La settimana che si chiude oggi, domenica 24 maggio, resterà nei manuali di analisi energetica come una di quelle in cui il mercato petrolifero ha giocato su due tavoli contemporaneamente: da un lato le speranze di un accordo tra Washington e Teheran, dall'altro la realtà fisica di uno Stretto di Hormuz ancora sostanzialmente bloccato. Il risultato è un Brent sceso dai 110,98 dollari al barile di lunedì 19 maggio ai 104,25 di venerdì 23 — un calo superiore al 6% in appena cinque sedute — che però non si è ancora trasferito ai distributori italiani. Benzina self a 1,9661 €/l, gasolio self a 1,9788 €/l: siamo sui livelli più alti dal 2023, e la discesa del greggio, per ora, resta confinata ai futures di Londra.
In questa rassegna settimanale ripercorriamo i numeri chiave, le notizie che hanno mosso il mercato, la mappa dei prezzi regione per regione, le differenze tra impianti autostradali e stradali, e soprattutto la domanda che ogni automobilista si pone: quando e se il calo del barile arriverà alla pompa.
Il Brent in cifre: cinque sedute, meno 6,7 dollari
Partiamo dal dato più eloquente. Lunedì 19 maggio il Brent apriva a 110,98 dollari; a metà seduta martedì 20 la quotazione era già a 110,34 dollari, in flessione di 2,59 dollari rispetto al giorno precedente. Mercoledì 21 un'improvvisa oscillazione intraday — prima +3% poi -2% — portava il settlement a 104,95. Giovedì 22 si chiudeva a 103,99 e venerdì 23 il barile si è assestato a 104,25 dollari, un rimbalzo tecnico di 26 centesimi dopo il minimo di seduta.
I futures sul Brent restano in ribasso di oltre il 6% nella settimana, con i mercati che continuano a incorporare la possibilità che le parti in conflitto possano alla fine raggiungere un accordo. Un dato che va letto con cautela: nonostante il ritracciamento, i prezzi del petrolio restano circa il 50% sopra i livelli pre-bellici, e la situazione sul campo è tutt'altro che risolta.
Il grafico mostra chiaramente la frattura: il barile ha perso oltre 6 dollari tra lunedì e mercoledì, poi si è stabilizzato in area 104. La media della settimana si colloca intorno a 105,5 dollari, in netto calo rispetto ai 109 della settimana precedente, ma ancora distante dai 70 dollari di fine febbraio, prima dell'inizio del conflitto.
Il motore della discesa: negoziati USA-Iran e speranze sullo Stretto di Hormuz
A guidare il ribasso settimanale è stata soprattutto la diplomazia. Il presidente Trump ha dichiarato sabato 23 maggio che un accordo di pace con l'Iran che riaprirebbe lo Stretto di Hormuz è stato "in gran parte negoziato" e verrà annunciato a breve. Un'intesa potrebbe porre fine a un conflitto che ha soffocato i mercati energetici globali e spinto l'inflazione statunitense ai livelli più alti degli ultimi anni.L'accordo in discussione include un memorandum d'intesa come prima fase, ha confermato il ministero degli Esteri iraniano, prima di negoziati più ampi entro 30-60 giorni.L'Iran contesta la caratterizzazione di Trump e afferma che la via d'acqua resterà sotto il proprio controllo, secondo i media di Stato.
Il quadro resta dunque fragile. Nonostante il rinnovato ottimismo, l'incertezza persiste sulla possibilità che il conflitto venga risolto e che lo Stretto di Hormuz possa completamente riaprirsi, lasciando gli investitori estremamente sensibili ai segnali contrastanti provenienti da entrambe le parti. Chi opera sui mercati energetici sa bene che tra una dichiarazione presidenziale su Truth Social e la riapertura fisica di una rotta percorsa da 20 milioni di barili al giorno la distanza è enorme.
Lo scenario macro: OPEC+ senza UAE, riserve strategiche in calo, economia eurozona in contrazione
La settimana ha fornito altri tasselli importanti del mosaico energetico globale. Riassumiamo i tre più rilevanti.
1. L'OPEC+ senza gli Emirati. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro uscita dall'OPEC, effettiva dal 1° maggio 2026. Una decisione storica: gli Emirati dispongono di una capacità produttiva di circa 4,8 milioni di barili al giorno e di un margine significativo per aumentare l'output.La fuoriuscita degli UAE, che detenevano capacità produttiva di riserva, fa sì che la spare capacity dell'OPEC dovrebbe attestarsi in media a 2,5 milioni di b/g nel 2027, rispetto ai 3,8 milioni delle previsioni precedenti.
