico che premia lo Stato a danno del consumatore.
Facciamo un esperimento mentale. Se il governo decidesse di ridurre le accise sulla benzina di 10 centesimi — portandole da 0,7284 a 0,6284 €/l — il prezzo alla pompa scenderebbe di 12,2 centesimi (i 10 cent di taglio più il risparmio IVA). La benzina passerebbe da 1,933 a circa 1,811 €/l. Ma il costo per le casse dello Stato, considerando circa 22 miliardi di litri di benzina consumati annualmente in Italia, sarebbe di 2,68 miliardi di euro. In un Paese che deve finanziare la sanità, le pensioni e il PNRR, non è un taglio che si fa a cuor leggero. E qui sta il nodo politico: tutti promettono di tagliare le accise, nessuno lo fa.
L'Italia, insieme alla Repubblica Ceca, sta spingendo in sede europea per una pausa o un allentamento del sistema ETS di scambio delle emissioni, motivando la richiesta con la competitività industriale. Ma la vera partita si gioca altrove: nella struttura fiscale nazionale, dove le accise sono diventate una rendita intoccabile.
Uno sguardo al futuro: lezioni da dieci settimane di crisi
Dieci settimane di Hormuz chiuso hanno dimostrato, con brutale chiarezza, tre verità che l'Italia non può più ignorare.
Prima. La dipendenza energetica è una vulnerabilità strategica, non solo economica. La chiusura dello Stretto ha prodotto la più grande disruzione dell'offerta energetica mondiale dai tempi della crisi degli anni Settanta. L'Italia, che importa quasi tutto il suo petrolio e buona parte del gas, è esposta come pochi altri Paesi in Europa. La diversificazione delle fonti — rinnovabili, nucleare, efficienza — non è più un lusso da ambientalisti: è una necessità di sicurezza nazionale.
Seconda. Il sistema dei trasporti italiano, fondato sull'autotrasporto su gomma, amplifica ogni shock petrolifero. Quando il gasolio supera i 2 €/l, l'inflazione da trasporto si propaga a tutta l'economia. Investire nella ferrovia merci, nella logistica intermodale e nella riduzione dei km a vuoto non è solo politica industriale: è politica anti-inflazione.
Terza. La struttura fiscale dei carburanti italiani è un moltiplicatore di crisi. Le accise fisse non si adeguano al ciclo economico, e l'IVA sull'accisa trasforma ogni aumento del Brent in un gettito supplementare per lo Stato. Servirebbero meccanismi di stabilizzazione automatica — accise mobili, come quelle che alcuni Paesi europei hanno già introdotto — per attenuare la trasmissione degli shock ai consumatori.
Intanto, oggi 9 maggio 2026, il pendolare che sale in macchina alle sei di mattina paga la benzina 1,933 € al litro. Il camionista che carica le merci al porto di Genova spende 2,03 €/l per il gasolio. E nello Stretto di Hormuz, tra petroliere bloccate e cacciatorpediniere in transito, si gioca una partita il cui prezzo, alla fine, lo paghiamo tutti noi. Ogni giorno. Litro dopo litro.
Per approfondire l'andamento regionale e confrontare i prezzi nella propria zona, è possibile consultare le analisi quotidiane e gli approfondimenti dedicati.