Fermati a qualunque distributore in Italia e c'è quasi una possibilità su cinque che abbia il marchio Eni. Sono 4.409 stazioni su un totale di oltre 21.500: nessun'altra compagnia ne ha di più. Api-Ip segue con 4.035, poi le pompe bianche con 3.542, Q8 con 2.717 e Esso con 2.164. Dalla Lombardia alla Sicilia, il cane a sei zampe è ovunque.
Ma come ci è arrivato? Come ha fatto un ente petrolifero statale creato durante il fascismo, dato per morto nel 1945 e affidato a un commissario con l'ordine di smantellarlo, a diventare uno dei gruppi energetici più importanti del pianeta? La risposta sta in una storia che ha dentro tutto: la Resistenza, il boom economico, il petrolio, lo spionaggio, e un omicidio mai del tutto risolto.
Un'azienda nata morta (1926-1945)
Nel 1926 il regime fascista crea l'AGIP, Azienda Generale Italiana Petroli. L'idea è rendere il paese meno dipendente dal petrolio straniero, ma i risultati sono modesti: qualche esplorazione senza grandi scoperte, una manciata di concessioni all'estero, una rete di pompe di benzina. Quando finisce la guerra, l'AGIP è un relitto. L'Italia è distrutta, metà della forza lavoro è nei campi, le infrastrutture sono a pezzi, e tenere in piedi un ente petrolifero senza petrolio sembra un lusso assurdo.
Il governo del dopoguerra decide di liquidare l'azienda. Per farlo sceglie un ex partigiano di 39 anni che arriva dalle Marche, con un diploma di ragioniere e un'impresa di vernici alle spalle: Enrico Mattei.
L'uomo che non obbediva agli ordini
Mattei era nato nel 1906 ad Acqualagna, un paesino tra le colline pesaresi. Aveva fatto il ragioniere, poi l'imprenditore — mettendo in piedi da solo un'azienda chimica che funzionava bene. Dopo l'8 settembre 1943 era entrato nella Resistenza e ne era diventato una figura importante: comandava i partigiani cattolici in Lombardia, con un approccio più da manager che da guerrigliero. Risolveva problemi, trovava risorse, organizzava. Non teorizzava.
Quando nel 1945 gli dicono di chiudere l'AGIP, Mattei fa una cosa che nessuno si aspetta: disobbedisce. Si mette a studiare le carte geologiche delle vecchie esplorazioni in Pianura Padana e si convince che sotto quelle campagne ci sia qualcosa. Non petrolio, ma metano — e in quantità enormi. Le trivelle gli danno ragione: a Caviaga, nel Lodigiano, e poi a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, escono giacimenti importanti.
Per l'Italia del dopoguerra è un colpo di fortuna enorme. Energia a basso costo, sotto casa, sotto il controllo dello Stato. Mattei fa costruire una rete di metanodotti (nasce la SNAM) e vende il metano all'industria lombarda che sta cominciando a ripartire. L'AGIP non solo non chiude: diventa redditizia.
A Cortemaggiore trovano anche un po' di petrolio. Poco, in realtà, ma abbastanza perché Mattei ne faccia un'operazione di comunicazione brillante: lancia la “Supercortemaggiore”, che pubblicizza come “la potente benzina italiana”. Non importa che sia poca cosa rispetto ai pozzi del Medio Oriente — quello che conta è il messaggio: l'Italia ce la può fare da sola.
L'ente che cambiò le regole (1953)
Il 10 febbraio 1953 il Parlamento approva la legge n. 136 che istituisce l'Ente Nazionale Idrocarburi. L'AGIP ne entra a far parte come colonna portante. Mattei diventa presidente.
Per capire cosa succede dopo, bisogna sapere com'era il mercato mondiale del petrolio in quegli anni. Sette compagnie — cinque americane, una inglese e una anglo-olandese — controllavano praticamente tutto: le riserve, l'estrazione, la raffinazione, la distribuzione. Avevano il potere di decidere quanto petrolio estrarre e a che prezzo venderlo. Mattei le ribattezzò “le Sette Sorelle”, un'espressione che entrò nel vocabolario di mezzo mondo.
Mattei provò prima a sedersi al loro tavolo: chiese di partecipare al consorzio internazionale che gestiva il petrolio iraniano dopo la crisi di Abadan. Gli dissero di no. L'ENI era troppo piccola, troppo italiana, troppo scomoda.
Fu il rifiuto che gli cambiò la strategia.
La mossa del 75-25
Se le grandi compagnie non lo volevano nel loro club, Mattei avrebbe giocato per conto suo. E lo fece con un'idea che nessuno aveva mai osato proporre.