2. Le riserve strategiche USA si assottigliano. Il Dipartimento dell'Energia statunitense ha iniziato a trasferire 53,3 milioni di barili dalla riserva strategica dopo aver assegnato contratti a nove compagnie nell'ambito del programma di scambio d'emergenza.Complessivamente gli USA stanno rilasciando 172 milioni di barili dalla SPR, nell'ambito di un'azione coordinata con l'IEA per immettere 400 milioni di barili a livello globale.Le scorte della SPR sono attualmente a 397,9 milioni di barili, un livello che inizia a destare preoccupazione tra gli analisti.
3. Eurozona in contrazione, inflazione verso il 4%. I dati flash PMI di S&P Global hanno rivelato che l'economia dell'eurozona si è inaspettatamente contratta a maggio al ritmo più veloce dalla fine del 2023, con l'impennata dei costi della vita legata alla guerra che sopprime la domanda di servizi e spinge l'inflazione degli input ai massimi di tre anni.I mercati monetari stanno prezzando almeno due rialzi dei tassi BCE prima della fine dell'anno.
Questo contesto macroeconomico è cruciale per capire cosa succede alla pompa in Italia. Un euro relativamente forte — il cambio EUR/USD è a 1,1603 — aiuta parzialmente ad assorbire il costo del barile in dollari, ma non basta a compensare prezzi del greggio che restano storicamente molto elevati.
Prezzi alla pompa: la fotografia del 24 maggio
Veniamo ai numeri che contano per chi guida. Secondo i dati ufficiali MIMIT elaborati sulla base di 21.696 distributori monitorati, la situazione nazionale al 24 maggio è la seguente:
| Carburante | Self (€/l) | Servito (€/l) | Delta self/servito |
|---|---|---|---|
| Benzina | 1,9661 | 2,0930 | +0,1269 |
| Gasolio | 1,9788 | 2,1022 | +0,1234 |
| GPL | 0,7993 | 0,8033 | +0,0040 |
| Metano | 1,4999 | 1,5618 | +0,0619 |
Due dati balzano all'occhio. Il primo: il gasolio self a 1,9788 €/l ha ormai superato la benzina self (1,9661 €/l), un'inversione che si verifica quando la domanda di distillati medi è molto alta rispetto all'offerta — situazione tipica di uno shock logistico come quello attuale sullo Stretto di Hormuz. Il secondo: il differenziale self-servito supera i 12 centesimi sia per benzina che per gasolio, una sorta di "tassa sull'assistenza" che pesa oltre 6 € su un pieno da 50 litri. Un costo che in un contesto di prezzi già molto alti merita attenzione.
Anatomia del prezzo: dal barile alla pompa, dove finiscono i soldi
Per comprendere perché il calo del Brent non si traduce immediatamente in un ribasso alla pompa, è utile ricordare la catena di formazione del prezzo alla pompa in Italia. Prendiamo la benzina self a 1,9661 €/l e scomponiamola:
Con un Brent a 104,25 dollari e un cambio EUR/USD a 1,16, un barile costa circa 89,9 euro. Diviso per 159 litri, il greggio puro vale circa 0,565 €/l. A questo si aggiungono i costi di raffinazione (crack spread), trasporto e stoccaggio (stimabili in 0,10-0,15 €/l in condizioni normali, sensibilmente di più nei periodi di tensione logistica). Arriviamo dunque a un prezzo industriale pre-tasse di circa 0,68-0,72 €/l. Poi entrano in gioco le accise: 0,7284 €/l sulla benzina, una componente fissa che non varia con il petrolio. Infine l'IVA al 22%, calcolata sull'intero importo (prezzo industriale + accisa), e il margine del distributore (2-5 centesimi). Il risultato è che, su 1,97 € spesi per un litro di benzina, circa 1,05-1,10 € sono tasse. Questo significa che anche un crollo del 20% del Brent si tradurrebbe in un risparmio alla pompa di appena 7-10 centesimi al litro.
È il meccanismo che gli economisti chiamano effetto asimmetrico (o "rocket and feather"): i prezzi salgono rapidamente quando il greggio aumenta, ma scendono molto più lentamente quando cala. Le ragioni sono strutturali — contratti di fornitura a termine, costi logistici fissi, margini compressi che i distributori cercano di recuperare — e non cambieranno nel breve periodo.
La mappa regionale: 4,4 centesimi di forbice tra Marche e Friuli-Venezia Giulia
Uno degli aspetti più interessanti del mercato italiano dei carburanti è la variabilità regionale. Oggi la regione più economica per la benzina self sono le Marche, con una media di 1,9521 €/l, mentre la più cara è il Friuli-Venezia Giulia a 1,9959 €/l. La forbice è di 4,38 centesimi al litro: su un pieno da 50 litri sono 2,19 € di differenza, su un anno di rifornimenti (circa 1.200 litri per un pendolare medio) il divario supera i 50 €.
