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28 marzo 2026: rialzi alla pompa, ma l'Italia regge meglio dell'Europa. Intanto il gasolio vola a 2,04 €/litro

A cura della redazione di Benzina24 - Riproduzione vietata - Sabato 28 Marzo 2026

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Il tema dei carburanti è tornato al centro del dibattito pubblico con toni spesso esasperati. Da un lato c’è chi parla di nuova emergenza prezzi, dall’altro chi osserva che, nel confronto europeo, l’Italia sta registrando aumenti meno violenti di altri grandi Paesi. Entrambe le letture contengono una parte di verità. I dati Benzina24 aggiornati al 28 marzo 2026 dicono infatti che la benzina self è a 1,744 €/litro, mentre il gasolio self ha raggiunto 2,04 €/litro. Il punto politico ed economico non è solo che i prezzi salgono. Il punto è come salgono, perché salgono e chi paga davvero il conto.

Negli ultimi giorni la stampa di settore ha segnalato nuovi ritocchi al rialzo, mentre associazioni di categoria e rappresentanze dei gestori hanno rilanciato l’allarme su accise e misure di contenimento. In parallelo, dal Nord-Est arrivano segnali interessanti: le pompe slovene, che in passato beneficiavano del pieno degli automobilisti italiani, oggi risultano meno attrattive. È un dettaglio solo in apparenza marginale, perché ci dice che il caro energia è un fenomeno europeo, non una patologia esclusivamente italiana. Ma questo non assolve il nostro sistema fiscale, che continua a pesare enormemente sul prezzo finale.

Dal barile alla pompa: il Brent corre, la pompa risponde quasi subito

La prima spiegazione sta tutta nel mercato internazionale. Il Brent oggi quota 114,57 dollari al barile. Sette giorni fa era a 109,55 dollari. Un mese fa era addirittura a 70,91. Significa un balzo del 61,6% in trenta giorni. Una fiammata di questa portata non può non trasferirsi sui listini italiani. La regola empirica del settore è nota: ogni dollaro in più sul Brent vale circa mezzo centesimo al litro alla pompa, con un ritardo di una-due settimane.

Ma il greggio è solo il primo anello. Poi arrivano il cambio euro-dollaro, il costo di raffinazione, trasporto e stoccaggio, le accise, l’IVA e infine il margine commerciale. In Italia la benzina incorpora una zavorra fiscale impressionante: il 59,8% del prezzo finale sono tasse. Su 1,744 €/litro, ben 0,7284 euro sono accise e 0,3145 euro sono IVA. Il costo industriale del carburante vale invece 0,7014 euro. In altre parole, il fisco pesa più del prodotto.

Qui si innesta il nodo che torna nella discussione pubblica sul possibile taglio o sulla proroga delle riduzioni fiscali: quando il Brent si impenna, un sistema così carico di imposte amplifica il dolore al distributore. E c’è poi il solito effetto asimmetrico: quando il petrolio sale, i listini corrono; quando scende, i ribassi arrivano con il freno tirato. Una parte dipende dai tempi tecnici di filiera, un’altra dai margini e dalla gestione delle scorte. Ed è qui che il consumatore percepisce, spesso a ragione, un odore di speculazione.

Il vero problema si chiama gasolio: non è solo un pieno, è inflazione

La notizia economicamente più pesante non è però la benzina. È il gasolio. Oggi il diesel self viaggia a 2,04 €/litro, con il servito a 2,172 €/litro. Costa 29,64 centesimi in più della benzina. Questo sorpasso non è una curiosità statistica: è un moltiplicatore d’inflazione.

In Italia l’80% delle merci viaggia su gomma. Se il gasolio aumenta, aumenta il costo del trasporto, e quel costo si scarica lungo tutta la filiera: ortofrutta, logistica, consegne, trasporti sociali, agricoltura. Non sorprende quindi che in questi giorni siano arrivate proteste dal mondo dell’autotrasporto e richieste di intervento da parte del settore agricolo e dei servizi territoriali. Con questi prezzi, un TIR che percorre 100.000 chilometri l’anno spende circa 68.013 euro di carburante. Una spedizione media di 1.000 chilometri costa quasi 679,45 euro solo di gasolio.