Le Sette Sorelle offrivano ai paesi produttori (Iran, Iraq, Arabia Saudita, Libia...) una divisione dei profitti al 50 e 50: metà a loro, metà al paese che possedeva il petrolio. Mattei propose qualcosa di radicalmente diverso: una società mista con il governo locale, in cui il paese ospitante otteneva il 50% delle quote. Sommando quote societarie e tasse locali, ai paesi produttori restava circa il 75% dei ricavi. All'ENI il 25%.
Per le compagnie anglo-americane era inaccettabile — se il modello avesse preso piede, i loro margini sarebbero crollati. Per i governi del Medio Oriente e del Nord Africa era una proposta senza precedenti: finalmente qualcuno li trattava da partner e non da colonie da sfruttare.
Nel 1957 nacque la SIRIP, la prima società mista italo-iraniana basata su questa formula. Seguirono accordi con Egitto, Libia, Tunisia, Marocco. L'ENI aprì uffici di rappresentanza in decine di paesi — funzionavano come vere ambasciate, con personale che i governi locali trattavano con riguardo diplomatico.
L'uomo più potente d'Italia
A metà degli anni Cinquanta Mattei ha costruito molto più di un'azienda petrolifera. Ha creato un sistema.
Fonda il quotidiano Il Giorno nel 1956 — gli serve una voce nell'opinione pubblica. Costruisce i Motel AGIP lungo le nuove autostrade, i primi in assoluto nel paese. Progetta Metanopoli, una città aziendale a San Donato Milanese con residenze, uffici e architettura moderna. Apre una scuola di formazione per i dirigenti dei paesi con cui fa affari, investendo nella crescita professionale dei partner.
Mattei non nasconde il suo modo di operare. Con i partiti politici ha un rapporto strumentale che riassume in una frase diventata proverbiale: “Per me i partiti sono come i taxi — ci salgo, pago la corsa e scendo.” Non è interessato al potere politico in sé: gli interessa che nessuno gli impedisca di lavorare. E a chi gli chiede se non teme di fare troppi nemici, risponde che è meglio avere nemici potenti che non contare nulla.
Bascampè, 27 ottobre 1962
La sera del 27 ottobre 1962 il Morane-Saulnier MS.760 Paris dell'ENI decolla da Catania diretto a Milano Linate. A bordo ci sono Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale del settimanale Time, arrivato in Sicilia per intervistarlo. Mattei sta per partire per gli Stati Uniti — ha appuntamenti importanti, compresa una laurea ad honorem, e tra le mani un possibile accordo con l'Algeria da poco indipendente, che gli darebbe accesso a greggio di qualità eccellente.
L'aereo non arriva a destinazione. Precipita nelle campagne di Bascampè, a pochi chilometri dalla pista, poco prima dell'atterraggio. Muoiono tutti.
L'inchiesta iniziale, chiusa nel 1963, attribuisce tutto al maltempo. Ma la faccenda non convince nessuno. Nel 1995 la Procura di Pavia riapre il fascicolo. Le nuove perizie tecniche, molto più sofisticate di quelle disponibili trent'anni prima, arrivano a una conclusione netta: a bordo c'era una carica esplosiva. Non maltempo: un attentato.
Chi lo ha voluto morto? In sessant'anni sono state avanzate molte ipotesi — dalle compagnie petrolifere ai servizi segreti francesi (l'OAS, il gruppo dei coloni francesi in Algeria, lo aveva minacciato esplicitamente), da settori dei servizi italiani alla criminalità organizzata. Nessuna di queste piste è mai stata chiusa in modo definitivo. Francesco Rosi portò la vicenda al cinema nel 1972, con Gian Maria Volonté nel ruolo di Mattei: il film vinse la Palma d'Oro a Cannes.
Un cane, sei zampe e 4.000 bozzetti
Il logo che oggi tutti riconoscono ha una storia curiosa. Nel 1952, un anno prima della nascita dell'ENI, Mattei bandisce un concorso sulla rivista di architettura Domus: servono un marchio e un cartellone per la benzina Supercortemaggiore e per l'Agipgas. Il premio è di dieci milioni di lire. La giuria è di altissimo livello — ne fanno parte il pittore Mario Sironi e l'architetto Giò Ponti.
Arrivano più di 4.000 proposte. La stragrande maggioranza raffigura fiamme di ogni tipo e dimensione. Ma tra i bozzetti ce n'è uno diverso: un animale nero dalle forme strane, sei zampe, una fiammata rossa che esce dalla bocca rivolta all'indietro. A presentarlo è il grafico Giuseppe Guzzi, ma il vero autore è lo scultore Luigi Broggini di Varese — che si vergogna di legare il proprio nome a un'operazione pubblicitaria e preferisce restare nell'ombra. La verità verrà fuori solo nel 1983, dopo la sua morte, grazie alla testimonianza del figlio.