Il gasolio mostra differenze ancora più marcate: la Campania è la regione più economica a 1,9659 €/l, mentre il Molise registra 2,0134 €/l — un gap di quasi 4,8 centesimi, anomalo per una regione piccola e con soli 150 distributori monitorati. Il Trentino-Alto Adige conferma la sua posizione storicamente cara con 2,0035 €/l di gasolio, un dato legato anche alla collocazione geografica alpina e ai costi di trasporto più elevati.
Dal grafico emerge un dato significativo: in regioni come Veneto (1,9646 €/l) e Campania (1,9659 €/l) il gasolio è addirittura più economico della benzina, un fenomeno legato alla struttura della rete distributiva locale e alla concorrenza tra marchi. Al contrario, in Toscana, Sicilia e soprattutto Molise il gasolio supera nettamente la benzina: in Molise il differenziale raggiunge i 4,27 centesimi a favore della benzina, un dato insolito che riflette probabilmente la scarsità di offerta diesel in un bacino distributivo molto ristretto.
Autostrada vs. strada: il pedaggio invisibile
Chi si mette in viaggio in questo fine settimana deve fare i conti con un altro divario: quello tra impianti autostradali e stradali. I dati MIMIT mostrano una benzina self autostradale a 2,0448 €/l contro 1,8884 €/l degli impianti stradali: una differenza di 15,64 centesimi al litro, equivalente all'8,3% in più. Sul gasolio il gap è analogo: 2,0615 €/l in autostrada contro 1,9107 €/l in strada, ovvero 15,08 centesimi di differenza.
Per un automobilista che percorre 600 km con un consumo medio di 15 litri ogni 100 km, la scelta di rifornire in autostrada anziché poco prima dell'ingresso costa circa 6,25 € in più. In un weekend di esodo come quello del ponte del 2 giugno — ormai alle porte — la cifra si moltiplica per milioni di veicoli. È un dato che ogni automobilista dovrebbe tenere a mente: uscire al casello precedente e cercare un distributore stradale può generare un risparmio significativo.
La settimana geopolitica: tre eventi che hanno mosso il mercato
Ripercorriamo in ordine cronologico gli eventi chiave della settimana dal punto di vista energetico:
Lunedì 19 maggio: il barile apre in tensione a quasi 111 dollari. Il Brent scambiava a 112,93 dollari nella mattinata di lunedì 19, con un rialzo di 2,85 dollari rispetto al giorno precedente e circa 47 dollari in più rispetto a un anno prima. I mercati reagivano ai ritardi nei negoziati del fine settimana precedente.
Mercoledì 21 maggio: la giornata più volatile della settimana. I futures sul Brent sono scesi di oltre il 2% nel pomeriggio dopo essere saliti fino al 3% nella prima parte della seduta, con gli investitori sempre più fiduciosi che il conflitto con l'Iran potesse attenuarsi.Negli Stati Uniti, quasi 10 milioni di barili sono stati prelevati dalla Riserva Strategica Petrolifera nell'ultima settimana, segnando il più grande rilascio mai registrato.
Venerdì-sabato 23-24 maggio: Trump ha dichiarato su un social media che "un accordo è stato in gran parte negoziato, in attesa di finalizzazione tra gli Stati Uniti d'America, la Repubblica Islamica dell'Iran e i vari altri Paesi".Il principale negoziatore iraniano ha tuttavia detto a una controparte pakistana che l'Iran non comprometterebbe i propri "diritti legittimi" ed ha espresso sfiducia verso gli USA.
L'intreccio di questi fattori spiega la discesa settimanale del greggio: i mercati stanno scontando una probabilità crescente di riapertura di Hormuz, ma con un premio di rischio ancora elevatissimo. Lo stesso Trump, in un'intervista ad Axios, ha descritto le probabilità di raggiungere un accordo con l'Iran come "un solido 50/50".
Il peso delle accise: la struttura fiscale che frena ogni ribasso
Come abbiamo visto nella scomposizione del prezzo, la componente fiscale rappresenta circa il 55-60% del costo alla pompa. Le accise sono fisse: 0,7284 €/l sulla benzina e 0,6174 €/l sul gasolio. Non scendono quando cala il petrolio, non salgono quando aumenta. A queste si somma l'IVA al 22%, calcolata però sull'intero importo (prezzo industriale + accisa), creando il controverso effetto della "tassa sulla tassa".
In termini concreti, dei 1,9661 € che un automobilista paga oggi per un litro di benzina self, circa 0,73 € sono accisa, circa 0,35 € sono IVA (di cui una quota significativa è IVA sull'accisa stessa), e il prezzo industriale netto è nell'ordine di 0,88 €. Il margine del gestore? Tra 2 e 5 centesimi, una fetta sottilissima su cui si reggono 21.696 punti vendita in tutta Italia.