Questo significa che il caro diesel non resta in autostrada. Arriva sullo scaffale del supermercato. Un chilo di frutta percorre mediamente 300-500 chilometri prima di essere venduto. Ogni centesimo in più al litro si trasforma in un costo diffuso, piccolo ma continuo, che alimenta la pressione sui prezzi al consumo.

La geografia del caro carburante: l'Italia non è un mercato unico

I dati Benzina24 mostrano un Paese profondamente disomogeneo. La regione più economica è oggi le Marche, con benzina self a 1,724 €/litro. La più cara è la Basilicata, a 1,774 €/litro. Cinque centesimi di differenza possono sembrare pochi, ma su base annua incidono. E ancora di più conta la forbice tra singoli impianti.

A livello nazionale la benzina self va da 1,405 €/litro a 2,426 €/litro. La differenza è di 1,021 euro al litro. Tradotto: su un pieno da 50 litri si possono spendere 51,05 euro in più a seconda del distributore scelto. Non è un dettaglio, è un secondo pieno quasi regalato o quasi buttato.

Le grandi città confermano questa frammentazione. A Milano si va da 1,628 a 2,405 euro al litro: 38,85 euro di differenza sullo stesso pieno. A Roma la forbice vale 22,5 euro, a Napoli 24,4, a Torino 21,7. Il messaggio è semplice: non esiste "il" prezzo della città; esiste il prezzo della stazione che si sceglie.

Attenzione poi all’autostrada. Sulla rete ordinaria la benzina self media è 1,743 euro; in autostrada sale a 1,807 euro. Il gasolio self passa da 2,039 a 2,101 euro, mentre il servito autostradale tocca 2,354 euro. Ed è proprio lì che fanno rifornimento molti mezzi pesanti. Il caro gasolio, insomma, nasce anche nei luoghi dove la logistica non può scegliere troppo.

Famiglie, stipendi, transizione ferma: il conto finale

Per un pendolare tipo, 15.000 chilometri l’anno e consumo di 14 km/l, il costo annuo della sola benzina ai prezzi medi attuali è di 1.868,15 euro. Ma scegliendo con attenzione il distributore si può risparmiare fino a 363,39 euro l’anno. Non a caso il lunedì resta mediamente il giorno più favorevole, mentre il sabato tende a essere il più caro.

Il problema è che l’Italia arriva a questa nuova ondata di tensione con un parco circolante vecchissimo: 53,9 milioni di veicoli, età media 19,2 anni, e appena 0,76% elettrici o ibridi secondo i dati forniti. Le colonnine sono 66.650, più dei distributori tradizionali, ma le auto elettrificate restano pochissime. La transizione, nei numeri reali, è ancora ferma. E quindi il Paese resta ostaggio della pompa.

Un pieno da 50 litri oggi vale circa 10 ore di lavoro per uno stipendio medio netto da 1.400 euro al mese. Con un’ora di stipendio si percorrono circa 70 chilometri. Questo è il dato che più di ogni altro racconta il peso sociale del carburante: non un numero astratto, ma tempo di vita convertito in litri.

Cosa aspettarsi adesso

Se il Brent resterà sopra quota 110 dollari, è difficile immaginare un rientro rapido dei prezzi alla pompa. Anzi, i rialzi internazionali degli ultimi giorni devono ancora scaricarsi del tutto sui listini italiani. La buona notizia, relativa, è che l’Italia per ora sembra contenere gli aumenti meglio di altri grandi mercati europei. La cattiva è che partiamo già con una struttura fiscale pesante e con un sistema logistico fortemente dipendente dal diesel.

  • evitare l’autostrada per il rifornimento quando possibile;
  • confrontare sempre i prezzi nella propria città, perché la forbice è enorme;
  • privilegiare il self service;
  • fare rifornimento a inizio settimana, quando i listini sono mediamente più favorevoli;
  • monitorare le stazioni davvero convenienti: sotto 1,55 euro/litro oggi ce ne sono solo 13 in tutta Italia.

In una fase come questa, l’informazione non serve solo a indignarsi. Serve a scegliere. Perché tra il barile che corre, il fisco che pesa e il gasolio che trascina l’inflazione, l’unico margine di difesa del consumatore resta la trasparenza. E oggi, più che mai, conviene usarla fino all’ultimo centesimo su Benzina24.it.

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