A Mattei quel cane piace subito. Lo vuole dappertutto — non solo sui cartelloni ma come simbolo dell'intera azienda. Ettore Scola, allora giovane copywriter all'ufficio pubblicità dell'Agipgas (molto prima di diventare il regista che conosciamo), inventa lo slogan: “Il cane a sei zampe, fedele amico dell'uomo a quattro ruote.”
Quanto alle sei zampe, l'interpretazione ufficiale è che rappresentino le quattro ruote dell'automobile più le due gambe del guidatore. Ma Broggini non confermò mai questa lettura — e il mistero, in fondo, rende il logo ancora più affascinante.
Dopo Mattei: mezzo secolo di trasformazioni
Con la scomparsa di Mattei cambia tutto. Il suo successore Eugenio Cefis abbandona la linea di scontro frontale con le grandi compagnie e adotta una politica più cauta. Nei decenni successivi l'ente si espande enormemente — nuove scoperte di giacimenti in Nigeria, nel Mare del Nord, in Libia — ma perde la carica quasi rivoluzionaria dell'era Mattei.
Gli anni di Tangentopoli, nei primi anni Novanta, colpiscono duramente anche l'ENI. Nel 1992 l'ente viene trasformato in società per azioni e nel 1995 debutta in borsa, sia a Milano che a New York. L'epoca dell'ente pubblico è finita: Eni diventa un'azienda privata quotata, con azionisti internazionali, regole di mercato e obblighi di bilancio.
Oggi la sede legale è a Roma, in Piazzale Enrico Mattei 1 — l'indirizzo stesso è un tributo al fondatore. L'azienda opera in oltre 60 paesi, dà lavoro a circa 30.000 persone e fattura oltre 90 miliardi di euro.
L'Eni del futuro: biocarburanti e transizione
La rete distributiva sta cambiando pelle. Le stazioni operano sotto il marchio Enilive, la divisione dedicata alla mobilità sostenibile, e accanto a benzina e gasolio compaiono le colonnine di ricarica elettrica e i biocarburanti di nuova generazione.
La scelta più coraggiosa è stata convertire le vecchie raffinerie in bioraffinerie. A Porto Marghera, vicino a Venezia, un impianto che lavorava greggio è stato trasformato nel 2014 per produrre biocarburante da grassi esausti e oli vegetali. Lo stesso è successo a Gela, in Sicilia, dove la raffineria petrolchimica dismessa è rinata come centro per i biocarburanti avanzati.
Il prodotto più interessante è l'HVOlution: un diesel ottenuto interamente da scarti — olio da frittura usato, grassi animali, residui dell'industria alimentare. Si usa nei motori diesel normali senza nessuna modifica, ed è già disponibile in centinaia di stazioni in tutta Italia.
Quanto costa fare il pieno da Eni
Secondo i dati di Benzina24.it aggiornati al 1° aprile 2026 su oltre 21.500 distributori italiani, i prezzi medi self service delle 4.409 stazioni Eni sono sostanzialmente in linea con la media nazionale — e per benzina e gasolio risultano perfino leggermente inferiori.
La benzina self service Eni costa in media 1,732 euro al litro, contro l'1,745 della media nazionale: circa un centesimo in meno. Il gasolio self è a 2,039 euro contro 2,053: anche qui un centesimo e mezzo di risparmio. Il GPL è leggermente sopra media (0,694 contro 0,676), mentre il metano, disponibile solo in 306 stazioni su 4.409, si attesta a 2,092 euro.
Su un pieno da 50 litri di benzina self, scegliere Eni costa circa 65 centesimi in meno rispetto alla media di tutti i distributori italiani — sfatando l'idea che il marchio più diffuso sia automaticamente il più caro.
Cinque cose che forse non sai
La benzina Supercortemaggiore, lanciata nel 1953, prendeva il nome dal paesino in provincia di Piacenza dove l'AGIP trovò il primo (e piccolo) giacimento di greggio italiano. Il petrolio era poco, ma il nome era perfetto per lo slogan.
Il primo motel costruito in Italia si chiamava Motel AGIP ed era lungo l'Autostrada del Sole. Quando aprì, la parola “motel” non esisteva ancora nel vocabolario degli italiani.
Mattei non era un uomo da lussi personali. Dormiva quattro o cinque ore a notte, non beveva alcolici e non accumulò mai ricchezze personali. Alla sua morte la famiglia non ereditò quasi nulla di rilevante.
La Lombardia è la regione con più stazioni Eni (543), seguita dal Lazio (480) e dal Veneto (367). In Sicilia ce ne sono 363, in Toscana 326, in Piemonte 320.
L'espressione “Sette Sorelle” per indicare le grandi compagnie petrolifere è un'invenzione linguistica di Mattei. Nessuno le chiamava così prima di lui — fu durante un'intervista che usò per la prima volta quell'espressione, e i giornali di tutto il mondo la adottarono.