Questo schema strutturale rende l'Italia particolarmente vulnerabile agli shock petroliferi: le accise italiane sono tra le più alte d'Europa, e l'effetto leva dell'IVA amplifica qualsiasi variazione. Quando il prezzo industriale sale di 1 centesimo, il prezzo alla pompa sale di 1,22 centesimi per effetto dell'IVA. È un meccanismo che il legislatore conosce bene ma che, nonostante periodiche promesse, non è mai stato riformato strutturalmente.
L'impatto sull'economia reale: quanto costa guidare oggi in Italia
Facciamo due conti da pendolare. Un lavoratore che percorre 30 km per andare al lavoro e 30 per tornare, cinque giorni a settimana, con un'auto a benzina che consuma 6,5 l/100 km, brucia circa 19,5 litri a settimana. Al prezzo self di 1,9661 €/l, la spesa settimanale è di 38,34 €, ovvero 153,36 € al mese. Un anno fa, con la benzina intorno a 1,73 €/l (prima della crisi di Hormuz), la stessa tratta costava 134,06 € al mese: l'aumento è di 19,30 € mensili, pari a circa 232 € all'anno.
Per chi guida un diesel — e in Italia il parco circolante è ancora largamente orientato al gasolio, soprattutto nel trasporto leggero — la situazione è analoga o peggiore, dato il sorpasso del gasolio sulla benzina. Ma il vero impatto indiretto è un altro: l'80% delle merci italiane viaggia su gomma. Ogni centesimo in più sul gasolio si scarica sui costi di trasporto e, a cascata, sui prezzi al consumo. Il dato PMI dell'eurozona che segnala inflazione verso il 4% non è un caso: è la conseguenza diretta dei prezzi energetici elevati.
Previsioni per la prossima settimana: cosa aspettarsi
La settimana 25-31 maggio sarà cruciale per almeno tre ragioni:
Primo, l'esito dei negoziati USA-Iran. L'accordo in discussione avvierebbe un orologio di almeno 30 giorni per negoziati continuativi volti a risolvere i nodi rimanenti sul programma nucleare iraniano, incluso il destino delle scorte di uranio arricchito prossimo al grado militare di Teheran. Se l'intesa viene formalizzata, il Brent potrebbe scendere in area 95-100 dollari nel giro di poche sedute. Se salta, il rimbalzo verso 115-120 è altrettanto probabile.
Secondo, il dato EIA sulle scorte settimanali USA. L'EIA prevede che le scorte globali di petrolio diminuiranno di una media di 8,5 milioni di b/g nel secondo trimestre 2026, mantenendo i prezzi del Brent intorno a 106 dollari a maggio e giugno. Qualsiasi deviazione significativa da questa traiettoria muoverà i mercati.
Terzo, l'avvicinamento al ponte del 2 giugno. Dal punto di vista della domanda interna, la prossima settimana vedrà un aumento dei consumi legato all'esodo del ponte della Repubblica. Storicamente, i distributori tendono a non abbassare i prezzi nei periodi di domanda forte, anche in presenza di un calo del greggio. Chi pianifica il viaggio farebbe bene a rifornire nei primi giorni della settimana, quando la pressione della domanda è ancora contenuta.
In sintesi: il calo del Brent della scorsa settimana è un segnale incoraggiante, ma non va confuso con un'inversione di tendenza. I fondamentali restano tesi — lo Stretto di Hormuz è ancora sotto restrizioni, la produzione OPEC+ è ai minimi da 35 anni, le riserve strategiche si assottigliano — e il contesto fiscale italiano fa sì che qualsiasi ribasso del greggio arrivi alla pompa in forma molto diluita. La nostra aspettativa è che, in assenza di un accordo formale Iran-USA, la benzina self resterà stabilmente sopra 1,95 €/l e il gasolio sopra 1,97 €/l per l'intera prossima settimana. Solo una riapertura effettiva e verificata dello Stretto potrebbe cambiare lo scenario in modo strutturale.
Per approfondimenti quotidiani, consultate le nostre analisi e gli approfondimenti dedicati al mercato dei carburanti.
Il grafico a torta sintetizza meglio di qualsiasi commento la realtà del prezzo alla pompa italiano: le componenti fiscali (accisa + IVA) rappresentano oltre il 55% del totale. Il greggio, che pure domina il dibattito pubblico, pesa per meno del 30%. È su questa sproporzione che si fonda la cronicità del caro-carburante in Italia, e nessun accordo tra Washington e Teheran, per quanto auspicabile, potrà risolverla.